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(foto del 30.03.2003:Chieti-Teramo 1-0)

 

E’ con grande gioia che ospitiamo quest’oggi nel nostro spazio Beppe, al secolo Giuseppe, Aquino, bomber della trionfale stagione 2001. Due anni e mezzo in maglia neroverde, 15 reti realizzate e una grinta fuori dal comune sprigionata dai suoi 175 centimetri di altezza.

Beppegol nasce a Mainz in Germania il 25.09.1979 da genitori di origine campana emigrati per lavoro. “Sono rientrato in Italia a tre anni e della Germania ho solo qualche flebile flashback – ci dice – ma ricordo bene che il gioco del calcio era parte del mio DNA già da piccolissimo. Da bambino tutti i giorni potevi assistere alla stessa scena con mia madre che mi rincorreva con in mano il piatto della “pappa” pronta per farmi mangiare, mentre io tiravo calci al pallone in cortile.
Guardavo le partite di calcio in TV e mi ripetevo: io devo arrivare lì, voglio e devo diventare un calciatore”

E così il calcio è diventato il tuo lavoro
Ho militato nelle giovanili dell’Ascoli fino al mio esordio, nel 1997 in C1, in una partita ad Acireale. Quell’anno misi insieme sei presenze, per un ragazzo di diciotto anni un buon inizio! A fine stagione giocai anche gli europei under 18 con l’Italia, nel 1998 andai a farmi le ossa a Tolentino in CND ma il ritorno ad Ascoli non fu dei più fortunati.Durante una seduta di rifinitura subii la rottura del perone e dovetti star fermo diversi mesi. Recuperata la forma arrivò il servizio militare e l’esperienza ad Imola allenato da Nevio Valdifiori, papà di Mirko, attuale giocatore del Toro. Restai in rossoblù una stagione intera e qualche spicciolo.

Fino a quando il Chieti è venuto a prenderti…
Esatto. Se sono arrivato a Chieti devo dire grazie a Gabriele Morganti: mi aveva notato in una partita giocata contro la Vigor Senigallia, squadra da lui allenata, e mi volle fortemente a Chieti. Mi disse che lo avevo impressionato per corsa e sacrificio.

Cosa conoscevi della piazza teatina quando sei arrivato?
Sono sincero, della piazza poco o nulla, ma ho imparato a viverla ed amarla giorno dopo giorno. Ho ritrovato però con molto piacere in squadra Lauro, D’Anna e Gambadori che conoscevo già dai tempi dell’Ascoli.

5 novembre 2000, Chieti-Imolese: dopo 50 secondi Bolla recupera palla a centrocampo, la offre a Padolecchia che con un filtrante di destro ti lancia sulla corsa. Sprint irresistibile a superare due avversari e botta di destro sotto la traversa, imparabile! Corsa liberatoria sotto la Volpi, sfamato il digiuno di reti della squadra che durava da oltre 290 minuti e matrimonio con i colori neroverdi sancito in un sol colpo.
Quel gol fu un segno del destino, semmai ce ne fosse bisogno mi convinse ancor più di aver fatto la scelta giust nel venire a Chieti. La corsa sotto la curva fu istintiva, c’era dentro tutta la mia voglia di riscatto e la convinzione di voler ricominciare a credere in quello che facevo. E poi l’abbraccio simbolico ai ragazzi della Volpi che sin da subito mi hanno fatto sentire a casa.

In sette mesi hai cambiato tre partner d’attacco: cominciato con Beppe Mosca, poi Padolecchia ed infine Mauricio Sanguinetti.  Quale dei tre si addiceva maggiormente alle tue caratteristiche?
Non posso esprimere particolare preferenze, mi sono trovato bene con tutti. Avevo tanti difetti come calciatore ma il pregio indiscusso di correre tanto, una caratteristica che mi dava la possibilità di integrarmi facilmente con i miei compagni d’attacco.

Il momento più duro di quel campionato, personale e di squadra.
Le due settimane seguenti le partite contro il Lanciano, perse entrambe in maniera rocambolesca, furono dure da digerire. Furono le uniche due partite, delle 38 disputate, prima delle quali andammo in ritiro, e non portò bene. Per il resto abbiamo avuto un rendimento abbastanza continuo senza avvertire mai grossi cali di tensione.
Dal punto di vista personale ricordo un piccolo “passaggio a vuoto” quando il mister, in un incontro, mi preferì il nuovo arrivato Ariel Beltramo facendomi accomodare in panchina. Al momento non presi bene la cosa ma poi la trasformai in ulteriore stimolo, entrai nella ripresa e da allora il posto da titolare non me lo tolse più nessuno.

Escludendo la stagione 2005-06 a Cava de’ Tirreni, numeri alla mano la stagione 2000-01 è stata la più prolifica della tua carriera. Merito della squadra o della tua voglia di rivincita?
Quando si vive una stagione così esaltante non è mai merito del singolo, ma di tanti fattori che girano tutti nel verso giusto: l’ambiente, il gruppo, l’allenatore, tutti devono remare allo stesso modo, dalla stessa parte. Nella mia carriera ho conseguito quattro promozioni e posso dirti che i campionati si vincono prima dentro gli spogliatoi e poi sul terreno di gioco.

Dieci gol in stagione. Il più bello?
Quando il tuo lavoro è fare il centravanti tutti i gol sono belli ed importanti, anche se segni sulla linea di porta. Ricordo con affetto il gol a Castel S.Pietro dopo un dribbling fulmineo.

E la doppietta di Prato? Due gol bellissimi, soprattutto il secondo su lancio di Massimo Drago da 40 metri.
Una domenica pazzesca, quel Prato era proprio una squadra rognosa. Eravamo sotto 1-0, poi nel secondo tempo feci due reti: la prima di testa su cross di Zaccagnini, ero in ritardo e con due difensori davanti ma sono riuscito a dare la frustrata giusta col collo e metterla di testa all’angolino; la seconda, come accennavi tu, dopo uno stupendo lancio di Massimo ho stoppato la palla e scaricato un destro ad incrociare alle spalle di Toccafondi. A qualche istante dalla fine l’arbitro mi espulse ingiustamente, facendomi saltare il big-match della domenica successiva contro il Rimini, e loro in nove pareggiarono al 97’…

Arriviamo alla finale di ritorno play-off contro il Teramo, “Il giorno più bello della vita mia!” come lo ha definito capitan “Batman” Battisti. Come hai ingannato l’attesa ed il nervosismo prima della partita?
Non vorrei essere presuntuoso ma ti dico che la nostra forza fu la tranquillità e la spensieratezza. Non andammo nemmeno in ritiro prima della finale, eravamo straconvinti di vincere e portare a casa un campionato meritatissimo. Ti sembrerà strano ma tra di noi non c’erano tensioni e preoccupazioni, solo consapevolezza dei nostri mezzi.

Riavvolgiamo il nastro e torniamo alle ore 16 di quel 17 giugno 2001, in fila indiana saliamo le scale degli spogliatoi mentre il rumore dei tacchetti accresce la tensione e noi insieme a te sbuchiamo sul prato del Guido Angelini. Cosa ti resta dentro dei suoni, colori, fumi e profumi di quella giornata?
Uno stadio tutto neroverde! Bandiere, cori, coreografie…sembrava che tutta la città fosse sugli spalti!
Per un attimo la commozione ebbe il sopravvento su tutto, un’emozione unica che rafforzò ancor più le nostre  convinzioni. Ripetevo a me stesso “Qui oggi non si passa, non possiamo deludere tutta questa gente”

E dopo il triplice fischio?
Pensai a tante cose. Eh adesso che succede? – fu la prima domanda che mi feci – intanto pensiamo a festeggiare e poi si vedrà - fu la risposta! Era per me il primo campionato vinto, avevo soltanto vent’anni, sono cose che ti restano stampate nella mente e nel cuore.

Il tuo rapporto col pubblico di Chieti.
Credo che la cosa importante per un tifoso non sia solo vincere, ma vedere i propri giocatori rispettare la maglia che indossano, onorarla e “sudarla” ad ogni partita…passami il termine un po' forte, sputare sangue per i proprio colori.
Penso di aver dato il massimo con indosso la maglia neroverde, per questo probabilmente i tifosi mi hanno sempre fatto sentire il loro affetto e la loro vicinanza. Come ti dicevo prima a Chieti mi sono sentito a casa dal primo minuto.

Di quella stagione si è detto e scritto di tutto. Tu e i tuoi compagni siete rimasti nell’immaginario collettivo di tutti i tifosi neroverdi, riuscendo a portare a casa una promozione sulla quale nessuno avrebbe scommesso un centesimo a settembre. Avevate la sensazione di aver compiuto un vero e proprio miracolo sportivo?
Sono convinto che non servano grandi budget per creare grandi squadre. Basta scegliere gli uomini giusti, con una gran voglia di affermarsi e la convinzione di far bene. I risultati positivi aiutano a crescere, e quando vinci anche giocando male cominci a credere sempre di più che possa essere l’anno buono.
In quella stagione tutti i fattori girarono nel verso giusto.



Ed in tutto questo l’allenatore quanto è importante?
Faccio l’allenatore da cinque anni, e quindi ti rispondo con cognizione di causa. Se vogliamo parlare di percentuali ti dico che quando vinci il merito è per l’80% dei calciatori e solo il 20% dell’allenatore.
Quando perdi, invece, le percentuali si ribaltano e la colpa maggiore è sempre imputata al mister.



Quindi Morganti ha contato poco in quella stagione…
Per il mister dovremmo fare un discorso a parte. Morganti non è stato per noi un semplice allenatore, ma un fratello maggiore, un padre, insomma uno di noi. Avevamo un rapporto sincero con lui, schietto, non esisteva il distacco che normalmente alberga tra calciatore ed allenatore, era sul nostro stesso piano e la sua abilità nel creare una famiglia dentro e fuori dal campo ci ha reso tutto più facile.

La storia d’amore tra Beppe Aquino ed il neroverde si interrompe, per fortuna del Chieti, per un solo anno: l’Ascoli riporta a casa il suo ragazzo e vince da outsider il campionato di C1, per te 15 presenze, una rete. Una curiosità:  in rosa trovi un altro futuro campione del mondo, da Fabio Grosso ad Andrea Barzagli. Poteva essere il decollo definitivo per la tua carriera ed invece…
Avevamo un buon gruppo e vincemmo meritatamente il campionato. Nella stagione successiva, dopo la preparazione estiva fatta con i bianconeri, alcune incomprensioni di cui preferisco non parlare non mi hanno permesso di continuare ed esordire in serie B, e quindi sono tornato a Chieti.

Dove hai trovato un ambiente completamente rinnovato... Che impatto è stato?
Sono stato felicissimo di tornare, ma ho trovato un clima completamente diverso. Le cose di due anni prima non c’erano più, si respirava proprio un’aria diversa in campo, negli spogliatoi e nell’ambiente. Quando sali di categoria e cambi tanto purtroppo ne paghi le conseguenze.

9 marzo 2003 Pescara-Chieti 1-1, e quel fallo da rigore subito da Saul Santarelli dopo 18 secondi e non sanzionato dal gentile e simpatico direttore di gara Paolo Tagliavento di Terni (dal 2007 addirittura arbitro internazionale!) che poteva cambiare la storia del derby…
Cosa dire? Un errore lampante, a fine partita lo stesso Tagliavento ammise di aver sbagliato, più di così!

 

Peccato che nel frangente incriminato fosse diventato di colpo ipovedente…
Ha avuto timore reverenziale, giocare all’Adriatico davanti a 15.000 persone e dopo diciotto secondi prendere una decisione così importante…Certo, fu veramente un peccato, rigore ed espulsione avrebbero cambiato il corso di quella sfida. Mi resta la fortuna di aver potuto giocare una partita così sentita e la consapevolezza che la squadra l’abbia fatto nel migliore dei modi onorando la maglia fino al 95’, anche se abbiamo portato a casa soltanto un pareggio.

Stagione 2003-04, chiuso da Califano e Quagliarella a dicembre decidi, ahimè, di cambiare aria accasandoti in Ciociaria. A Frosinone tutti ti ricordano con grande affetto per la vittoria del campionato di C2 ma soprattutto per il gol realizzato a Latina che valse la vittoria 0-1 nel derby.
Le cose non andarono proprio così. I primi mesi giocavo sempre titolare, ma uno strappo muscolare ed un principio di pubalgia mi misero temporaneamente KO. Feci il massimo per recuperare prima possibile ma mi accorsi che era arrivato il momento di cambiare aria. La società stessa mi chiese di andar via in modo da ricavare un introito dalla vendita del mio cartellino, di proprietà per il 50% del Chieti e per l’altra metà dell’Ascoli. Si aprì l’opportunità di Frosinone e così in un sol colpo feci un favore a me stesso e al Chieti. La vittoria a Latina nel derby da te citato ci diede la spinta finale per appropriarci della testa della classifica e non lasciarla più, così arrivo la terza promozione della mia carriera.

Un anno e mezzo in gialloblù fanno da preambolo ai quattro anni a Cava. La stagione 2005-06 vede trionfare gli aquilotti nel campionato di C2 grazie anche alle tue 14 reti, record personale della tua carriera. Come compagni di ventura ritrovi, tra gli altri, Alessandro Tatomir, vecchia conoscenza neroverde e tuo compagno di squadra nel vittorioso Frosinone datato 2003-04, e Tony D’Amico con il quale avevi condiviso il trionfo a Chieti. Vi è mai capitato di ritrovarvi a parlare delle esperienze teatine?
Con Tony ne parlavamo spesso, erano sempre dolci ricordi. Oltretutto con noi in squadra c’era Marco Arno, che nella stagione 2000-01 militava nel Teramo: io e Tony non perdevamo mai occasione per rievocare quella finale e farlo rosicare.

17 maggio 2009 Cavese –Pescara 3-4: i mezzi di informazione costieri, prima del match, parlavano di una partita già scritta, di una vittoria comoda che avrebbe permesso agli adriatici di salvarsi.
 La presenza di un ex come Andrea Camplone sulla panchina della Cavese acuiva questa “convinzione”. Per te una doppietta di pregevole fattura, che però non servì ad evitare la sconfitta. L’ impressione generale fu che alcuni tuoi compagni di squadra non misero in campo la “vis pugnandi” necessaria…

Posso solo dirti che io ho dato il massimo. Eravamo in lotta per i playoff, vero è che la vittoria dell’Arezzo ci avrebbe precluso l’accesso agli spareggi promozione, ma la partita andava comunque onorata e giocata col massimo impegno, ed io sono certo di averlo fatto al meglio.
A fine gara esplose forte la contestazione dei nostri tifosi, delusi dall’andamento del match, solo io e qualcun altro fummo risparmiati.

Durante l’arco della tua carriera hai disputato diversi derby infuocati. Parlaci del più sentito da parte del pubblico e da parte tua.
I derby sono tutti importanti, per i tifosi è “la partita”: l’ambiente ti trasmette il calore e la giusta tensione e tu calciatore che indossi la maglia devi dare il 110%. Purtroppo non posso raccontarti cos’è giocare contro la Salernitana al Simonetta Lamberti di Cava de’ Tirreni perché  giocammo a porte chiuse mentre il ritorno all’Arechi, inspiegabilmente, si giocò con il pubblico presente. Non mi sento di fare una classifica, ma ti posso dire che il derby giocato all’Adriatico mi trasmise sensazioni molto, molto forti. Ricordo che Paolo Zaccagnini, l’anno prima, regalò una grande gioia ai tifosi neroverdi.


Noi c’eravamo, tu purtroppo no, e per quello che avevi fatto l’anno precedente ti saresti meritato quella soddisfazione.
Già…

Il tuo nomignolo, “la zanzara”, spiega bene che tipo di giocatore eri: non un bomber dai grandissimi numeri ma tanta corsa e grinta miscelate ad un moto perpetuo, sinonimo di abnegazione e sacrificio. Com’è nato questo pseudonimo?
Daniele Arrigoni, il mio mister a Frosinone, mi affibbiò questa etichetta. Diceva che ero un rompiscatole, che andavo sempre a punzecchiare i difensori avversai e non li lasciavo mai tranquilli, insomma ero uno fastidioso.

Dopo le ultime esperienze con le maglie di Potenza, Noto e Viterbese chiudi la carriera nel 2011.
Ogg alleni lo Sporting Club Victoria Marra, squadra di seconda categoria della periferia tra Scafati e Boscoreale. Il tuo amore per il calcio non è scemato...
Questo progetto è nato con una scuola calcio della zona nella quale ospitiamo circa 300-400 ragazzi. Mi sentivo di dare una mano e dall’anno scorso sono al timone della prima squadra. Abbiamo vinto il campionato di 3° categoria ed ora siamo in seconda. E’ stata una mia scelta, avevo ricevuto diverse proposte da società di eccellenza e promozione, ma la mancanza di un progetto sportivo chiaro ed a lungo termine mi ha fatto intraprendere altre strade. Tre anni fa sarei potuto andare a Verona a fare il vice di Mandorlini ma non me la sono sentita: sono un po' presuntuoso nel mio lavoro, forse perché credo fermamente in quello che faccio, e l’idea di andare a fare la bella statuina, anche se in serie B, non mi allettava affatto. Da allenatore, cerco sempre di trasmettere ai ragazzi la grinta e la voglia di sacrificarsi che avevo io da calciatore.

Rileggendo la tua carriera quale scelta professionale non rifaresti?
Rifarei tutte le scelte che ho fatto, non sono pentito di nulla. La mia carriera è cambiata dopo la vittoria del campionato ad Ascoli, in quel momento si poteva realizzare qualcosa di importante che poi non è stato. La mia grande soddisfazione è aver realizzato tutto con le mie forze e le mie capacità, non devo ringraziare nessuno se non la mia famiglia e le persone che mi vogliono bene e che mi sono state vicine nei momenti di difficoltà.

 

Un saluto ai tifosi neroverdi
Li abbraccio affettuosamente, tutti. Una parte del mio cuore è rimasto a Chieti, ne seguo sempre i risultati. A proposito, un paio di settimane fa c’è stata la presentazione? Ho visto le immagini sul web, vedere tanti tifosi in strada è stato davvero emozionante.
E poi nella vita mai dire mai, magari un giorno le nostre strade si incroceranno di nuovo.

 

Grazie Beppe per la piacevole chiacchierata e un grosso in bocca al lupo per la tua carriera da allenatore.
Crepi, ti ringrazio.

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