Continuano i cannoneggiamenti e le “visite” del solito aereo che ogni tanto sganciava qualche spezzone per colpire le strade di accesso al fronte. Andiamo con ordine. 
I colpi di cannone che provenivano dalle batterie piazzate vicino al fiume Moro fin dal mese di ottobre, seguitarono a preoccuparci anche dopo che questo “famoso” fiume fu attraversato per la battaglia di Ortona.
Fino a quel momento per tutto l’inverno gli alleati si attestarono sulle sue sponde. Io mi chiedevo sempre se la mancata avanzata fosse dipesa da ostacoli insormontabili sul terreno o a calcoli strategici (Cassino?). 
A fine guerra dopo diversi anni, andai a visitare questo posto, una mia parente si sposò con un cittadino di Villa Rogatti frazione di Caldari in quel di Ortona e l’abitazione distava forse un chilometro più o meno da questo fiume che volevo vedere con i miei occhi. 
Il fiume Moro è inserito tra due costoni ed un ponte collega il lato sud di Villa Rogatti-Caldari al lato nord della cittadina di Frisa. 
Giunti con l’auto all’imboccatura del ponte scendemmo (ero accompagnato da alcuni parenti del posto) e vidi in fondo un rigagnolo, é il famoso Moro che impedì agli alleati di attraversarlo e venirci a liberare a suo tempo! 
Mi risposero che quell’anno il clima fu inclemente e quando quel “ruscello” si ingrossava era molto difficoltoso attraversarlo e poi il terreno circostante era molto fangoso. Convenni che il terreno si prestasse a ritardare qualsiasi spostamento ma esistevano i mezzi adatti di guerra per passare oltre e i nostri timori, allora di ostacolo insormontabile da superare, erano infondati. 
In guerra ci sono stati attraversamenti di fiumi o corsi d’acqua veramente memorabili, per questo sono sempre convinto che la mancata avanzata sul fronte tirrenico abbia fatto ritardare lo sfondamento sul fronte adriatico e principalmente nella zona di Ortona. Da qualche mese la guerra di movimento stava diventando una guerra di posizione, inchiodati da diversi mesi e noi dietro le linee ad aspettare. L’aereo che spesso di sera veniva a farci visita e, che non abbiamo mai potuto individuare anche a cielo sereno, faceva sentire la sua presenza con il rombo del suo motore. 
Ci affascinava il suo girare e guardando in lato un pensiero anche al suo pilota con i suoi timori e responsabilità, ma nello stesso tempo ci si preoccupava per gli effetti disastrosi che potevano avere da un momento all’altro lo sganciamento di bombe. 
Due scoppi ci fecero sussultare e ci richiamava alla realtà, una bomba colpì un grosso palazzo a noi molto vicino a fianco dell’Istituo Industriale ed un’altra nella zona del cimitero di S.Anna. Molto panico e scendemmo giù nella strada.
La bomba che aveva colpito il tetto del palazzo a noi vicino, non aveva creato grandi danni ma, sembrava che nessun civile fosse coinvolto. C’erano già voci che davano per sgomberate alcuni fabbricati nella zona di S.Anna e che l’altra bomba (era uno spezzone) aveva colpito un fabbricato e si diceva che gli abitanti erano stati avvertiti. 
Si passò la notte non molto tranquilla e la mattina abbastanza presto ci svegliammo e ci affacciammo al balcone posto ad est e che guardava il mare e cercammo di vedere la zona di s.Anna che era a poche centinaia di metri. Si poteva vedere benissimo le due palazzine delle case popolari che c’erano state dette sfollate per il pericolo di una bomba inesplosa. Eravamo intenti a guardare e commentare sulla presenza in quell’edificio di una famiglia che in precedenza abitava sotto il nostro appartamento, quando improvvisamente un gran boato e un’ala dell’edificio precipitò con gran fragore e si alzò una gran nube di polvere e calcinacci. 
Dopo un po’ scendemmo per strada e una folla commentava questo crollo e tra loro c’erano i membri della famiglia in questione che abitavano nell’ala precipitata, stavano raccontando la loro piccola odissea. Il figlio, mio amico d’infanzia, sposato con una ragazza del nostro rione che ora risiede a Milano, mi raccontò i fatti. Cos’era successo? La sera prima l’aereo sganciò un terzo spezzone che s’infilò nella cantina di uno dei due edifici, la cosa fu notata dal rumore o altro, da una pattuglia tedesca che fece sgomberare tutte e due le palazzine. Quella notte tutti furono costretti a lasciare l’abitazione in fretta perché si supponeva che la bomba fosse a scoppio ritardato, cosa poi che si avverò. Le persone non fecero in tempo a portare qualcosa con loro e questa famiglia passò la notte presso conoscenti, poi la mattina dopo il crollo dello stabile, le autorità assegnarono loro un alloggio nei locali del Convitto nazionale all’uopo attrezzato per sfollati e senza tetto. 
Da quell’esplosione non ci furono feriti gravi ma si venne a sapere che nell’altra bomba caduta nella stessa zona e descritta prima, morì una persona. Lo sgombero della città era una cosa seria e su questo uscì un manifesto del Comando tedesco che intimava ai “cittadini sfollati” di abbandonarla entro il 15 febbraio, mentre i residenti di Chieti, borgate e di Chieti Scalo entro il 15 marzo. Seguì poi un altro manifesto con i dettagli dell’operazione. Noi dovevamo sfollare per primi: 7 febbraio-1^Sezione.
Era richiesto lo sgombero di quanti abitavano in Via Padre Alessandro Valignani fino all’incrocio con la Via Generale Berardi. Le autorità civili e militari preparavano i permessi d’esenzione a vari strati di popolazione e noi studenti avevamo una specie di lasciapassare (tessera verde) poiché eravamo considerati(dai 12 ai 16 anni)non adatti ad un tipo di lavoro faticoso. 
Le trattative per lo sfollamento della città continuavano, nel frattempo il comando tedesco aveva fatto imporre negli ingressi principali della città dei cartelli fissi piantati nel terreno, dove si diceva che l’ingresso era vietato alle truppe tedesche.

Una mattina collocarono un cartello all’ingresso di Via Arniense all’altezza della scuola elementare e per passare eravamo obbligati a mostrare i permessi. I controlli erano effettuati, se non ricordo male, da carabinieri arruolati dal nuovo governo della repubblica sociale ed anche da elementi della Guardia Nazionale. Tutto questo non bastò perché alla fine di gennaio il comando tedesco fece affiggere un manifesto che annunciava lo sgombero della città entro la metà di marzo. 
Dopo l’uscita del primo manifesto inerente lo sgombero della città apparve un nuovo manifesto, questa volta del podestà che invitava di presentare domande per gli ammalati non trasportabili che dovevano rimanere in città. Insomma ci fu una serie di provvedimenti sia da parte delle autorità tedesche che di quelle italiane. Noi sapevamo che c’erano delle trattative in corso tra autorità civili italiane, Arcivescovado con l’arcivescovo Venturi, comandi tedeschi ed autorità Vaticane. Ai primi di marzo Chieti fu considerata “Città aperta”. (le vicende su Chieti Città aperta sono descritte nel libro di A.Meloni-Chieti Città aperta” relazione storica-Stampa. Nicola De Arcangelis-Pescara-1947).La cosa accadde qualche giorno dopo la liberazione e fu un’emozione grandissima! 
Le scuole erano già riaperte dai mesi scorsi e le notizie sul fronte si facevano più rare perché i tedeschi avevano imposto una specie di coprifuoco sulla radio, c’erano state delle perquisizioni in diverse abitazioni ed anche nel nostro appartamento. Non sono andati a fondo ma, secondo noi, era un preciso avvertimento. In pratica era vietato ascoltare Radio Londra! Si sapeva che molti avevano attraversato il fronte per andare dall’altra parte. Qualcuno disse che c’erano stati degli attraversamenti via mare con gomme da camion per approdare ad Ortona, ma si pensava che per l’invernata gelida fosse abbastanza difficile. Non abbiamo saputo se la cosa fosse stata portata a termine. I bombardamenti aerei e cannoneggiamenti erano intervallati ma continui. Poi ancora i razionamenti. Eravamo ormai cresciuti dal 1940 con il sistema razionamento e ci eravamo anche abituati. Tutto razionato, quando dico tutto è proprio così. Ho visto fare la fila, con sistema del razionamento, per sigarette, vino, vestiti ed altri generi.

Non ero mai andato in un negozio senza tessera e pensavo: come sarebbe bello andare al forno e comprare liberamente del pane, dire semplicemente “ne vorrei un chilo” e pagare.
Evidentemente stavo diventando grande! Alcuni sportivi cominciarono a pensare al calcio e con alcuni giocatori cercarono di riportare il calcio in città. 

La squadra messa su alla peggio, dopo allenamenti alla Civitella, disputò vari incontri amichevoli con formazioni dai nomi originali: Liberi calciatori, Siculi-Calabresi, Audace Sfollati Pescara-Francavilla con elementi che si trovavano in città per lo sfollamento.
La squadra del Chieti cercò di attrezzare alla meglio queste squadre ma all’epoca avere indumenti da giochi, specie le scarpe, era una bell’impresa. Si giocò cercando di dimenticare i disagi e specie quelli che erano sfollati lontani dalle proprie case. La squadra del Chieti era formata da giocatori dei campionati passati che ancora erano residenti in città con l’aggiunta di qualche giovane. 
Ricordiamoci che molti giovani avevano dei permessi speciali per circolare in città, specie per tutti gli studenti. In diverse regioni del nord molte squadre giocarono tornei provinciali e in altre quali la Lombardia, Veneto ed Emilia si giocarono tornei ed i vincitori si dovevano affrontare per poi giocare con chi avrebbe vinto il Campionato Alta Italia.

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