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TifoChieti ha contattato il bomber tascabile della promozione 2001 Michele Padolecchia, attore protagonista di una delle ultime grandi gioie calcistiche della nostra città.

 

Buongiorno Michele, grazie per aver accettato il nostro invito. Parto col chiederti chi ti ha trasmesso la passione per il calcio.
È una passione innata, da bambino in casa realizzavo delle palline di carta e passavo ore a giocarci. Mio padre era un calciatore anche se non ha mai calcato palcoscenici importanti, dall’età di cinque anni lo seguivo ovunque e durante la fase di riscaldamento prepartita amavo scendere in campo con lui a “giocare con i grandi". Il richiamo del rettangolo verde per me era già molto forte! Un giorno, mentre giocavo, subii un piccolo incidente alla testa e i miei genitori dovettero portarmi in pronto soccorso per farmi suturare la ferita: continuavo a lamentarmi, tutti credevano per via del dolore, ed invece il vero motivo era che mi avevano tolto il pallone! Lo dissi al dottore che mi stava medicando e lui, quasi incredulo, me ne fece avere uno: morale della favola smisi di lamentarmi e tornai ad essere tranquillo, nonostante il grande dolore.

 

Come una semplice passione si è trasformata in qualcosa di più serio?
Cominciavo a rendermi conto di essere più bravino rispetto ai coetanei con cui solitamente mi misuravo e la mia volontà di intraprendere la carriera da calciatore professionista cresceva giorno dopo giorno: a dieci anni fui opzionato dal Bologna e a soli dodici, con esattezza il 29 agosto 1989, mi trasferii a Casteldebole (quartier generale del Bologna) per cominciare la trafila nel settore giovanile dei felsinei.Non fu semplice andare via di casa così piccolo, mio padre appoggiava la mia scelta ma mia madre era contraria. Almeno un paio di volte i miei mi portarono via da Bologna per tornare a Bari, mia città natale; facevo il diavolo a quattro per ritornare in Emilia e continuare ad inseguire il mio sogno e alla fine la mia testardaggine ha avuto sempre la meglio. Ero parte della cosiddetta scuola adriatica, miei compagni di squadra erano, tra gli altri, Giuseppe Campione (deceduto in un incidente automobilistico nel settembre 1994 ed al quale è intitolata la Curva Ovest dello stadio di Ferrara), Giuseppe Anaclerio, Martino Traversa e Paolo Negro. La nostra guida era Sandro Tiberi (ex centrocampista che nel corso della carriera ha vestito anche la maglia neroverde nel bienno 1960-1962), una grande persona che ci ha inculcato la mentalità del “sacrificio” per raggiungere l’obiettivo.
Il mio unico desiderio era arrivare in serie A, conscio che se intraprendi quel tipo di vita e non punti ad arrivare al top parti già sconfitto: non ci sono riuscito ma almeno so di averci provato con tutte le forze.

Come hai vissuto gli anni successivi al fallimento del Bologna fino al tuo esordio tra i professionisti a Castel S. Pietro?
Ho trascorso quattro anni bellissimi a Bologna e ho esordito in primavera il 7 febbraio 1993 in un Bologna-Spezia. Purtroppo alla fine di quella stagione il Bologna fallì e decisi di lasciare l’Emilia per andare a giocare a Bari. Da barese però mi resi conto subito che non era l’ambiente adatto per crescere come volevo, sia dal punto di vista mentale che per le strutture sportive preferivo di gran lunga il nord e volevo assolutamente tornarci. L’ anno successivo si aprì la possibilità di andare all’ Iperzola di Zola Pedrosa (a pochi passi da Bologna) e non me la lasciai sfuggire: ero stato abituato sin da adolescente a vivere da solo e gestire la mia vita in maniera indipendente e non vedevo l’ora di tornare a farlo.
Fu una scelta azzeccata, sentivo molta fiducia intorno a me, ero rinato. L' allenatore era Carlo Regno che, dopo diversi anni di esperienza nel settore giovanile del Bologna, è diventato uno strettissimo collaboratore di Davide Ballardini in serie A sulle panchine di Cagliari, Palermo e Genoa. Miei compagni di squadra erano alcuni ex calciatori rossoblù come Fabio Poli e Paolo Stringara.Conoscevo bene Carlo già dalle giovanili del Bologna, grande persona e grandissimo conoscitore di calcio tanto che avrebbe meritato una panchina di serie A tutta sua. Fu un ottimo maestro ed ancora oggi ne serbo un ricordo fantastico.
Dopo l’esperienza di Zola Pedrosa, dove ebbi modo di conoscere Antonio Di Natale agli inizi di carriera, andai a Castel S.Pietro. Era una realtà molto piccola ma ben organizzata, riuscimmo a vincere il campionato di serie D e disputai delle buone annate attirandomi le attenzioni di diversi club di serie B.

 

Attenzioni concretizzatesi con il passaggio alla Pistoiese...
Probabilmente gli osservatori toscani mi avevano messo gli occhi addosso durante una amichevole Pistoiese-Castel San Pietro in cui siglai una doppietta: ero appena rientrato da un infortunio e davanti agli “arancioni” guidati in panchina da Andrea Agostinelli perdemmo 7-2; realizzai due gol, il secondo direttamente su punizione fu talmente bello che lo ricordo ancora oggi.
Nell'estate 2000 passai quindi nelle fila pistoiesi, sarei andato a giocare anche gratis in serie B pur di realizzare il mio sogno. In estate mi preparai correndo sull’asfalto del lungomare di Bari in modo da arrivare in forma al ritiro, mi sentivo prontissimo! A Pistoia mi allenavo con gente del calibro di Max Allegri, Ciccio Baiano, Adrian Ricchiuti, Cristian Biancone, Girolamo Bizzarri, tutti grandi professionisti e giocatori dai quali cercavo di carpire ogni segreto. Allenarti con gente di quel livello ti fa crescere mentalmente e tecnicamente.
Con me, tra i più giovani, c’erano anche Andrea Barzagli, che non ha bisogno di presentazioni, Francesco Valiani ed Alessandro Evangelisti con un futuro tra serie A e B.Fu un precampionato ottimo ma il mio procuratore spingeva affinché andassi a Macerata in C2; sapendo che sarebbe stata dura avere chances di giocare con continuita', visti i grandi attaccanti che avevo davanti, alla fine mi lasciai convincere ad andare via. Col senno di poi ti dico che fu un grandissimo errore, durante la stagione due attaccanti si infortunarono ed altri tre andarono via e, se fossi rimasto, probabilmente sarei andato in panchina e avrei potuto giocarmi le mie carte in serie B.


Com’è nata l’opportunità di Chieti?

A Macerata la situazione societaria non era delle migliori, un po’ come il mio rapporto con il DS di allora Gianni Rosati. Mauro Traini e Gabriele Morganti mi conoscevano bene e quando il mister allenava a Senigallia me lo ritrovai spesso come avversario, chiesero informazioni sul mio conto e nacque la possibilità di uno scambio con Sergio Filipponi. Arrivai a Chieti il giorno prima del derby casalingo contro il Lanciano del 29.10.2000 ed esordii all’Angelini la domenica successiva contro l’Imolese servendo l’assist vincente a Beppe Aquino per la nostra vittoria 1-0.

 

E’ stato difficile entrare in un gruppo già rodato?
Era un gruppo favoloso che ha segnato un momento particolare della mia carriera e mi ha regalato degli insegnamenti che mi porto ancora dentro oggi. L’esperienza in neroverde mi ha fatto capire qual è l’essenza vera di vivere una squadra di calcio, cosa significa essere un gruppo: in qualsiasi categoria fare spogliatoio è difficilissimo ma a Chieti tutto è arrivato in maniera naturale.
Ho trovato un gruppo meraviglioso, testimonianza ne è il fatto che ancora oggi, dopo quindici anni, ci teniamo sempre in contatto tramite whatsapp: un insieme di ragazzi, giocatori in prestito e con tanta voglia di rivalsa, che sprigionava dal suo interno una forza sovrumana capace di valicare qualsiasi difficoltà. Quell’esperienza è un marchio indelebile che mi resterà dentro per tutta la vita, ho la pelle d’oca solo a parlarne. Ti faccio un esempio: uscivo spesso con Mauricio Sanguinetti che in pratica mi aveva soffiato il posto da titolare ma tra di noi esisteva soltanto una concorrenza fraterna e leale. Era incredibile vedere che chi non giocava era felice tanto quanto chi scendeva in campo. Dal punto di vista tecnico eravamo certamente meno attrezzati di altre compagini ma, grazie a quello spirito indomito e al mister che ci ha guidati alla grande, abbiamo fatto un’impresa indelebile per noi e per tutto il popolo neroverde.

 

Dividevi l’attacco con Beppe Aquino, non eravate dei giganti eppure riuscivate a completarvi l’un l’altro e il vestito tattico di ripartenze veloci cucito per il Chieti dalle mani sapienti di Morganti vi cadeva a pennello. Parlaci della vostra convivenza sul terreno di gioco.
Io e Beppe avevamo un rapporto di rispetto e fiducia reciproca fuori e dentro il terreno di gioco, oserei dire che ci sentivamo quasi fratelli, un ottimo feeling che si riscontrava anche in campo. Il credo tattico del mister era chiudere tutti gli spazi agli avversari con il nostro 3-5-2 e sfruttare al massimo la velocità e la tecnica mie e di Beppe in fase di ripartenza: eravamo una squadra molto compatta pronta a sacrificarsi in fase di ripiegamento e a colpire l’avversario al primo errore col morso velenoso delle nostre qualità.

 
In quella stagione hai siglato alcune reti di fondamentale importanza come a Russi e a Gualdo dove con due punizioni ci hai regalato due vittorie 1-0. Quale rete ricordi con maggiore affetto?
Sono affettivamente legato alla rete su punizione di Gualdo, soprattutto perché regalammo una gioia ai tifosi che si erano sobbarcati un viaggio lunghissimo e impervio in pullman per venire a sostenerci; ricordo Fabio Grosso sul pallone, mi toccò la sfera ed io lasciai partire un fendente che aggirò la barriera e si infilò alla sinistra del portiere, fantastico!

 


Anche il tuo gol dell’ex a Macerata non fu niente male...
Mi hai anticipato, stavo per dirlo io. A parte la rivalsa personale ed il gol di destro (non proprio il mio piede preferito) ricordo una partita giocata ad alti livelli da tutta la squadra, con una caldissima e numerosissima tifoseria al seguito. Io, Beppe Aquino e Grosso facemmo ammattire la difesa biancorossa e siglammo una rete a testa: a volte guardo il servizio televisivo della partita firmato da Sergio Zappalorto che nel suo commento incensava me e Beppe come una coppia terribile di attaccanti.

 

Con l’arrivo di Sanguinetti nel mercato di riparazione hai cominciato a trovare meno spazio nell’undici iniziale. Il mister ti ha dato spiegazioni per questo?
Stavo vivendo un periodo poco brillante fisicamente e mentalmente per problemi personali, avevo appena chiuso un rapporto di coppia di sette anni e la mia vita viveva una fase evolutiva e di cambiamento, tutto questo influenzò moltissimo le mie prestazioni. Sapevo che il mister aveva fiducia in me e me lo dimostra ancora oggi quando ci sentiamo ma il bene della squadra è come sempre al di sopra di tutto: Mauricio era più in forma di me e si è meritato in quel periodo i gradi da titolare. D’altronde per vincere un campionato c’è bisogno di tutti, e il mister è stato bravo a sfruttare sempre la persona giusta al posto giusto. Stessa mia sorte se ricordi toccò anche a Max Barni che con il suo infortunio lasciò campo libero all’ingresso e all’esplosione di Nazario Pignotti. Il comune denominatore di queste storie è il fatto che tra noi non è mai nata nessuna invidia ma solo una sanissima rivalità. Dopo qualche mese però sono tornato in piena forma e il mister ha ricominciato a darmi fiducia e buttarmi nella mischia.

 

Parlaci del rigore sfortunato di Imola.
Nonostante il mio periodo poco brillante prima della partita i tifosi mi regalarono una maglietta con dedica che indossai sotto la divisa da gioco. Entrai nel secondo tempo e riuscii a procurarmi il rigore: mister Morganti che era in tribuna in quanto squalificato voleva che il rigore fosse battuto da Fabio Grosso, il nostro rigorista, ma io avevo troppa voglia di segnare e festeggiare con i tifosi che mi avevano regalato quel pensiero così apprezzato. Chiesi quindi a Fabio di lasciarmi la sfera, calciai angolato sulla sinistra del portiere che con un gran tuffo intercettò il mio tiro deviando in angolo. Il mister a fine partita si infurio' con me e ne aveva ben donde, abbiamo rischiato di perdere una partita ampiamente alla nostra portata e dominata per lunghi tratti, dal canto mio quel rigore sbagliato non riuscì a risollevarmi.

 

Da titolare sei così diventato bomber di riserva e a volte venivi impiegato in corsa come terzo attaccante quando c’era da sbloccare il risultato a tutti i costi, come ad esempio nella trasferta al Franchi di Firenze o a San Marino.
Giusta osservazione, anche a Prato subentrai in corsa. Era una mossa che il mister utilizzava spesso nelle partite un po’ rognose e bloccate tatticamente per cercare di sorprendere le difese avversarie, giocavamo praticamente con quattro attaccanti ma l’equilibrio tattico della squadra non ne risentiva perché la nostra voglia di sacrificio era tanta. Riuscivamo sempre ad essere molto corti e rientrare rapidamente dietro la linea della palla una volta perso il possesso della stessa.

 

La migliore partita della tua stagione.
Contro il Prato all’Angelini, datata 26 novembre 2000. Facemmo una partita fantastica vincendo 3-1 e correndo a duecento all’ora, sconfiggendo una delle squadre migliori del girone che oltretutto arrivava a Chieti imbattuta da dieci turni. Corsa, sofferenza e tanta applicazione, una partita memorabile: feci l’assist per il secondo gol siglato da Fabio e, anche se non ho segnato, ricordo la sfida con molto affetto.

 

Giocare nel girone B ha aiutato il Chieti? Sembrava sempre di giocare in casa a parte Rimini, Lanciano e poche altre.
Sembra una frase fatta ma mai come quella stagione i tifosi sono stati il dodicesimo uomo in campo, dal martedì alla domenica il loro sostegno era incessante ed averli al nostro fianco ha significato sempre un vantaggio sia in casa che fuori. Ricordo grandi esodi come a Prato nei playoff in cui ci seguirono in 800 ma anche a San Marino, in generale in tutte le partite il clima era sempre caldo. Certo, evitare le trasferte del girone C in stadi roventi e con tanti spettatori ci ha probabilmente agevolato, ma non dimentichiamoci che il nostro era un girone molto tecnico con squadre attrezzate al salto di categoria come Rimini, Teramo, Lanciano, Castelnuovo e San Marino comunque molto spigolose da affrontare.

 

Se stasera potessi rigiocare una delle partite di quell’annata quale sceglieresti?
Sicuramente la partita in casa contro la Rondinella. Eravamo sotto natale (23 dicembre), non attraversavamo un periodo brillantissimo dal punto di vista fisico e volevamo chiudere bene l’annata e far passare delle ottime feste ai nostri tifosi. Ho segnato il primo gol di testa andando a prendermi il calore e l’abbraccio della curva Volpi, subito dopo ho preso una traversa clamorosa e dopo il raddoppio di Paolo Zaccagnini eravamo quasi sicuri della vittoria. Poi i gol di Ciccio Tavano e Sansonetti al 90° ci lasciarono l’amaro in bocca.
Ecco, vorrei giocarla di nuovo facendo finire in rete quel mio tiro che colpì la traversa, sarebbe stata tutta un’altra musica.

 

Avevate dei riti scaramantici prima delle partite?
Ne avevamo tantissimi, ma più che di un rito vorrei parlarti delle nostre cene a casa di Massimo Drago a Francavilla. Durante ogni serata era immancabile ascoltare la canzone di Renato Zero “E poi”: in quei minuti lo stereo andava a palla, noi calciatori ed il mister ci abbracciavamo tutti e la cantavamo a squarciagola sentendoci una entità unica. Sono emozioni che rimangono per sempre, momenti che suggellavano il rapporto speciale che ci legava in quella stagione, rapporto che ci accomunava anche con i tifosi.

 

Come mai a fine anno sei andato via?
Già a gennaio la Pistoiese, felice delle mie prestazioni, mi contattò per parlare di prolungamento di contratto. Il Chieti era in piena zona promozione mentre la Pistoiese era in gravi difficoltà in serie B, c’era quindi la possibilità (come poi accadde) di ritrovarsi in C1. A Chieti mi sentivo a casa e non sarei mai andato via ma non dipendeva da me. A fine anno, tornato a Pistoia, ritrovai l’ex DS della Maceratese Rosati: con lui proprio non riuscivo ad entrare in sintonia, così decisi di rescindere il contratto che mi legava agli arancioni per trasferirmi al Felsina San Lazzaro in serie D dove mi accordarono un quinquennale con un buon trattamento economico.
Nella mia carriera ho sempre fatto scelte di cuore pensando poco ai soldi e alle opportunità, non mi sono mai venduto e non ho mai avuto problemi a scendere di categoria per legarmi a progetti stimolanti, ma ripensandoci adesso a mente fredda e matura stralciare a 23 anni un contratto con una squadra di serie B è stata una scelta da pazzi. Se tornassi indietro, per il bene della mia carriera, probabilmente non lo rifarei.

 

Un aspetto del tuo modo di giocare sul quale hai lavorato molto ma non sei migliorato come speravi.
La continuità: è stata un po’ il tallone di Achille durante tutta la carriera anche se con la mia maturazione sono riuscito parzialmente a migliorare. Non potevo contare su un fisico prestante ed era fondamentale per me essere sempre al top della condizione per poter giocare bene: Carlo Regno, di cui ti ho parlato in precedenza, mi ripeteva “ Tu devi essere al 100% per giocare”. Quando ero in forma avrei tranquillamente potuto misurarmi con una serie B, ma se non stavo bene facevo fatica a giocare anche nei dilettanti. Col senno di poi posso dire che Carlo aveva proprio ragione.
Dopo qualche partita fatta bene spesso sentivo il bisogno di stare un po’ fuori e ricaricare le pile, se potessi tornare indietro cercherei di migliorare questo aspetto.

 

Dopo l’esperienza teatina e la firma con il San Lazzaro come si è sviluppata la tua carriera?
Ho girato parecchio tra Val di Sangro, Villacidro, Calenzano, Jesi fino ad intraprendere la carriera da allenatore nel 2014 con l’Altinrocca in eccellenza. Sono arrivato a gennaio e ho trovato una situazione assurda: pensa che a volte ho dovuto anche farmi carico di accompagnare i ragazzi a far la spesa pagandola di tasca mia. Ero alla prima esperienza ed essere riuscito a guadagnare il rispetto dello spogliatoio e di giocatori come Giovanni Loseto con un passato in serie B è stata una grande soddisfazione. Abbiamo disputato un ottimo girone di ritorno che però non fu sufficiente per salvarci. La stagione successiva sono andato a Lugano ad allenare le giovanili ma dopo qualche mese gli impegni familiari mi hanno riportato alla base. Mi sono quindi trasferito a Palombaro in promozione subentrando anche qui in corsa: abbiamo ottenuto il triplo dei punti del girone di andata ma non siamo riusciti ad evitare la retrocessione ai playout. Ora sono ad Atessa in 2° categoria, le cose vanno bene, i ragazzi ascoltano, siamo primi a punteggio pieno, c’è sempre un buon pubblico ad assistere alle nostre partite e alle spalle c’è una società organizzata che vuole fare le cose per bene. Non è facile allenare in queste categorie ma io ci metto la stessa passione ed applicazione come se allenassi in serie A e gli insegnamenti ricevuti dentro e fuori dal rettangolo di gioco a Chieti mi aiutano molto nella mia attuale professione.

 

Come mai hai scelto di rimanere a vivere in Abruzzo e cosa ti piacerebbe fare da "grande"?
Durante l’annata in Val di Sangro ho conosciuto la mia attuale moglie che è di Roccascalegna, è incredibile come la storia della mia vita sia legata all’Abruzzo per me terra di svincoli e scelte . Ho vissuto anche tre anni a Ferrara, ora abito a Selva di Altino, gestisco un negozio di profumi, cosmetici ed accessori e ho due splendidi bambini. Non ti parlo di progetti futuri per scaramanzia perché ci sono un po’ di cose che bollono in pentola ma la passione per il calcio non mi è passata e sono certo non passerà a breve.

 

L’esperienza di Chieti è stata la migliore della tua carriera?
Ne ho fatte diverse, in contesti molto differenti tra loro, in categorie superiori ed inferiori, di tante serbo un bel ricordo ma se fossi un pittore direi che il quadro riuscito alla perfezione è quello teatino dove tutte le componenti erano al posto giusto.
Dopo aver vissuto l’esperienza di Chieti le altre piazze mi sembravano niente, voi teatini siete molto attaccati alla squadra di calcio: tuttora mi capita di incontrare per lavoro persone di Chieti che a distanza di 15 anni ricordano per filo e per segno quell’annata.
Chieti ha bisogno di trovare persone che portino entusiasmo e che con una politica di piccoli passi conducano di nuovo la squadra dove merita di stare.
A Chieti ho trovato una passione smisurata per il calcio, capisco la sofferenza odierna dei teatini che in un momento così cupo per la loro storia calcistica contestano e soffrono, ma io so che se sono coinvolti in maniera seria ti danno una grande mano. Dopo tanti anni negativi avete solo bisogno di risvegliare quella passione che sicuramente non avete perso e tornare agli antichi fasti, spero con tutto il cuore che quel momento arrivi il prima possibile.

 

Grazie Michele per la lunga chiacchierata e per la tua disponibilità, in bocca al lupo per i tuoi progetti futuri.
Grazie a te, un saluto a tutti i tifosi neroverdi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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