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“Al posto dei bicipiti cià il marmo!”. Così si rivolgeva il mitico Oronzo Canà al suo presidente Borlotti che gli paventava l’acquisto per la Longobarda di Karl-Heinz Rummenigge, nel film cult anni 80’ L’allenatore nel pallone. Probabilmente è la stessa cosa che Tony Giammarinaro ha pensato quando gli è stato proposto l’arrivo dalla Casertana di Vincenzo Feola, la perfetta sintesi di terzino fluidificante di quegli anni: corsa, forza fisica, abnegazione e un discreto rapporto con il gol.
Siamo nell’estate 1989: a pochi mesi dal crollo del muro più famoso d’Europa e della storica visita di Michail Gorbačëv in Vaticano parte la solita rivoluzione “copernicana” di mercato targata volpe grigia. Dopo la sconfitta nello spareggio di Cesena di qualche mese prima la rosa della squadra cambia volto: vanno via in tantissimi, arrivano Andrea Pallanch, Giovanni Pagliari e soprattutto De Amicis e Morganti che insieme a Consorti già in rosa e “all’uomo roccia” Feola formeranno una difesa che negli anni si rivelerà da “fantastici quattro”, roba da far crepare d’invidia i disegnatori della Marvel Comics. Vincenzo, classe 1967, approda in neroverde a soli 22 anni ma con già alle spalle una discreta esperienza della categoria: due campionati di C1 con la casacca rossoblù della città della Reggia e uno di C2 a Sorrento.
“E’ stato Gabriele Morganti a suggerire il mio nome al direttore ed al mister – esordisce Vincenzo - in realtà so che Garzelli era sulle mie tracce alla ricerca di un terzino con quelle caratteristiche da inserire in rosa: il consiglio di Gabriele probabilmente è stato risolutivo.”

Parlaci del tuo ambientamento all’ombra della cattedrale di San Giustino
E’ stato tutto molto semplice: si è creato un feeling immediato con la città, i tifosi e la società, un clima di stima e rispetto reciproco istantaneo che si è consolidato nel tempo fino a trasformarsi nell’affetto, passione ed amore che nutro per i colori neroverdi. Chieti è ancora oggi casa mia.



Facciamo un salto di una trentina d’anni e partiamo dalla stagione 1989-90: un Chieti tanto forte in casa quanto debole in trasferta fallisce la promozione all’ultima giornata, colpa soprattutto delle otto sconfitte esterne stagionali. Cosa non ha funzionato?
Eravamo un gruppo quasi completamente nuovo e all’inizio non fu semplice trovare la giusta amalgama, avevamo bisogno di tempo per conoscerci: nel girone di ritorno se non ricordo male facemmo più punti di Fano e Baracca Lugo ma sfortunatamente non bastarono.


L’anno successivo il cambio in panchina portò un notevole cambio di passo: hai percepito qualcosa di diverso già dal ritiro estivo?
Si respirava un’aria diversa da subito, ed il vantaggio di avere già uno zoccolo duro che si conosceva bene è stato fondamentale. C’era il gusto di stare insieme sia dentro che fuori dal campo, agli allenamenti si andava tutti col sorriso e una gran voglia di fare bene.
Abbiamo stravinto contro corazzate come Vis Pesaro, Lanciano, Vastese e la stessa Sambenedettese che fu promossa come seconda, un’annata indimenticabile.



Regolarità nei risultati e compattezza difensiva sono le prime cose che balzano all’occhio di quella squadra: solo una sconfitta e 11 gol subiti in 30 giornate, ovvero prima del raggiungimento della matematica promozione (a fine campionato i numeri diranno due sconfitte e 14 reti subite).

Quali furono i segreti di quell’impresa?
Quando si vince c’è sempre il mix giusto di componenti che remano dalla stessa parte: l’idillio del gruppo è stato certamente un ingrediente importante, al quale aggiungere l’idillio con la società e con mister Volpi. Ricordo in lui un grande uomo, ci ha fatto un po’ da padre in quelle stagioni:
non nego che al primo impatto il mister fosse un po’ titubante sulle capacità del gruppo ma col passare dei giorni nacque tra noi e lui un rapporto franco di stima, simpatia e rispetto che andava ben oltre le vittorie sul campo. Ci ha insegnato molto sia a livello umano che tecnico, una grande persona della quale non posso che nutrire un ottimo ricordo.

Una formazione del Chieti 1990-91 In piedi da sinistra: Morganti, De Amicis, Sgherri, Feola, Picconi. Accosciati: Presicci, Colazzilli, Pallanch, Consorti, Pagliari, Marigo. Dell’undici titolare manca soltanto Gianni Cavezzi 

 

Ricordi una partita particolare che vi fece svoltare dal punto di vista mentale?
La prima giornata a Teramo: esordire con una vittoria fuori casa, in un derby così sentito, ci diede la consapevolezza di essere veramente forti e di potercela giocare con tutti.


Per te un ricordo particolare, visto che dopo 19 minuti siglasti la prima rete stagionale del Chieti
Eh sì, su assist di Giovanni Pagliari tirai una gran botta di prima intenzione che si infilò sotto l’incrocio dei pali.



Il primo ricordo che ti sovviene parlando di Chieti-Martina
La firma finale di un campionato dominato dall’inizio: giornata dopo giornata avevamo capito che il primo posto non poteva sfuggirci e quella domenica fu il suggello di una stagione perfetta. Mi è rimasta nelle vene la gioia incontenibile dei tifosi, la festa in città, l’entusiasmo che avevamo portato in mezzo alla gente.


Stagione 1991-92, il sospirato ritorno in C1 segnato purtroppo da un grave infortunio al ginocchio che ti costringerà a stare fuori per una buona parte di stagione.
Un’annata sfortunata, perdere quattro calciatori per la rottura del crociato credo sia cosa più unica che rara. Senza quella sequela di infortuni sono convinto che ci saremmo giocati la promozione in serie B fino alla fine, d’altronde a fine dicembre eravamo secondi in classifica, e non per caso.
Ad inizio campionato il patron, che come solito ci aveva visto lungo, aveva fissato il premio promozione: in un primo momento abbiamo pensato che fosse un pazzo, a conti fatti ci aveva visto benissimo!

Vincenzo con le sue ahimè amiche “inseparabili”

 

Abbiamo parlato pocanzi della sua perla a Teramo, ma in neroverde Vincenzo ha siglato diversi gol belli ed importanti come contro il Martina nella partita promozione o come a Jesi qualche mese prima con una bordata da fuori. Ma nell’immaginario collettivo del tifoso neroverde la medaglia d’oro è al collo del gol realizzato contro la Salernitana.
Per me, ex Casertana, campano di nascita, davanti ad un grande pubblico, una curva di casa gremita, mille tifosi ospiti, fu un momento di gioia indescrivibile. Avevo già segnato ai granata con la maglia della Casertana ma quella domenica fu una gioia immensa di cui serbo un ricordo indelebile.

24 novembre 1991: la curva est si presentava così contro la Salernitana

 

Stagione 1992-93 l’ultima in casacca neroverde, dopo l’abbandono forzato di Volpi e l’arrivo di Gianni Balugani il Chieti disputa un campionato soffertissimo conseguendo la salvezza all’ultima giornata a Palermo.
Per me quella salvezza vale quanto la vittoria di un campionato: al triplice fischio al Barbera io e i miei compagni impazzimmo di gioia, come testimoniato anche dalle immagini del match, consci di aver portato a termine un miracolo sportivo.
Quella di Palermo fu gara vera, tostissima nonostante i rosanero fossero già promossi in B: dopo poco più di mezz’ora rimanemmo in dieci per l’espulsione di Tiberi. Nel Palermo c’erano diversi giocatori che si erano già accordati contrattualmente per la nuova stagione con il Casarano, nostra diretta concorrente per la lotta retrocessione, e se la giocarono fino all’ultimo minuto con estrema gagliardia. Da parte nostra un risultato raggiunto con tutta la voglia ed il carattere possibili, ripensando al triplice fischio finale ancora oggi mi vengono i brividi.


Eri uno dei beniamini del pubblico: gli ultras ti avevano dedicato un coro all’inglese con pugni alzati ed il tuo nome scandito. Che ricordo hai di ambiente e tifoseria?
Serbo tantissimi ricordi di quel periodo, ma l’emozione più grande è legata al mio ritorno in campo dopo il grave infortunio al ginocchio: giocavamo contro il Francavilla, non ricordo se fosse campionato o coppa Italia, mi alzai dalla panchina per effettuare il riscaldamento e l’Angelini esplose in un boato che porterò sempre nel mio cuore. Il solo parlare di Chieti e del Chieti mi emoziona, a settembre sono venuto con mia moglie ad omaggiare Enzo De Juliis (da tutti conosciuto come Cipolla ndr): per me Enzo non era un semplice tifoso, era un amico, un fratello e ho sentito la necessità di essere presente nel giorno del suo estremo saluto. Questo ti fa capire quanto mi senta ancora legato alla vostra città.


Sei andato via per scelta societaria o per tua volontà?
Purtroppo in società non c’erano più le condizioni e la disponibilità economica per trattenermi: era scaduto il contratto e scelsi di andare a Casarano, ma se fosse dipeso da me sarei rimasto a vita a Chieti. Ogni volta che con la mia famiglia parliamo di quegli anni fantastici il ricordo e la commozione sono ancora forti.


Un pregio ed un difetto di Mario Mancaniello e Claudio Garzelli
Due persone straordinarie che vedevano oltre, persone di un livello superiore ai quali ho voluto e voglio bene. Col dottore ogni Pasqua e Natale si faceva a gara a chi chiamava prima per gli auguri, un rapporto splendido rinsaldato nel tempo anche se a distanza: non potrò mai dimenticare quando, appena infortunatomi, Garzelli un giorno venne da me e mi disse “Il patron vuole che tu percepisca prima di tutti il premio salvezza, e poi gli stipendi” quando sapeva benissimo che io in stagione non avrei più giocato. Ecco questo per dirti con che tipo di persone “superiori” avevamo a che fare. Mi spiace non aver mantenuto i contatti col direttore ma la mia stima nei suoi confronti resta immutata.
Il difetto di entrambi era la troppa bontà e nel mondo del calcio fatto di squali può essere ahimè un aspetto negativo. Il fatto che siamo qui a 30 anni di distanza ancora a parlarne ti fa capire quanto siano persone speciali.


Un giudizio a 360° della tua carriera da calciatore
Sono contento di quanto ho fatto anche se ho il piccolo cruccio di non aver mai raggiunto la serie B. L’ho sfiorata con la Juve Stabia (sconfitta nella finale play-off dal Savoia nel giugno 1999 ndr) e senza quel maledetto infortunio avrei potuto rincorrerla a Chieti: sono treni che non passano spesso e non sono facili da prendere ma nel complesso mi tengo stretto quanto di buono fatto nell’arco della carriera.
A quei tempi non era facile fare il calciatore professionista, la “pagnotta” te la dovevi conquistare col sudore: sono fiero e orgoglioso di far parte della storia del Chieti e al tempo stesso un po’ rammaricato per non essere riuscito a scriverne pagine più importanti.


Come nasce il tuo desiderio di diventare allenatore?
Mi è sempre piaciuto, già da quando giocavo a Chieti studiavo e leggevo da allenatore e sul campo cercavo di aiutare i più giovani ed imparare il più possibile dal mister.
Amo stare sul campo, lavorare sul terreno di gioco, diventare allenatore è stata la naturale continuazione della mia carriera da calciatore.


Cosa ti porti dietro dei mister avuti a Chieti?
Ezio Volpi e Gianni Balugani sono stati dei grandi esempi di educazione, lealtà e disponibilità, il loro modo di parlare ai giocatori, la correttezza, la grande umanità… Ti racconto un aneddoto legato ad Ezio Volpi: prima di un allenamento mi aveva richiamato perché ero senza parastinchi, gli dissi che non avevo intenzione di indossarli e lui, per tutta risposta, mi disse “Fai l’allenamento come tutti ma al momento di disputare la partitella puoi andare a fare la doccia”. Lì per lì rimasi spiazzato, col tempo e la maturità ho capito quanto fosse importante quel suggerimento: il suo modo di preparare le partite, l’attenzione maniacale all’aspetto tattico, la voglia di non mollare mai, l’onestà che mi ha trasmesso sono cose che fanno parte di me indissolubilmente.


Quanto è cambiato il calcio ed il modo di allenare negli ultimi trent’anni?
In realtà il calcio è sempre quello, si gioca in undici, la palla è uguale, le porte sono sempre della stessa misura. Sono cambiate in parte le metodologie di allenamento, molto è cambiato il modo di relazionarsi: se non sei a passo coi tempi con le nuove terminologie e il nuovo modo di comunicare sei out.
Per i giovani calciatori di oggi credo sia difficile seguire i dettami di chi ha giocato a calcio e conosce bene certe dinamiche: il mio passato da calciatore mi aiuta molto nel lavoro attuale, capisco quando ci sono dei problemi, nervosismi, isterismi, studio e mi preparo per usare sempre il linguaggio ed i modi giusti per arrivare al cuore dei ragazzi che alleno.

 

Dopo le vittorie di campionato con Savoia, Akragas e Casertana e le esperienze meno positive a Pomigliano e Cerignola, l’ 11 ottobre 2018 sei approdato sulla panchina dell’Aprilia (serie D girone G) dove hai trovato come direttore sportivo un uomo che ha scritto come te pagine indelebili della storia calcistica teatina: Alessandro Battisti.
Con Alessandro parliamo spesso delle nostre esperienze a Chieti: è poco più di un mese che lo conosco ma ho già capito che è un puro, un ragazzo sincero, leale che come me si è conquistato uno spazio nel mondo pallonaro con sudore, correttezza ed onestà. Stima e rispetto sono alla base dei rapporti umani per me, preferisco essere considerato sempre una persona per bene piuttosto che un bravo allenatore ed essere ricordato in primis come uomo e poi come calciatore o allenatore.


Un’ultima curiosità: hai dei legami di parentela con il Vincenzo Feola allenatore del Brasile campione del mondo nel 1958?
Non sei il primo che mi fa questa domanda, fa sempre piacere riceverla: non ci sono legami con quel Feola ma è sempre un onore vedere accomunato il mio nome a quello di un omonimo così famoso nella storia del calcio.


Ti lascio il tempo per un saluto ai nostri lettori
Saluto con affetto e stima tutti i tifosi neroverdi, questa chiacchierata mi ha emozionato e fatto venire i brividi addosso, vorrei stringerli ed abbracciarli uno per uno. Io mi sento teatino, mi sento uno di loro e sarò legato per sempre a questa gente, credetemi la mia non è ruffianeria ma è qualcosa che viene dal cuore. Grazie a Stefano Sgherri che ha creato un gruppo whatsapp chiamandolo “Il Chieti vincente”, sono tutt’oggi in contatto con tanti ragazzi dell’epoca: dal massaggiatore Mino Ianieri a Giovanni Pagliari, Gabriele Morganti, Gabriele Consorti, Mauro Picconi, Mimmo Presicci, Giuseppe De Amicis e tanti altri, a testimonianza di quanto siamo ancora uniti. Spero un giorno di poter tornare da allenatore e scrivere di nuovo pagine importanti per la storia del Chieti.



Grazie Vincenzo è stata una grandissima emozione anche per me. In bocca al lupo per il tuo futuro da allenatore e chissà mai che un giorno le strade di Feola e del Chieti si incontrino di nuovo.
Grazie di cuore a tutti, un abbraccio.

 

 

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