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Oggi abbiamo il piacere di ospitare sulle pagine di TifoChieti Franco Zappacosta giornalista della carta stampata molto conosciuto a livello nazionale ed autore, tra gli altri, del libro “EZIO VOLPI, IL MAGO DELLA SERIE C”. Con lui abbiamo ripercorso alcune tappe della sua carriera, il suo amore per i nostri colori e dato uno sguardo deciso al presente e soprattutto al futuro del calcio teatino.

Buongiorno Franco e grazie per aver accettato il nostro invito. Partiamo dalla giovinezza: com’è nata la sua passione per il giornalismo?
In principio c’è stato l’interesse per la scrittura. Risale agli ultimi anni di scuola superiore. Ho frequentato il liceo scientifico “Filippo Masci” e in quarta e quinta classe ho avuto la fortuna di incontrare due grandi docenti di lettere, i professori Luigi Capozucco e Federico Benzi. Grazie a loro i commenti ai temi di italiano, per noi alunni, erano importanti occasioni di crescita. Vennero così inculcati il desiderio e il piacere dello scrivere bene e correttamente. In quale ambito era possibile esprimere questa inclinazione? Sulla pagina di giornale. Nacque così la curiosità per il giornalismo che poi, crescendo, è diventata passione. Ho iniziato a frequentare la redazione teatina de “Il Tempo” che aveva la sua sede in Corso Marrucino, nel palazzo Sanità di Toppi, al lato dell’ingresso dell’allora cinema Corso. Corrispondente era Marino Solfanelli, dello sport si occupava Gino Di Tizio. Estate del 1963. Iniziai l’apprendistato di cronista sportivo.

Durante la sua vita professionale e l’importante militanza a Tuttosport avrà incrociato tantissimi protagonisti del mondo del calcio, anche non strettamente legati ai colori neroverdi. Qual è stato il personaggio più affabile e quello meno collaborativo con cui è entrato in contatto?
L’uomo che ha sempre espresso simpatia e schiettezza è stato Carletto Mazzone. L’ho seguito a lungo quando sono stato responsabile della redazione romana di Tuttosport. Un grande e piacevole comunicatore. Un pomeriggio nella hall dell’hotel Cicerone, dove alloggiava, mi confermò che avrebbe lasciato la Roma perché il presidente Franco Sensi aveva raggiunto l’accordo con l’argentino Carlos Bianchi. Lo disse con tono triste e mi fece tenerezza: l’avrei abbracciato. Ma il gigante, a livello mediatico, è stato Diego Armando Maradona. Sono stato inviato sul Napoli nella stagione in cui la squadra conquistò la Coppa Uefa nel 1989. In conferenza stampa Maradona era un’alluvione di giudizi taglienti, spunti polemici, ironiche sottolineature. In quegli anni la grafica delle pagine di Tuttosport era direttamente curata dal formidabile direttore Piero Dardanello. Le titolazioni dei pezzi di apertura abbondavano di sommari molto lunghi e corposi. Eppure per sintetizzare i concetti espressi da Maradona non bastavano mai. Non credo di aver incontrato personaggi poco collaborativi nel corso della mia attività professionale. Certo, il Mancini della Sampdoria e il Vialli della Juventus non brillavano per simpatia quanto a disponibilità comunicativa.

Ci descriva un aneddoto legato al Chieti e alla sua attività giornalistica.
Il 21 maggio del ’63, cinquant’anni fa, campionato di serie D, andai a vedere la partita Toma Maglie-Brindisi. C’era una precisa ragione. Il presidente Guido Angelini aveva appreso la notizia che il portiere del Maglie, Gianni Campanini, aveva stretto un accordo, in cambio di denaro, con il Brindisi. Angelini, non so perché, si fidava di me e mi affidò una sorta di incarico investigativo. A Maglie andai in compagnia di due tifosi, Gino Campana e Giampiero Tedeschi, autisti che collaboravano con Aldo Vanni, gestore della pompa di benzina in Largo Barbella, dietro l’allora Banco di Napoli, per il servizio di trasporto detenuti del carcere di Madonna del Freddo. Mi resi conto che Campanini effettivamente nascondeva qualcosa: i suoi rinvii finivano direttamente sui piedi degli attaccanti brindisini. E’ quanto riferii al presidente il giorno dopo. Sappiamo come finì quella storiaccia. Vorrei adesso rievocarla con particolari inediti. Giornalisticamente gli scoop ai quali tengo di più sono due, entrambi legati ai miei inizi: l’ingresso in seminario del giocatore neroverde Vincenzo Diodati e la fuga del povero Gaspare Umile. Una notizia, questa, che fece molto arrabbiare l’allenatore Adelmo Capelli. Avevo fatto, e continuavo a fare, anche molta cronaca nera e quell’esperienza, la chiamo “gavetta da marciapiede” , mi è servita sempre molto in seguito. Ha affinato il fiuto professionale.

Lei ha avuto la fortuna di conoscere i due più grandi presidenti della storia della Chieti Calcio. Ci racconti in breve pregi e difetti di Guido Angelini e Mario Mancaniello.
Due personaggi molto diversi accomunati però da identica passione per i colori neroverdi. Guido Angelini era di una simpatia innata e aveva una forte carica umana. Per il Chieti spese risorse ragguardevoli ottenendo risultati inferiori all’entità degli investimenti. Negli anni della sua presidenza tutti gli allenatori e i giocatori erano entusiasti nel trasferirsi al Chieti, società che pagava bene e puntualmente. A livello di serie C la nostra era una piazza considerata anche migliore di altre (presunte) grandi. Purtroppo Guido Angelini era convinto che la gestione dell’<uomo solo al comando> fosse la migliore o che almeno al Chieti non vi fossero alternative. C’era la segreteria diretta da Giuseppe Visini e i conti curati da Enzo D’Amicodatri. Basta. Se si fosse affidato a qualche collaboratore esperto nel ruolo di direttore sportivo o di direttore tecnico, Angelini avrebbe portato il Chieti - per le disponibilità sulle quali poteva contare - sicuramente in serie B. E forse oltre. Ma erano gli anni 60-70 e gli orizzonti ancora molto limitati. Peccato. Angelini quando donò la società sportiva agli uomini della SpA compì l’ultimo esemplare gesto di generosità verso i tifosi e la città di Chieti. Morì poco dopo, piuttosto giovane, a quasi 66 anni. Mario Mancaniello era mosso da identico entusiasmo. Ma era diverso da Angelini, quantomeno per la sua storia personale. Toscano, ex ufficiale della Finanza, pragmatico, era affabile, la stretta di mano sempre accompagnata da un sorriso bello e sincero. Ma, almeno questa è la mia opinione, Mancaniello aveva in sé anche un tratto quasi aristocratico e percependolo, pur nella cordialità delle relazioni che con lui si intrattenevano, le “distanze” erano sempre rispettate.

Se dovesse fare una classifica quale dei due metterebbe al primo posto?
Questa è una domanda alla quale è impossibile rispondere. Sono due grandi che vanno giustamente collocati nel pantheon dei personaggi più illustri della storia del calcio neroverde.

Veniamo all’attualità, dopo aver raccontato della stagione 1963-64 e della serie B sfiorata nel libro “Tom e un miracolo neroverde” si è dedicato al racconto di “vita ed opere” di Ezio Volpi, da poco pubblicato. Come è nata l’idea di scrivere il libro?
La genesi della biografia dell’allenatore più amato dal popolo neroverde nasce da una delle mie quotidiane visite al sito Tifochieti.com. Un paio di anni fa lessi un messaggio inviato da un tifoso al grande Licio Esposito. Segnalava che nell’universo di internet non aveva trovato nessun esauriente profilo biografico di Ezio Volpi, schivo in vita, coperto da oblio dopo la scomparsa. Licio rispose da par suo ma io, in quella circostanza, capii che era in fondo un’ingiustizia l’assenza di notizie sulla vita e sulla carriera di Ezio, uomo e allenatore integerrimo. Così mi misi al lavoro. Per colmare una lacuna, spero di esserci riuscito.

Qual è stato il capitolo che l’ha maggiormente emozionata e quello che le ha dato maggiori difficoltà?
L’emozione maggiore l’ho provata nel raccontare l’esonero deciso a Venezia da quell’inqualificabile personaggio che è Maurizio Zamparini, nel febbraio 1987. In un’intervista al Gazzettino, alla domanda del giornalista, Ezio risponde così: <Dispiaciuto? Venezia non mi ha portato fortuna, ma la amo lo stesso>. Io l’ho trovata una frase potente, la sintesi di una smisurata dignità, parole che scuotono l’anima di chi legge. Le difficoltà, sempre da un punto di vista emotivo, le ho colte nell’affrontare la parte finale, quella della malattia. Ricordare che Volpi raccoglie le residue energie e si reca, alcune settimane prima della morte, da Porto Santo Stefano a Coverciano per salutare i “suoi” ragazzi e poi vuole addirittura raggiungere Roma per assistere a Lodigiani-Chieti, sono stati due momenti veramente duri da narrare.

Ci racconti qualcosa di Ezio Volpi che non è citato sul libro.
Nella primavera del ‘91, tornando da Torino, accompagnato dal collega Sergio Zappalorto, andai a trovarlo per un breve saluto nel piccolo alloggio dove si era sistemato, in pieno centro, dalle parti di via Ravizza. Mi colpì la sobrietà, quasi la modestia, dell’appartamento. Colsi la grande umiltà del personaggio. Il suo rifiuto – umano e direi culturale – di ogni cosa superflua ne rivelava la statura morale. Nel libro ho solo sfiorato questo punto.

Ha in mente di rimettersi a tavolino per scrivere di altri personaggi della storia neroverde? Pensa che ce ne siano altri che meritano giornate di ricerca e decine di ore passate davanti alla scrivania?
Il lungo e appassionante romanzo del calcio chietino è pieno di protagonisti che destano la mia curiosità e meriterebbero di essere raccontati. Specie quelli che appartengono a stagioni lontane perché penso che i giovani debbano conoscere ciò che di bello abbiamo alle spalle. A luglio, per esempio, ci sono stati i cinquant’anni della morte di Italo Alaimo, grande neroverde dei primi anni 60, fulminato da una scarica elettrica presso l’ospedale di Novara mentre si sottoponeva alle visite mediche. Oppure sarebbe bello ricordare un uomo che è stato sempre dietro le quinte, schivo e modesto. Parlo di Ermete Novelli, portiere del Chieti, poi allenatore anche della Nike Onarmo di don Angelo Carena, del Chieti Scalo e della Gloria Chieti, un tecnico per hobby che tanto bene fece a generazioni di ragazzi chietini. Nuovi impegni? Mai dire mai.

Conosce il presidente Giulio Trevisan?
Ho avuto il piacere di conoscerlo il 5 giugno in occasione della presentazione della biografia di Ezio Volpi. L’ho poi incontrato nuovamente nel raduno degli “89 mai domi” la sera della presentazione del nuovo logo. In entrambe le circostanze ne ho apprezzato il realismo e la concretezza. Mi sembra sia un imprenditore che non fa promesse o proclami per ottenere il facile consenso della piazza. Ai tifosi si rivolge con sincerità, non getta fumo negli occhi e ben sappiamo che a Chieti troppi personaggi, in tempi più o meno recenti, hanno illuso la gente lasciando poi terra bruciata. Nel deserto che ha trovato, Trevisan ha gettato il seme da cui può germogliare qualcosa di buono. Bisogna credere nel suo progetto, sostenerlo e incoraggiarlo. E’  un’opportunità che Chieti non deve bruciare.

Cosa pensa dell’apparente freddezza con cui la città sta accogliendo il nuovo progetto?
Lo ripeto. Credo che con Trevisan il calcio neroverde abbia l’ultima chance per sperare in un rilancio e realizzare il progetto del ritorno in categorie che il Chieti in passato ha quasi sempre frequentato. Guai a non seguirlo, a lasciarlo solo, a negargli l’appoggio di cui ha bisogno. Chieti di solito si scuote lentamente, si mette in moto pigramente. Ma Trevisan deve seguire sino in fondo, con coerenza, la strada tracciata. I risultati saranno una potente forza aggregatrice. Il presidente, intanto, oltre ad allestire una squadra “da promozione”, deve curare al massimo la comunicazione allo scopo di coinvolgere tutti e di far conoscere alla città programmi, idee, strategie. Bisogna far parlare ogni giorno del Chieti attraverso tutti gli organi d’informazione. A livello mediatico il Chieti deve essere presente quotidianamente. Ho visto la sera di giovedì 15 giugno i ragazzi intervenuti alla presentazione del nuovo simbolo. Quell’incredibile entusiasmo mi fa ben sperare.

 

Facciamo le carte al campionato di Eccellenza 2017-18: chi vede favorito? Se dovesse scommettere un euro su una squadra, da giornalista e non da tifoso, quale compagine sceglierebbe?
Ho la sensazione che una delle neopromosse possa bissare il salto. Dico Giulianova che sta seguendo il nostro analogo percorso di rinascita, oppure Spoltore che l’anno scorso, lo confesso, qualche brivido me lo ha provocato nel finale. Poi magari esce la sorpresa tipo Nerostellati della passata stagione. Occhio comunque alle formazioni della provincia di Teramo e più in generale rendiamoci conto del fatto che il Chieti sarà atteso al varco, per ogni tipo di agguato, da tutte le squadre del campionato. Battere il Chieti sarà la molla che spingerà ogni avversario a inseguire il risultato di prestigio. Ci siamo abituati da quando siamo precipitati negli inferi. Ma torneremo là dove per rango dobbiamo avere domicilio. Ne sono convinto.

 

 

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