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Dottore, dove vuole che ci sediamo? “Lì, nel tavolo ad angolo, il posto preferito da Hemingway!” Ore 16 di qualche giorno fa in un bar del pieno centro teatino, dalle prime parole pronunciate si evince la signorilità del personaggio che stiamo per intervistare. Sono trascorsi diversi lustri da quando la sua frequentazione con la nostra piazza era quotidiana ma la sua signorilità è rimasta immutata nell’aspetto, nell’animo e nel modo di fare.
“Generalmente mi siedo sempre nel tavolino ad angolo dando le spalle al resto del locale, in modo da mimetizzarmi e non farmi riconoscere da eventuali tifosi che vogliono contestarmi” – si schermisce sorridendo e perorando la sua scelta, che assecondiamo con molto piacere: tolto l’elegante cappotto blu ci siede di fronte e cominciamo a conoscerci e riconoscerci.
Stiamo parlando di Claudio Garzelli, che dopo aver difeso in pantaloncini i pali neroverdi per due stagioni dal 1970 al 1972 ha scolpito su pietra la storia del nostro Chieti dal 1985 al 1994 ricoprendo il ruolo di direttore sportivo sotto le presidenze di Barbiero prima e dell’indimenticato Mario Mancaniello poi.
Per un calciatore professionista la cosa più difficile è proprio togliersi i pantaloncini – ci racconta mentre cominciamo a sorseggiare il caffè al vetro appena servitoci – la fine della carriera arriva sempre improvvisamente, non programmata. Fu così anche per me, avevo giocato un ultimo anno da titolare e a buon livello in serie C (a Pontedera ndr) ed improvvisamente mi ritrovai senza spazio e senza squadra. Dovevo ancora decidere se aspettare un nuovo contratto da calciatore o pianificare il dopo carriera e non ero ancora pronto mentalmente a diventare un dirigente.


Nonostante la sua esperienza teatina risalisse agli inizi della carriera da giocatore il legame con la nostra terra non si era mai dissolto.
Esatto. Nel periodo teatino avevo conosciuto quella che poi è diventata mia moglie, i motivi sentimentali mi portarono a mettere radici in terra abruzzese ancora oggi ben salde visto che vivo a Torrevecchia Teatina.

E così la sua carriera dirigenziale partì da Chieti e dal Chieti. Grazie a chi?
Devo dire grazie al qui presente Franco (Zappacosta ndr) che mi disse “Perché non dai una mano al Chieti?”. Erano passati alcuni mesi dalla fine del campionato e non avevo ricevuto nuove proposte come giocatore, pensai seriamente alla cosa, mi convinsi e mi avvicinai alla società dell’allora presidente Barbiero, un giovanotto molto dinamico con una gestione un po’ fuori dalle righe.
Per la prima volta entravo a contatto con una società di calcio vivendola dall’interno: la laurea conseguita in scienze politiche e l’aver seguito l’iter della legge sul professionismo sportivo come componente dell’associazione dei calciatori mi aiutarono in quella esperienza, ma la realtà che mi trovai di fronte fu totalmente diversa da quella studiata sui libri.
Quelli con Vittorio Barbiero furono mesi difficili ma estremamente formativi, mi hanno permesso di sfilarmi i pantaloncini da portiere e diventare il dirigente di quelli che fino a qualche giorno prima, per età, potevano essere i miei compagni di squadra.


Quindi l’incontro con Mario Mancaniello che cambiò la sua vita.
Incontrai il dottore per la prima volta al termine della stagione 1984-85, fu un incontro fulminante. Mancaniello ebbe un impatto straordinario con la società e con la piazza: non toccò nulla, volle che tutti restassero ai propri posti per conoscere e vedere bene la situazione, lasciò addirittura Barbiero presidente! Mario è stata la persona più illuminata che io abbia mai conosciuto nel mondo del calcio, ho avuto presidenti di tutti i tipi, grandi imprenditori in squadre di serie A ma una persona illuminata come lui non l’ho mai conosciuta. Se fosse stato presidente di una società con un potenziale maggiore del Chieti o con un bacino d’utenza diverso avrebbe fatto grandi cose, nulla toglie che se fossimo stati più fortunati nella nostra esperienza teatina avremmo anticipato la storia di alcune piccole realtà di provincia di oggi che sono arrivate molto in alto.

L’interregno Barbiero-Mancaniello non ebbe però lunga vita…
Con la copertura economica di Mario Mancaniello, Vittorio Barbiero da presidente non si comportava benissimo, si muoveva per fatti suoi senza mai mettermi al corrente delle cose.
Preoccupato dalla situazione andai da Mancaniello chiedendogli di non accomunare il mio nome ed il mio lavoro a quello del presidente ed il dottore mi rispose “Lei non si preoccupi io vedo quello che devo vedere”. Un atteggiamento di una serenità sconcertante, quasi spiazzante: mi tranquillizzò in assoluto senza stigmatizzare o drammatizzare la situazione, fu un momento molto delicato grazie al quale il nostro rapporto si fortificò e crebbe in fiducia e rispetto.

Quell’anno ahimè le cose non andarono alla grande con lo sfortunato spareggio di Latina.
Eravamo nettamente più forti e riuscimmo a dilapidare un grosso vantaggio in classifica, la sconfitta nello spareggio fu una delusione cocente. Nonostante questo Mancaniello fu bravissimo ad infondere tranquillità e fiducia alla squadra: la sera stessa dello spareggio asserì “L’anno prossimo vinceremo il campionato con dieci punti di vantaggio” e così fu. Mai vista una cosa del genere nel mondo del calcio…


La mossa vincente per la vittoria del campionato successivo fu tenere Orazi in panchina?

Certamente, merito assoluto di Mancaniello, nessun altro presidente avrebbe fatto la stessa scelta.
Orazi aveva un carattere volitivo, forse un pizzico presuntuoso, un uomo duro abituato a lavorare da solo: probabilmente non aveva un rapporto idilliaco con il patron ma nonostante questo fu la scelta giusta.

Ci ha poco fa raccontato di un momento delicato del rapporto tra lei e il dottor Mancaniello, ne ricorda altri?
Proprio alla fine di quel campionato stravinto ci fu una diatriba tra me e il patron sul nome dell’allenatore. Io ero convinto che Orazi fosse il tecnico giusto per affrontare il campionato di C2, la squadra era forte, seguiva i dettami dell’allenatore ed ero convinto che con lui avremmo potuto raggiungere la C1 in breve tempo. Mancaniello invece aveva avuto una infatuazione per Giammarinaro e spingeva per un cambio di guida tecnica.
Passammo otto ore a discutere nel suo ufficio, fino a sera e fuori dai cancelli dopo la chiusura, ovviamente l’ultima parola l’ha avuta lui e da quel momento Giammarinaro divenne il mio allenatore.

Ma allora perché la panchina di quel Chieti fu affidata a Bruno Pinna?
Giammarinaro non voleva affrontare di persona l’impatto con la panchina ed accollarsi la responsabilità diretta da allenatore. Cercò di acquisire una figura diversa, una sorta di direttore tecnico al di sopra dell’allenatore, facendo leva sull’amicizia nata con Mancaniello.
Pinna era un brav’uomo ma la formazione la faceva Giammarinaro. Mi dissi che non era possibile gestire a lungo una situazione così ambigua, un allenatore che controlla un altro allenatore: cominciai a pressare il patron alfine di sistemare questo equivoco, sono situazioni che finché riesci a gestire va tutto bene ma nel calcio le cose cambiano in maniera repentina e poteva rivelarsi una situazione molto dannosa. Alla fine Bruno Pinna andò via.


Quel Chieti come già accennato era già una buona squadra, perché rivoluzionare ogni anno diversi titolari? Faccio un nome su tutti, quel Fabio Fiaschi idolo della tifoseria, mandato altrove dopo lo spareggio di Cesena.
In quel caso la scelta fu del patron che non amava particolarmente Fiaschi, forse mal consigliato da Giammarinaro, ritenendolo a volte poco grintoso. Al contrario io stravedevo per lui. Fabio era determinante nel gioco di Orazi, le sue accelerazioni fulminee le ricordiamo tutti, ma era un “9 ½” di difficile collocazione tattica per Giammarinaro.
A quei tempi le difese si schieravano ancora con il libero e quindi gli schemi d’attacco sfruttavano poco la profondità, cosa radicalmente cambiata 7-8 anni dopo con l’avvento del gioco a zona. Fiaschi era il Ricardo Kakà di tanti anni prima, se fosse nato qualche anno in ritardo i suoi cambi di passo contro le difese schierate a zona sarebbero stati letali e Fabio sarebbe tranquillamente arrivato a calcare i campi di serie A.

La gestione tecnica Giammarinaro fu molto pesante dal punto di vista economico?
Sono tuttora convinto che quella scelta rallentò la nostra crescita, abbiamo pagato i tre anni di Giammarinaro in termini di costi e minore sviluppo. Era piuttosto un gestore di bravi giocatori che un tecnico che cercava di costruire, era abituato ad avere giocatori importanti e squadre costose e con la sua capacità di persuasione riusciva a convincere la proprietà ad acquistare i calciatori da lui segnalati. Dopo quei tre anni pagammo dazio dal punto di vista economico, resto convinto che avremmo dovuto tenere Orazi, vincere la C2 con lui e poi eventualmente cambiare.
Feliciano era più gestibile, le richieste di Giammarinaro arrivavano direttamente sul tavolo di Mancaniello senza il filtro di chi si preoccupava delle questione economica della squadra.


Da quello che mi dice evinco che la sua figura ne uscisse sminuita.

In parte si, ma lui non poteva fare mercato da solo. Sceglievo i giocatori ascoltando le esigenze dell’allenatore, nella mia carriera da direttore sportivo ho sempre pensato che deve esserci
interconnessione tra DS ed allenatore e sempre auspicato che lo stesso avesse un ruolo più fattivo all’interno della società, per poter costruire qualcosa di più stabile e duraturo a lungo termine. All’epoca non c’erano i procuratori e forse era anche più facile.


Com’è nata la scelta di Ezio Volpi?
Dopo aver speso tanto e non aver raggiunto il risultato sperato Mancaniello era delusissimo. La sconfitta di Cesena, l’episodio dell’abbandono della panchina durante Chieti-Fano, ultima giornata della stagione 1989-90 avevano reso Giammarinaro “impresentabile”.
La società era col fiato corto dopo aver dilapidato tante risorse finanziarie, alcune delle quali canalizzate dal gruppo privato del patron alla Chieti Calcio: constatato il fallimento della sua scommessa sulla guida tecnica, Mancaniello si disimpegnò e mi chiese di occuparmi personalmente della scelta del nuovo allenatore.
Mi venne così in mente Ezio Volpi, esperto della categoria, gran brava persona, tecnico che da giocatore mi ero trovato spesso di fronte e le sue squadre mi avevano sempre impressionato per compattezza ed ordine tattico. Ezio veniva da una annata non entusiasmante alla Lodigiani, io conoscevo il dirigente romano Sagramola, mio caro amico ancora oggi, e nacque così l’idea.


Un po’ un rischio, visto che i ritorni non sono quasi mai vincenti.
Per me non era un ritorno visto che Ezio era stato a Chieti in un momento difficile dal punto di vista societario ma che ovviamente non mi aveva visto protagonista. Ho pensato anzi potesse essere il momento del riscatto anche per lui.
Mi ritrovai quindi a scegliere un allenatore importante per la categoria senza avere una lira in cassa. Per racimolare il denaro necessario per andare avanti dovetti vendere Baglieri al Ravenna per 650 milioni di lire e riprendere Stefano Sgherri. Avevo avvisato Ezio delle difficoltà economiche, lui fu comprensivo e non mi fece pesare la cosa, sapeva che eravamo soli e dovevamo aiutarci a vicenda.
Nel mercato di novembre gli feci però un regalo, quel Gianni Cavezzi di cui Ezio mi aveva parlato ma mai richiesto espressamente, lo aveva conosciuto ed apprezzato ai tempi della Lodigiani.
Ricordo ancora il pomeriggio a Milanofiori, sede del calciomercato dell’epoca, durante il quale chiudemmo l’affare e l’arrivo di questo piccoletto dalla forza incredibile che insieme a Picconi, anche lui richiesto da Ezio, si rivelarono gli innesti decisivi di quella stagione.


Quella formazione era espressione di una impressionante stabilità. Dopo il ritorno in C1 si poteva ambire a qualcosa in più?
E’ stata una delle squadre più forti che io abbia mai avuto nella mia carriera da dirigente. Vincemmo meritatamente il campionato di C2 e l’anno dopo pagammo dazio alla fortuna. Dopo gli infortuni gravi dei vari Feola, De Amicis, D’Eustacchio e Consorti fummo costretti ad andare a pescare alcuni ragazzi dalle giovanili, ma le qualità non potevano essere le stesse. All’epoca il mercato di riparazione si svolgeva nel mese di novembre e gli infortuni furono tutti successivi al mercato, avessimo avuto una finestra a gennaio avremmo sicuramente potuto tappare le falle in maniera migliore.


Ci parli dell’arrivo di Enrico Chiesa.
Un’idea nata dalla mia amicizia con Paolo Borea, allora direttore sportivo della Sampdoria, che mi chiamò proponendomi l’arrivo di Enrico. Lo avevo visto giocare nel Teramo di Del Neri l’anno precedente, avevo apprezzato molto i suoi cambi di passo, ma noi avevamo Mimmo Presicci artefice di un campionato straordinario in C2 e per Chiesa poteva esserci poco spazio. Lo feci presente a Borea che però insistette per farlo venire da noi.

I primi mesi teatini di Chiesa furono molto duri.
Come società abbiamo fatto un lavoro gravoso sul ragazzo, cercando di indirizzarlo nel modo giusto. Arrivando da una squadra di serie A e convinto di tornarci l’anno dopo, il suo impatto non fu dei migliori tanto che lo stesso Ezio Volpi a dicembre voleva liberarsene, stanco ed infastidito dai suoi comportamenti un po’ capricciosi. Borea mi chiamò allarmato per la situazione, ma lo tranquillizzai dicendogli che avremmo fatto cambiare idea ad Ezio: fummo bravi a far capire al ragazzo che il suo ritorno alla Samp passava da prestazioni e comportamenti buoni da tenere a Chieti, altrimenti sarebbe di nuovo andato in prestito, magari in qualche piazza più calda del sud.
Dopo aver preso diverse ramanzine capì come bisognava comportarsi e disputò un girone di ritorno formidabile siglando sei reti e trascinandoci alla salvezza: a posteriori possiamo dire di aver fatto anche un’opera buona per il calcio italiano, indirizzando sulla retta via un giovane calciatore diventato poi uno dei più forti degli anni 90.


L’ obiettivo della società era quello di raggiungere la serie B ?
Non ne abbiamo mai parlato anche se potevamo nutrire ambizioni importanti. La cosa che piaceva di più a Mancaniello era apparire come una organizzazione perfetta, avere una struttura con spirito innovativo in tutte le sue componenti ed in particolare per i rapporti con i tifosi e con la piazza.
Un tipo di organizzazione talmente moderna che si vedeva solo nei grandi club.


Possiamo definire quel primo campionato di C1 datato 1991-92 lo “sliding doors” della storia del Chieti?

Non direi, credo che abbiano pesato di più i tre anni persi con Giammarinaro. Anche la sfortuna ha avuto il suo peso, vincere praticamente cinque campionati ed ottenere soltanto due promozioni è stata dura da mandare giù.


Ci parli del suo divorzio dalla piazza teatina.
Sono andato via al termine della stagione 1993-94 dopo lo spareggio perso a Lentini contro l’Atletico Leonzio ma avevo già deciso di andare via a metà campionato. Affidare la squadra ad Amedeo Assetta, preparatore atletico e non allenatore, fu un chiaro segno di ridimensionamento totale che si evinceva anche dalla struttura della rosa. Nonostante tutto se Di Tommaso avesse tramutato in gol l’occasione a porta vuota nello spareggio siciliano ci saremmo salvati sul campo.
Avevamo problemi finanziari importanti, non so se per cinismo o lungimiranza mi preparai con sei mesi in anticipo al ripescaggio predisponendo tutta la documentazione amministrativa necessaria.
Svolgevo già incarichi in lega e federazione, ero parte del fondo di garanzia e conoscevo bene le dinamiche delle situazioni fallimentari delle società per cui predisposi tutto il necessario: avevo avvertito la società che sarei andato via ma lo avrei fatto lasciando la squadra in C1.
Inviai la richiesta di ripescaggio ed andai in vacanza per staccare la spina, la risposta positiva che ero convinto avremmo ricevuto è infatti arrivata pochi giorni dopo.
Era giunto il momento di andar via lasciando una dote finanziaria importante dopo l’accordo di sponsorizzazione con la Dayco e garantendo la permanenza nella categoria alla squadra.
Ero contento di aver chiuso degnamente una bellissima esperienza lavorativa che però a lungo andare rischiava di diventare un binomio sterile in quanto non c’erano più margini di crescita: negli ultimi sei mesi avevo dato anche delle garanzie bancarie personali, sono stati mesi veramente duri ma per fortuna alla fine ho riavuto regolarmente tutto.

Una sponsorizzazione importante quella della Dayco, tanto che l’inserimento in squadra di Andrea Zucco, figlio dell’AD Giuliano, suonò ai più un po’ strano.
Fu una delle motivazioni che spinse il Dottor Zucco a siglare quell’accordo, investimento di una cifra ingente in una società in declino.


Dopo Chieti arrivò per lei un’altra importante esperienza, il Siena.

Max Paganini, all’epoca presidente dei bianconeri e consigliere federale mi volle in Toscana. Per me fu passare dalla padella nella brace visto che lo stesso Paganini non mi aveva avvisato che per il Siena c’era una richiesta di liquidazione in tribunale. Dopo i mesi con Barbiero i due anni a Siena vissuti nel mare dei problemi economici che attanagliavano la società furono fondamentali per la mia crescita professionale, tanto che in quel periodo smisi di fare il direttore sportivo per dedicarmi al ruolo di direttore generale. Ebbi il piacere di collaborare con grandi allenatori come Silvio Baldini e Gigi De Canio e grazie ad attività un po’ border line riuscii a tenere in piedi la società dal punto di vista economico. Sono state esperienze che ancora oggi mi tornano utili nelle mie attività professionali.

Quali sono i suoi attuali incarichi istituzionali?
Sono la persona che, per conto della Uefa e della federazione italiana, verifica i requisiti organizzativi (e non finanziari) delle società italiane che richiedono la licenza per partecipare alla Champions League ed Europa League, e allo stesso tempo fungo da consulente per le stesse società. Faccio parte della commissione che rilascia le licenze per l’iscrizione ai campionati professionistici nazionali per quanto concerne i criteri organizzativi delle squadre. Per spiegarvi meglio: la Covisoc si occupa della parte amministrativa e legale e la nostra commissione si occupa di questioni strutturali, (stadi) organizzativi e sportivi.
Faccio parte della Covisof, organo di controllo complessivo delle società di calcio femminili di serie A e B, mi occupo della formazione dei direttori sportivi, sono presidente del comitato di direzione dei corsi per direttori sportivi a Coverciano e anche docente ed esaminatore degli stessi.
Dal 2003, anno del famoso decreto “spalmadebiti” o “salvacalcio” del governo Berlusconi, ho cominciato a fare delle perizie per le difese in ambito regolamentare, penale e tributario: tutti i grandi processi, dallo scandalo Parmalat a Calciopoli mi hanno visto protagonista come consulente tecnico. Ultimamente ho redatto una perizia, che si è rivelata vincente, a difesa dell’Atalanta per il tesseramento del giovane Gianluca Mancini.


Durante la sua permanenza nella nostra città quale considera sia stato il miglior affare di mercato?
L’operazione migliore sicuramente è stata quella di Cavezzi. Come migliore attività dirigenziale direi che l’operazione di crescita fatta su Chiesa è stata notevole.
Ma l’operazione di mercato globalmente più interessante è stata quella su Sgherri: Stefano si è dimostrato sempre un valore aggiunto in quanto dava tantissimo alla squadra, ci ha portato denaro quando lo abbiamo venduto ed ogni volta che lo abbiamo riportato a casa il suo rendimento è sempre stato molto alto. E’ stato il calciatore che ha dato di più a squadra e società, nei suoi due trasferimenti l’abbiamo venduto, incassato denaro, riportato a casa e valorizzato di nuovo, Chieti era per lui l’ambiente giusto per esprimersi al meglio.

C’è un calciatore che avrebbe voluto portare in neroverde e non ci è riuscito ?
Sinceramente non me ne ricordo. Abbiamo sempre fatto mercato scegliendo giocatori che dovevano essere rivalutati. Grazie alla forza della nostra società e all’ambiente che avevamo costruito siamo riusciti a valorizzare calciatori che in altre piazze non avevano spazio e a far rendere tutti al meglio. L’elenco è lungo: faccio l’esempio di Genovasi che non ha più fatto bene da nessuna altra parte, come lo stesso Presicci, o Pallanch arrivato da una annata storta ad Imola ed esploso a Chieti.

L’ambiente appunto, un termine pregno di significati.
Quando dico che Mancaniello era una persona illuminata lo si percepisce bene da questa caratteristica. I presidenti di squadre con le quali avevamo chiuso accordi di mercato mi hanno spesso contestato perché, a detta loro, avevo venduto dei “bidoni”. Non era così, i nostri ragazzi a Chieti rendevano al meglio: siamo riusciti a farli crescere in un ambiente molto sereno e tranquillo, a seguirli in ogni loro esigenza, a capire quando potevano avere un problema ed a star loro vicini per risolverlo.
Il calciatore ha delle responsabilità: se tu glie le fai pesare diventano dei macigni ma se tu gli fai capire che è importante restare sereni, che non sarà mai solo, che c’è qualcuno che lo aiuta, acquisisce fiducia verso la società ed è l’humus più bello che ci possa essere.
Onestamente da noi sono passati pochi calciatori di grandissimo valore, anche i giovani che abbiamo costruito in casa non hanno fatto carriere folgoranti, ma la forza del nostro gruppo ci ha permesso di non spendere cifre esorbitanti per allestire rose sempre competitive. Avevamo inoltre una grande attenzione al pagamento degli stipendi, un grande segno di rispetto nei confronti dei ragazzi e non un vizio, come qualcuno potrebbe pensare, visto che il Chieti all’epoca era una società florida. Ci piaceva fare le cose per bene.


Però non venga a dirmi che erano tutte rose e fiori per loro.
Assolutamente! Quando le cose andavano troppo bene ed eravamo alle porte di una gara facile che rischiava di essere presa sotto gamba, li portavo di proposito in alberghi pessimi, loro si inalberavano come iene e la domenica facevano la partita della vita. Nell’arco di un campionato, se non sei attento, rischi di scivolare proprio sulle gare che sembrano facili: ricordo ancora in quelle occasioni le loro facce che mi guardavano in cagnesco perché si dormiva male e non si era coccolati come il Dottor Mancaniello era abituato a fare, mandandoli in alberghi di lusso. I risultati però si vedevano, la domenica i ragazzi sbranavano gli avversari!

Parliamo per un attimo del suo rapporto con la tifoseria.
E’ stata un’esperienza importante anche sotto l’aspetto professionale per me, abbiamo stabilito un rapporto che ha permesso di contenere gli atti esagerati. Chieti era ed è una piazza calda, l’ho vissuta in prima persona da giocatore nei derby con il Pescara per non parlare dell’amichevole del maggio 1987 quando, durante i fuochi d’artificio ed i festeggiamenti per la promozione di entrambe le squadre, i tifosi si picchiavano in campo sulla pista d’atletica.
E’ stato un esperimento vinto, ripetuto anche in futuro in altre piazze, quello di capire che il comportamento dei dirigenti è decisivo ed è da esempio per quello dei tifosi.
Quando una tifoseria si comporta male, andate a monte a vedere come si comportano le società, cosa dicono i dirigenti e troverete la motivazione. Non è una legge scritta, ma in genere è così: in presenza di società che schiamazzano, si lamentano, piangono e fanno vittimismo, i tifosi si sentono autorizzati ad amplificarne i comportamenti e a fare lo stesso.
Il rapporto di fiducia creatosi con i supporters teatini ha permesso agli stessi tifosi di sentirsi artefici di una crescita complessiva della società. Sapendo che noi tenevamo molto alla nostra immagine, loro stessi hanno contribuito affinché l’immagine del Chieti fosse buona. Ricordo Maurizio D’Orazio a capo della tifoseria di un tempo, facemmo una serie di trasferte, treni speciali e non ci fu mai un problema. I ragazzi avevano capito di far parte di un contesto sportivo di valore, hanno compreso le nostre ambizioni e per noi è stata una ulteriore gratificazione. Siamo riusciti a rispecchiarci nei nostri tifosi, una cosa difficilissima da realizzare, noi ce l’abbiamo fatta.

Si fa un gran parlare delle condizioni attuali del terreno di gioco del Guido Angelini, sotto la vostra gestione anche il manto erboso era un vanto.
Oggi parecchi terreni di gioco hanno delle complicanze, pensate soltanto a Firenze ed Empoli che fino a qualche anno fa erano tavoli da biliardo ed oggi presentano numerose irregolarità. Credo che sia colpa in parte del cambio climatico, oltre che del numero di partite.
Anche ai nostri tempi il terreno di gioco dell’Angelini non era dei migliori visto che oltre a disputarci le gare di campionato e coppa ci si svolgevano quotidianamente gli allenamenti.

Concludiamo con un concetto che stavamo sviscerando a microfoni spenti, che sa anche di augurio per i nostri colori.
Si parlava in precedenza della ciclicità di alcune piazze sportive che, dopo aver attraversato periodi di successo e di prestigio attraversano un periodo di oblio. Generalmente, anche dopo diversi anni, ritrovano lo slancio per tornare ai vecchi fasti. Se ci fate caso certi nomi di città, prima o poi, tornano in auge: faccio l’esempio della Pro Vercelli che dopo aver scritto la storia del calcio italiano prima della seconda guerra mondiale è tornata ultimamente a grandi livelli riassaporando il campionato di serie B, di vecchio avevano, ed hanno, solo lo stadio.
Come dicevo in precedenza anche la fortuna gioca un ruolo fondamentale, pensate al Parma di oggi che è tornato in serie A subito dopo il fallimento senza quasi colpo ferire, al contrario ad esempio del Pisa che dopo il fallimento impiegò ben nove anni per tornare in B e un solo anno per retrocedere.


Qual è dal punto di vista tecnico l’elemento imprescindibile per vincere un campionato?
Ricordo che già ai miei tempi c’era la diatriba concettuale se allestire una squadra di “categoria” o una squadra di categoria superiore. Io sono convinto, e la mia esperienza lo dimostra, che in assoluto per vincere bisogna avere una squadra di categoria superiore. Ho sempre ragionato così: “Siamo il Chieti, tutte le altre saranno pronte a triplicare gli sforzi per metterci in difficoltà, noi dobbiamo essere più forti degli altri e avere giocatori che possano fare la differenza dal punto di vista tecnico” Ed ho sempre agito di conseguenza.

Discorso che può essere tranquillamente traslato al Chieti di oggi, ed è quello che tutti ci auguriamo accada.
In queste categorie dipende tutto dalla forza della proprietà, soprattutto se si affronta un campionato di serie D dove investimenti oculati ed una struttura societaria chiara e stabile sono fondamentali. Vedremo cosa accadrà con la paventata riforma dei campionati, si è parlato anche di semiprofessionismo in serie C ma il discorso è ancora in fase embrionale per essere sviluppato a dovere. Oltretutto il presidente Gravina è in carica da poco ed è difficile ora capire quello che avverrà.

E’ scesa ormai la sera, ed insieme a lei la temperatura. Dalla grande vetrina che ci affaccia sulla strada notiamo le calde luci che abbracciano il corso e le persone coperte di tutto punto che cercano riparo dalle sferzate di vento gelido. La chiacchierata è giunta al termine, l’elegante cappotto blu torna sulle spalle del suo legittimo ed altrettanto elegante proprietario che ci saluta con una vigorosa stretta di mano e la disponibilità a risentirci presto.
Caro Dottor Garzelli, è stato un gran bel pomeriggio, non solo di ricordi ma di insegnamenti: le pagine di storia che lei ha contribuito a scrivere devono essere da sprone e da esempio per chi domani vorrà provare a scriverne di nuove, anzi ci sta provando già da oggi.
Grazie di tutto dottore, è stato bello conoscersi e riconoscersi!

 

(si ringrazia Franco Zappacosta per la collaborazione alla stesura dell'intervista)

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