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DAndreaGiannini

La vita, l’amore, il Chieti. Tutto in un’intervista che è come una mostra personale di immagini, ricordi e speranze. Una mostra però doppia, nella quale lo stesso tema si mescola con due vissuti nei quali il professionale e il personale sono perfettamente mescolati e sfumati. Gli artisti sono Sergio D’Andrea e Pino Giannini, i fotografi incaricati di essere la giuria del concorso “scatti neroverdi”. Stavolta però sono loro a mettersi di fronte alla macchina per imprimere, con il dagherrotipo delle parole, i tratti e i colori delle loro passioni: il Chieti e la fotografia.

 

La prima passione è stata il Chieti o la fotografia?

S. Entrambi.

P. Il Chieti.

 

Quando hai scattato la prima foto e a che cosa?

S. La scattai a mio padre, con la sua macchinetta.

P. La prima, fatta pensando di fare qualcosa di bello, ad una fontanella a Passo San Leonardo, 20 anni fa.

 

Quando sei andato per la prima volta allo stadio?

S. È la Chieti-L’Aquila dell’invasione alla Civitella. Mi ci portò mio padre e, per non farmi schiacciare dalla folla inferocita, mi buttò in campo oltre la rete. Un ricordo drammatico, ma bellissimo!

P. Ero bambino, avrò avuto 5-6 anni. Con mio padre e mio zio.

 

Quando hai scattato la prima foto allo stadio?

S. La prima foto ad una partita l’ho scattata in occasione di un Roma-Lazio. Andai insieme ad un collega che poteva entrare e incominciai con lui a fare fotografie. La prima foto all’Angelini l’ho scattata invece nel 1980 e oggi ho una collezione che definirei eterna: 38 anni di storia del Chieti attraverso le immagini.

P. Avrò avuto 16-17 anni con una “macchinettuccia”. Non facevo ancora il fotografo.

 

Che cosa hai fotografato?

S. Non lo ricordo. Ma eravamo in Serie C. Forse era un Chieti-Belluno.

P. Fotografai l’esultanza per un gol del Chieti di Ezio Volpi.

 

Quando hai deciso che la fotografia sarebbe stata la tua vita?

S. Quando la vita mi ha costretto a fare una scelta. Ero direttore vendite di un grande laboratorio fotografico a Roma e sono dovuto tornare in Abruzzo per ragioni di famiglia. Era nato mio figlio Mario ed ebbi l’occasione di tornare perché la mia azienda aprì un’agenzia in zona. Un giorno, passando a Chieti, vidi un negozio, l’ho aperto e ci ho messo mia sorella, ma alla fine mi ha impegnato più della mia vita. Non so se sia stato un bene o un male, ma va bene così. Non ho rimorsi.

P. Nel 1998.

 

Che cosa ti piace fotografare oggi?

S. Oggi i ritratti, il calcio, sport vari… per anni sono stato il fotografo ufficiale del Coni. E poi anche la pallacanestro, anche se non la amo tanto.

P. La gente, le persone.

 

Che cosa invece ti piaceva fotografare quando hai iniziato?

S. Il calcio, sicuramente.

P. Come tanti, ho iniziato con i paesaggi.

 

Una volta una foto rappresentava un istante indimenticabile fissato da un professionista provvisto di un apparato speciale. Oggi è possibile in qualsiasi istante, da parte di qualsiasi persona che ha un telefonino in tasca che, nell’istante successivo può inviarla in qualsiasi parte del mondo. Questo che cosa vuol dire secondo te?

S. È solo marketing. La fotografia vera è un’altra cosa. Non la possiamo fare con un mezzo digitale o con il telefonino con il quale, al massimo, possiamo fare una panoramica perché non ha l’obiettivo e le velocità giuste per poter cogliere l’azione.

P. Vuol dire due cose. Dal punto di vista del significato della foto stessa, non cambia nulla perché chi ha qualcosa da dire la dice con qualunque mezzo. Per chi si vuole esprimere, il compito dunque è più facile. Viceversa, la semplicità dei mezzi ha dato la possibilità di dire qualcosa anche a chi sa dire solo cose banali, con immagini che non hanno alcun significato.

 

Qual è la cosa più importante che cerchi di mettere in una foto?

S. Il movimento, soprattutto. Nel calcio è fondamentale. Una volta sono stato a Cuba per fare una mostra che riguardava il Chieti, Chieti e una partita di rugby tra Italia e Cuba. Quando mi hanno premiato, la domanda è stata: ma come fai a far sembrare così ferme le cose che si muovono veloci come il pallone? Io rispondo che chi fa questo mestiere deve conoscere anche i movimenti dei giocatori, li devi quasi anticipare e così cogli a pieno il movimento.

P. La storia dell’uomo, la vita umana.

 

Oggi che cosa merita di essere fotografato?

S. Io dico i ritratti. Da 4 o 5 anni ho iniziato ad apprezzarli e credo che forse è la cosa più bella che rimane nella vita. Il ritratto di una persona, di un nonno, anche di una donna con un vestito abruzzese… è qualcosa che, più lo guardi, più scopri qualcosa.

P. Se potessi scegliere al di fuori di ogni condizionamento, fotograferei le persone che sono in difficoltà perché con la fotografia si può denunciare la difficoltà vissuta oggi dalle persone. Le difficoltà ci sono sempre state, anzi l’umanità ha passato periodi anche più bui però oggi invece vedo più superficialità e in questo panorama chi è in difficoltà hanno più difficoltà a trovare una spalla.

 

Quale è il tuo fotografo preferito?

S. Non ti so rispondere. Non ho un preferito perché ognuno di noi ha un’immagine da fotografare che non assomiglia a nessuna. Ed io non voglio assomigliare a nessuno, così come gli altri non assomigliano a me, con tutte le cose e positive e negative che ognuno di noi ha!

P. Elliot Erwit, un fotografo americano. Secondo me lui riesce a raccontare cose importanti, ma con leggerezza e strappando un sorriso. Un po’ come fa il film “La vita è bella”. Nella sua fotografia ridere e piangere sono un cosa sola.

 

Quale è la tua foto migliore?

S. Anni fa ho fotografato i templi romani con un raggio di sole che entrava colpendo proprio il pozzo che sta all’interno. Questa foto me l’hanno premiata a New York, in Svizzera…

P. È quella (indica una foto incorniciata all’interno del suo studio, ndr). L’ho fatta dentro la cattedrale di Lucca. Ci sono un mendicante per terra e dei seminaristi che, per vedere gli affreschi della cattedrale, sono girati di spalle. Questa foto potrebbe non voler dir nulla, perché un attimo prima e un attimo dopo si sarebbero potuti girare e fare l’elemosina. Ma la fotografia è un attimo e in quell’istante è venuto fuori un simbolo. Magari questa rappresentazione non appartiene a questi seminaristi, anche perché sono di spalle, ma riguarda l’indifferenza di alcune persone resa più forte dal fatto che si tratta di religiosi.

 

Qual è la cosa più importante da infondere in una foto?

S. È l’immagine, il momento, l’attimo.

P. Una foto deve raccontare. Qualunque cosa purché racconti. Non deve essere fine a stessa e soprattutto deve lasciare spazio all’interpretazione. Non deve essere un segmento, ma una retta.

 

Perché secondo te la foto mantiene la sua carica di emozione e passione inattaccabile dai video?

S. Perché il video è una cosa molto fredda e, secondo me, i mezzi tecnici attuali non hanno raggiunto quella perfezione necessaria per cogliere a pieno il movimento. Quando invece fermi l’immagine, in quel momento scopri quante cose ci sono da guardare e che nel video non avresti mai visto.

P. Perché la foto è un’istante capace di rappresentare cose molto più grandi di lei come guerre ed epoche storiche. Se pensiamo alla bambina che fugge dal bombardamento al Napalm, racconta da sola la guerra in Vietnam. E poi lascia spazio infinito all’interpretazione: la stessa foto vista in momenti diversi può dare sensazioni diverse.

 

Ti piacciono i selfie?

S. Perché no?

P. In alcuni casi sì ed in altri no.

 

Perché?

S. Sono interessanti, sono per i ragazzi, per i giovani, per chi gira spesso. Una volta la foto ricordo erano persone impalate dove mancava sempre uno: quello che la fa. Con il selfie invece si ricrea l’atmosfera che c’è quando si sta insieme.

P. Se prendiamo quelli con la lingua fuori o la bocca a papera no, ma ho visto anche selfie bellissimi fatti per ricordo. Non sono contro per pregiudizio, diciamo che è uno strumento neutrale come Internet: ci si può visitare siti pedofili o fare ricerche scolastiche.

 

Ti piace essere fotografato?

S. Mah, credo come tutti. Non ci tengo in modo particolare e non credo che ci sia ancora molto da scoprire su di me. Spesso, quando vado allo stadio, qualcuno mi fa foto e me le manda. Non credo che si possano definire belle o brutte: c’è semplicemente la mia espressione.

P. Diciamo di sì.

 

Che cosa vuol dire il Chieti nel tuo cuore?

S. Tutto! Chieti e il Chieti sono davvero tutto. Sono stato troppi anni fuori per non amarla e soffrivo troppo quando non potevo tornare. Capitava che chiamassi mia madre e lei mi dicesse “Sergio, c’è la neve” ed io in 22 anni a Roma non l’ho mai vista! Sono cose che ancora oggi mi emozionano. Io vivo con la mia Città e per la mia Città. Guai a chi me la tocca e a chi ne parla male!

P. Il Chieti vuol dire i più bei ricordi da bambino e adolescente. Vuol dire, in qualche maniera, il primo amore, amore sportivo, ma che è andato oltre lo sport. Ho tanti ricordi legati al Chieti con i miei amici e durante le trasferte. Forse il Chieti è stato uno delle prime forme di condivisione appassionata che ho avuto nella mia vita. Il Chieti vuol dire anche le prime uscite da bambino con mio padre e mio zio.

 

Quale è secondo te la perfetta foto del tifoso?

S. Secondo me non è un’immagine di esultanza, ma quando i tifosi stanno mostrando uno striscione particolare o magari stanno tutti a petto nudo mentre viene giù la neve. Quella è l’immagine dell’orgoglio che li tiene uniti e in quei momenti sono davvero formidabili.

P. Nella perfetta foto del tifoso la tecnica passa in secondo piano perché non parliamo di professionismo, ma di cuore e passione che sono sentimenti ciechi. La passione ti fa vedere il cielo con i colori del cuore. Certamente non è una foto obiettiva, anzi direi che la foto perfetta del tifoso è quella che riesce ad esprimere questa carica cieca.

 

Quale è il soggetto sportivo che ti piacerebbe immortalare?

S. Ce ne sono tanti, ma quelli che vorrei fotografare più di tutti sono i giochi paralimpici. Mi affascina il sacrificio che questi ragazzi compiono per realizzarsi, la loro forza di volontà.

P. Sicuramente qualcuno che fa uno sport individuale, perché credo che queste persone hanno una personalità ed una carica più complessa di chi fa sport di squadra. Il tennista mi incuriosisce molto! Io sono cresciuto nell’epoca di McEnroe e Lendl e mi sarebbe piaciuto fotografare McEnroe e la sua follia. Ho visto tennisti andare sotto di 2 set e poi vincere. In quei momenti ho sempre pensato: ma come possono trovare la forza di ricominciare daccapo e ribaltare il risultato? Devi avere una forza interiore e una carica agonistica davvero particolare!

 

L’oggetto più importante nei tuoi ricordi di tifoso è una foto o altro?

S. Sicuramente è una foto, ma c’è anche un’altra cosa. Mario Mancaniello, una sera a casa sua, ci regalò una medaglia d’oro da appendere alla giacca con il simbolo del Chieti. Il suo valore va ben al di là del suo peso, anche perché Mancaniello sapeva amare i suoi giocatori, i suoi collaboratori e anche la stampa e i fotografi.

P. È la sciarpa del Club Levante che fondammo con alcuni amici tanti anni fa.

 

L’immagine più bella da tifoso l’hai scattata o la conservano solo i tuoi occhi?

S. Tante immagini le conservano i miei occhi. Non riesci a stare sempre attento e con il fucile spianato!

P. No, non l’ho scattata. Se avessi potuto farlo… comunque l’immagine più bella che mi porto dentro è il momento in cui la palla di Zaccagnini entra in porta.

 

Quale è l’immagine che da tifoso vorresti fissare?

S. È un’immagine che guarda al futuro. Mio nipote ha 3 anni e non vedo l’ora che si metta a petto nudo a gridare “Forza Chieti”!

P. Ce ne sono tanti, ma un ricordo che vorrei che accadesse sempre è quella di Chieti-Teramo alla finale play-off, quando Morganti venne sotto la curva durante l’allenamento. Si stava scaldando e, ad un certo punto, venne verso di noi che lo salutavamo e lo applaudivamo. In quel momento il Chieti mi diede una sensazione di onnipotenza e bellezza che ho desiderato non finisse mai!

 

La foto più bella del Chieti è stata già scattata o la dobbiamo ancora vedere?

S. Sicuramente bisogna ancora vederla. Ogni domenica capita qualcosa di diverso e non penso neppure che ci sia un foto con il finale, una dopo di cui non esiste più niente.

P. Come diceva Henri Cartier-Bresson, la foto più bella è sempre quella da scattare. Non possiamo vivere pensando che il meglio è stato già fatto, dobbiamo pensare che i momenti più belli possano tornare, anzi che ve ne possano essere anche di migliori. Non riguarda solo la fotografia, ma è una filosofia di vita.

 

Quale è, da fotografo, l’immagine del Chieti che fotograferesti?

S. È quella di una società a cui bisogna stare molto attenti: la vedo molto carica e piena di iniziative. Certo, il momento non è tra i migliori, ma questa immagine nuova, di gente che sorride dentro lo stadio, che è di Chieti, non viene da lontano e sente questa cosa in modo particolare.

P. Sarebbe bello fotografare di nuovo uno come Ezio Volpi, una persona della quale si possa avere davvero stima. In assoluto, a livello sportivo, la foto che vorrei è quella di Carlo Mazzone che corre verso la curva dell’Atalanta perché è l’espressione di uno sport che non c’è più: una rabbia non certo cattiva, piena di carica agonistica e adrenalina, ma che poco dopo non ti impedirebbe di farti una birra insieme al tuo avversario. Quella è la foto di come piace a me lo sport.

 

Un pensiero spontaneo da tifoso e da fotografo

S. È un augurio: che mi possa ricordare, prima o poi – anche poi – il Chieti in una serie superiore – e mi accontento anche della Serie B – e che io possa seguire e fotografare il Chieti per tutta la mia vita.

P. Il mio pensiero oggi non può essere positivo: quei momenti di cui ho parlato li vedo molto lontani. Però dobbiamo essere ottimisti. Sicuramente credo che le persone che oggi si occupano del Chieti stanno dando il massimo di quello che possono e ho molta fiducia. Però credo che certi momenti siano ancora un po’ lontani perché la forza di queste persone non credo sia sufficiente a farceli rivivere. Sono cambiati anche i tempi. Buccilli, tanto criticato, è stato a suo modo un folle, così come Rozzi e Anconetani… queste persone veraci, sanguigne, ruspanti non ci sono più.

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