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Il White House brulica di gente, le macchine sulla Tiburtina rallentano e le luci dentro lo stadio lo illuminano. Chi gioca? Nessuno, oggi non si gioca. perché il Chieti è morto e i suoi tifosi invece sono vivi. E vogliono dimostrarlo. Quale dei due Chieti? Il Chieti SSD, mentre il Chieti FC ieri ha vinto ancora. Ma non si parla ne dell’uno, né dell’altro. Non è un funerale per chi è morto, neppure una festa per chi è nato e già corre. Fa freddo, ma l’elettricità scalda l’aria e la colora di tante piccole particelle neroverdi. La passione le accelera, le illumina e ci inebria facendoci dimenticare tutto, anche l’amarezza di giorni come questi.

Sono le 18:45, qualcuno scalda già le gole, facendoci passare cori e birra. E il brusio sale sempre più di volume. È tempo di incamminarci. Altra sosta di fronte all’ingresso della Curva Volpi, fino a quando la porta cigola e siamo pronti ad entrare. Sul muretto di fronte uno striscione “Chieti d’orgoglio”. Guardi questo popolo e non lo vedi ferito, neppure arrabbiato. È semplicemente e fieramente dignitoso. Ci sentiamo già tanti, ma sapremo davvero quanti siamo solo quando saremo sugli spalti. E quando solleviamo le mani e intoniamo la voce, capiamo che è arrivato il momento della verità.

Ebbene sì: siamo tanti e questo ci fa tirare un sospiro di sollievo perché stasera non era facile essere tanti. Ci sarebbero stati più motivi per non venire che palle e luci su un albero di natale, che scintille nel fuoco di un camino, che addobbi nelle vetrine dei negozi. E che delusioni nel nostro cuore di neroverdi. E invece stavolta neppure quelle ci hanno fermato, forse perché appartengono a qualcuno e qualcosa che non ci sono più. È stato un dolore, però è stato liberatorio. Ma la vera liberazione arriva quando guardiamo di nuovo il nostro stadio, il prato verde e diamo un occhio all’orologio: sono le 19:22 e intoniamo il primo coro.

Arriva la eco. Quanto siamo belli! È come se il “Guido Angelini” ci riconoscesse, è come uno specchio che ci restituisce la nostra immagine: “voi siete così” sembra dirci dandoci la speranza che possiamo esserlo ancora, dandoci la conferma che quello che ci ha spinto qui stasera non dipende dalle proprietà, dai fallimenti, dagli allenatori e dai giocatori, ma da qualcosa di più profondo che sta nelle radici di ciascun filo di erba che ci sta di fronte. Per questo non potrai mai estirparla, anzi la vedi già ricrescere, fresca e lucente, pronta a cibare altri eroi, a farsi segnare da altre storie pronte per essere raccontate. C’è chi si abbraccia e c’è chi piange, chi ride e chi urla tra bandiere e fumogeni che colorano l’aria di rosso, percossa da mani, sciarpe e tamburi.

Ci sono anche le ragazze della Femminile Chieti, ci sono mister Di Camillo, Giustino Angeloni, i personaggi storici della curva, i fratelli di Monopoli e anche gli assenti, come Clelio Spanò e Maurizio D’Orazio. Se non mollano loro, noi non possiamo permettercelo. C’è tutto ciò che amiamo, ma anche quello che odiamo. In una serata come questa non possiamo essere ipocriti: ne abbiamo per i nostri avversari, per chi ci ha lasciato senza squadra, per i politici con la sciarpa ad orologeria e, alla fine, anche per noi stessi. Qualche colpa ce l’abbiamo anche noi, ma almeno noi stasera ci siamo e allora ci meritiamo un applauso. Perché Chieti siamo noi, perché noi siamo vivi, perché noi non moriamo mai!

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