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TifoChieti ha contattato per i suoi lettori Francesco Marchetti, uno dei pochissimi teatini nella storia recente ad aver vestito la maglia della propria città e aver indossato la nostra fascia da capitano.

Buongiorno Francesco e grazie per aver accettato il nostro invito. Comincio col chiederti in quale società sei cresciuto calcisticamente e quale insegnante è stato più utile nel trasformarti da ragazzo promettente a calciatore professionista.
Sono cresciuto con la maglia rosanero del River 65, sono poi passato alle giovanili del Chieti scalando tutte le categorie sino alla “berretti”.Per quanto concerne gli allenatori in tutta sincerità non mi sento di fare un nome in particolare, sono stati tutti molto utili per la mia crescita professionale e ho imparato molto anche da quelli con cui non ho avuto un rapporto idilliaco.

Parlaci del tuo avvicinamento alle porte della prima squadra e del tuo esordio in C1 nella stagione 1995-96.
E’ stato del tutto casuale, ricordo che nell’arco di un paio di settimane ben quattro difensori della prima squadra si infortunarono e così mister Balugani venne a pescare me nel settore giovanile. Esordii in casa contro l’ Atletico Catania e in quell’annata misi insieme 14 presenze da titolare e svariate da subentrante: visto che avevo superato le 17 presenze la società fu così costretta a sottopormi il primo contratto da professionista che firmai con grande soddisfazione personale.

Quale calciatore ti è stato più vicino durante la fase di inserimento in prima squadra?
Direi nessuno in particolare, il passaggio dalle giovanili al calcio dei “grandi” è stato talmente repentino che non mi sono quasi reso conto, nel giro di una sola settimana mi sono ritrovato sul prato verde dell’Angelini a lottare con i professionisti.

Quello era un Chieti che navigava in cattive acque: il passaggio di mano in panchina da Balugani a Giammarinaro non portò gli effetti sperati e lo spessore della rosa, tolte alcune mosche bianche come  Baglieri e Porro, era veramente modesto. Qual è il tuo punto di vista in merito?
Permettimi di dissentire sulla pochezza della rosa: in quel gruppo c’erano diversi giocatori tecnicamente validi come Patrizio Paolone, Ciro Scognamiglio e lo stesso Stefano Ferretti, oltre a quelli che hai citato tu. E’ stata un’annata nata storta e finita male, probabilmente i primi problemi economici del patron Mancaniello hanno influito ma dal mio punto di vista quella rosa era composta da fior di calciatori che avrebbero potuto raggiungere tranquillamente la salvezza.

La stagione 1996-97 in C2 vide il ritorno di Gabriele Morganti nelle vesti inusuali di DS e l’arrivo del vulcanico mister Ettore Donati, una coppia che portò un radicale cambio di clima e mentalità. Entrasti in pianta stabile nel giro dei titolari e la nostra squadra imbottita di tanti giovani (ricordo ad esempio Fabio Rutolo al suo esordio) fece una gran bella figura chiudendo il campionato con una salvezza anticipata. Ve lo aspettavate?
E’ stata una bellissima stagione, un gruppo ben assortito, giovane, ricco di euforia che vendeva cara la pelle in ogni partita, e tutto questo invogliava i tifosi a starci vicino e venire numerosi allo stadio nonostante la recente retrocessione.
L’ unico cruccio sono stati i tantissimi infortuni al legamento crociato dei vari Turchi, Castorina e Farneti senza i quali, sono certo, avremmo potuto dare molto di più e magari raggiungere una posizione di classifica utile per accedere alla griglia playoff. Ricordo che se avessimo vinto la prima di ritorno al Cibali di Catania (partita terminata 4-2 per gli etnei ndr) saremmo arrivati ai margini della zona promozione. I meriti di quel piccolo miracolo vanno suddivisi tra l’abilità di Gabriele Morganti nel pescare giocatori vogliosi di affermarsi e la sagacia e professionalità di mister Donati. Quest’ultimo amava lavorare con i giovani e fu molto bravo a tirar fuori il meglio da ognuno di noi,  e anche se all’inizio ai più quel gruppo con una età media molto bassa poteva sembrare un rebus, alla lunga si dimostrò capace di giocarsela con tutti.

Quella squadra sbarazzina riuscì nell’impresa di mantenere inviolato l’Angelini per tutto il corso della stagione. Quale fu il segreto di quelle gagliarde prestazioni casalinghe?
Non parlerei di segreto, eravamo una squadra piena di qualità ma leggermente inesperta e in trasferta pagavamo dazio sotto l’aspetto dell’esperienza e del sangue freddo in alcuni momenti topici dell’incontro. In casa invece, spinti dal sostegno dei nostri tifosi, la nostra spensieratezza e freschezza psicofisica diventava un aspetto positivo e riuscivamo a dare il meglio di noi.

Donati era uno fissato con gli schemi: ricordo gli angoli di Bertarelli per la testa di Gennari sul primo palo che di testa prolungava la sfera sul secondo per l’inserimento del difensore di turno. Chi non ricorda il gol di Tamburini che valse la vittoria 0-1 a Teramo il 1 dicembre 1996! Quanto il mister vi martellava in allenamento su questo aspetto?
Moltissimo! Il mister era molto abile a sfruttare le capacità di ogni singolo, capito che Bertarelli aveva quel modo di calciare insidioso dalla bandierina ha provato a sfruttarlo al meglio. Quell’anno realizzammo qualcosa come otto o nove reti con quello schema! Donati è un uomo di grandi capacità ed intelligenza, sapeva che con noi ragazzi poteva lavorare tanto senza che nessuno si lamentasse per allenamenti troppo duri o troppo lunghi, e così a volte ci teneva oltre due ore sul rettangolo verde a provare e riprovare schemi di gioco.

In quella stagione scoprimmo anche un Francesco Marchetti abile sui calci piazzati.Tu come hai scoperto di avere quella propensione?
In generale credo che l’abilità sui calci piazzati sia una dote naturale che si ha la fortuna di possedere dalla nascita ma che richiede molta dedizione ed allenamento per essere migliorata ed affinata. Per quanto mi riguarda io ho sempre calciato senza pensare troppo alla postura o a come piantare al meglio i piedi sul terreno, tanto che se dovessi spiegare oggi ad un ragazzino come calciare nel modo corretto mi troverei in difficoltà.

A fine stagione si aprirono per te le porte del Cosenza Calcio, una grande piazza di categoria superiore che tu non potevi rifiutare. Parlaci di come è nata e come si è sviluppata l’opportunità calabrese.
A dirla tutta il treno per il salto di categoria era già passato la stagione precedente quando a dicembre 1995 ero praticamente stato acquistato dall’Avellino di Corrado Orrico, che all’epoca militava in serie B. Le società erano già d’accordo e nell’ambito della stessa operazione sarebbero dovuti rientrare anche Gianfranco Germoni e Francesco Nocera. Io ero stato persino al Forte Crest di Milano, l’allora sede del calciomercato, per siglare l’accordo ma poi il trasferimento saltò perché decisi di rimanere a Chieti per terminare gli studi, sicuro che se me lo fossi meritato ci sarebbe stata un’altra chance. E così fu, visto che arrivò la proposta dei calabresi che accettai di buon grado: fu una stagione fantastica in cui toccai l’apice della mia carriera vincendo il campionato di C1. L’ unico cruccio è non essere riuscito ad avere una presenza assidua in prima squadra causa il servizio militare che svolsi proprio nel corso di quella stagione. Nonostante facessi parte della compagnia atleti non riuscii ad allenarmi con la continuità ed accuratezza che avrei voluto.

Lo spogliatoio di quel Cosenza era pieno di “vecchie volpi”, giocatori che fecero tanta carriera come Stefano Morrone, Francesco Bega e Fabio Consagra per citarne alcuni. E’ stato difficile ambientarsi?
Oltre a quelli che hai citato ricordo Massimo Margiotta, Salvatore Soviero, Marco Malagò, Damiano Moscardi…per me fu raggiungere il top! Avevo un ottimo rapporto con mister Giuliano Sonzogni, persona particolarissima con una intelligenza fuori dal normale (era riuscito a conseguire ben tre lauree!), molto schematico, serio e quasi maniacale nella precisione del suo lavoro: stravedeva per me ed io ricambiavo in pieno la sua stima. Una piazza, un tifo ed una organizzazione da serie B, non avrei potuto chiedere di più!

Stagione 1998-99, per te un viaggio di sola andata dalla Calabria alla Puglia per rimanere in rossublù accasandoti a Casarano in serie C2. Parlaci del tuo pimo ritorno a Chieti da ex e di come hai vissuto la doppia sfida playout che sancì la salvezza dei teatini a discapito del “tuo” Casarano.
Nell’estate del 1998 svolsi il ritiro precampionato a Cosenza, poi la società mi parlò chiaro dicendo che difficilmente avrei trovato spazio in serie B e fu così che firmai la rescissione di contratto per trasferirmi a Casarano, spinto anche dalla presenza di Carlo Florimbi sulla panchina pugliese. Tornare a Chieti da ex fu molto dura, una sensazione strana che fortunatamente dopo il fischio d’inizio svanì. Non era per me una partita come tutte le altre, avrei preferito giocarmi lo spareggio contro una qualsiasi altra squadra e non contro quella della mia città.
Ricordo alcune malelingue in Puglia sottolineare la mia provenienza teatina, come per intendere chissà cosa, ma io ho dato tutto quello che avevo in quella stagione e mi sento con la coscienza a posto. Nonostante la retrocessione finale serbo comunque un buon ricordo di Casarano, sia per la piazza calda e passionale, sia per la società, ed anche a livello personale credo di aver disputato una buona annata realizzando ben sei reti, gran bel bottino per un difensore.

Dopo l’esperienza pugliese la tua carriera non è continuata come probabilmente tu e tutti noi ci aspettavamo. A cosa secondo te è dovuta quella frenata?
A fine stagione ricevetti diverse offerte da compagini di serie C2, pensando di valere di più le rifiutati. Rimasi fermo quattro mesi, poi andai a giocare in una squadra dilettantistica in provincia di Mantova. Alle porte del nuovo millennio, per scelta di vita, rientrai in Abruzzo per sposare un progetto molto ambizioso a Roseto: in cinque anni salimmo dall’Eccellenza alla C2 e nello stesso tempo riuscii a terminare l'università e laurearmi in scienze motorie. Consapevole che solo con il calcio non sarei riuscito a sbarcare il lunario, decisi così a 27 anni di riaprire i libri: fu dura a livello mentale riapprocciarmi allo studio e alla lingua italiana che sembrava quasi non essere più la mia, ma a livello personale fu una enorme soddisfazione.

Nel 2006 il Chieti ASD risorto dalle ceneri della Chieti Calcio 1922 ti chiama a sè per la nuova avventura nel campionato di promozione regionale. Anche se in una categoria non proprio eccelsa giocare con la maglia della propria città ed indossare la fascia da capitano per te deve essere stato emozionante…
Quando indossi la maglia della squadra della tua città e la fascia da capitano la categoria non conta. Devo dire grazie a Giustino Angeloni che mi ha voluto con sé nella nuova avventura del campionato di promozione, era una proposta che non potevo rifiutare. Per me fu un grande onore e una gratifica indossare la fascia di capitano.

Ti sei ritrovato un passionario come presidente e un ex capitano del Chieti come DS. Quanto Giustino ed Alessandro sono stati importanti per trasmettere alla rosa tutta l’orgoglio e la greve responsabilità di vestire la maglia dela città di Achille?
Angeloni è la teatinita fatta persona, trasmette passione in ogni gesto, peccato che non abbia avuto un appoggio economico per andare avanti in prima persona. Di Battisti cosa dire? Per lui parlano i fatti, sia da giocatore che da direttore sportivo, una bella persona ed un serio professionista. In quella squadra c’erano ragazzi bravi tecnicamente ma alcuni di loro soffrivano in maniera esponenziale l’obbligo di dover vincere per forza. Giocare dinanzi a mille spettatori non era semplice, i mugugni della piazza al primo passo falso erano dietro l’angolo e sopratuttto per i più inesperti potevano essere motivo di blocco psicologico: l’importante era comunque raggiungere l’obiettivo e ci siamo riusciti alla grande.

Come mai a fine stagione hai lasciato quel Chieti?
Credo sia stata una scelta del nuovo allenatore che evidentemente non mi vedeva più parte del progetto tecnico: mi è dispiaciuto molto andare via ma ho accettato serenamente la scelta e ho deciso di continuare la mia carriera a S.Nicolò. Lì ho trovato una organizzazione da categoria superiore, un gruppo di lavoro serio, una delle società top in serie D, che meriterebbe senza ombra di dubbio di approdare tra i professionisti. Con tutti ho avuto un ottimo rapporto e ancora oggi mi legano a loro sentimenti di stima ed affetto.

Lascio un attimo il campo e ti chiedo: hai sempre seguito il Chieti da tifoso?
Ho frequentato lo stadio da bambino, poi i miei impegni calcistici nei fine settimana non mi hanno permesso di seguire in maniera assidua le sorti del Chieti dal vivo.

Chiusa la carriera da calciatore a S.Nicolò hai intrapreso quella di allenatore giovanile. Tengo a sottolineare l’esperienza alla guida degli allievi regionali del River 65 con i quali, dopo una prima stagione chiusa al terzo posto, nella stagione 2014-15 ti sei laureato campione regionale. Parlaci della tua esperienza.
E’ stato l’inizio della mia carriera da allenatore: dopo il terzo posto della stagione d’esordio e dopo aver vinto il campionato regionale in quella successiva, andammo a giocare le finali nazionali chiudendo con un onorevolissimo terzo posto. Una grande soddisfazione ed un bagaglio di esperienza importante per la mia carriera.

Di cosa ti occupi oggi?
Sono ancora nello staff tecnico del River, alleno i ragazzi della categoria allievi, quindi  16-17 anni. Spero che l’importante gavetta a livello dilettantistico che sto portando avanti possa essere un buon trampolino di lancio per il mio futuro.

Concludiamo qui la nostra piacevole chiacchierata, in bocca al lupo per la tua avventura in panchina e grazie per il tempo che ci hai dedicato.
Grazie a voi è stato un piacere!

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