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TifoChieti ha contattato per i suoi lettori Claudio Ciceri, bomber purosangue che con la nostra maglia si laureò capocannoniere di serie C nella stagione 1973-74.

Salve signor Ciceri e ben ritrovato. Lei è nato il 10 maggio 1951 a Milano in una Italia claudicante che si rialzava dopo il conflitto mondiale. Come si diventava giocatore di calcio durante il boom degli anni ‘60?
Buongiorno a tutti voi. Sono nato in centro a Milano e ho cominciato a muovere i primi passi in oratorio a S.Ambrogio, vicino l’università Cattolica. All’inizio il calcio era soltanto un divertimento sui campi polverosi della zona, poi ho capito che ero bravino rispetto a quelli della mia età e a 12 anni sono entrato negli allievi di una società meneghina, la Sanyo Milano.

Le chiedo di tracciare un suo profilo tecnico per i lettori che non hanno avuto la fortuna di vederla giocare. Che tipo di attaccante era?
Ero un classico centravanti di sfondamento abituato a giocare sempre sul filo del fuorigioco e calcisticamente egoista: quando mi passavano il pallone il mio unico obiettivo era quello di puntare la porta e provare a fare gol, difficilmente la passavo a qualche mio compagno. L ’unico mio tallone d’Achille era il gioco aereo, non andavo quasi mai a colpire di testa.

Dopo gli exploit giovanili nella Sanyo Milano (dove in promozione regionale a soli 16 anni siglò 12 reti) passò alla Reggiana in serie B. Per i granata fu una stagione sfortunata culminata con la retrocessione in serie C, ma per lei fu di certo indimenticabile. Ci parli della sua soddisfazione nell’esordire in cadetteria a soli 18 anni.
Mi cercavano diverse squadre come Spal e Cesena ma decisi di andare a Reggio Emilia. Fu ovviamente una grande soddisfazione esordire in serie B, ero considerato una promessa del calcio ma il carattere ribelle che ancora oggi mi contraddistingue non mi ha di certo aiutato nel corso della carriera.
Dopo la stagione d’esordio tra i professionisti fui acquistato dal Verona che all’epoca militava in serie A ma, trovandomi davanti mostri sacri come Zigoni e Luppi, non riuscii mai ad esordire nella massima serie nazionale. Nonostante tutto resto molto legato all’esperienza in gialloblù grazie anche al fatto che nella città di Romeo e Giulietta nacque Andrea, il mio primogenito. In quel periodo fui convocato anche in nazionale giovanile ed ebbi la fortuna di giocare con calciatori del calibro di Pietro Anastasi, Roberto Bettega e Pietro Carmignani, tutto questo non bastò per restare all’ombra dell’Arena e il Verona mi spedì a fare le ossa ( io dico in castigo) in serie D per due anni.

Dopo un paio di stagioni in D con Moglia e Carpi approdò a Chieti nell’estate del 1973 con quali prospettive?
La prospettiva era quella di far bene e farmi rispettare. Ero molto arrabbiato con me stesso, determinato, voglioso di mostrare il mio valore  a tutti e curioso di scoprire una categoria nella quale non avevo mai giocato prima. Il mio cartellino era di proprietà del Chieti al 50% mentre l’altro 50 era ancora del Verona.

Conosceva già la piazza teatina?
Conoscevo poco l’ambiente ma i tifosi mi accolsero subito bene. Chieti all’epoca era una piazza rispettata e rispettabile in serie C e capii che potevo giocare al meglio le mie carte.

Il Chieti chiuse una stagione anonima con un 11° posto, eppure lei riuscì a siglare 17 reti e diventare il capocannoniere della serie C in coabitazione con Massimo Palanca. A chi attribuirebbe i maggiori meriti di quell’exploit? Alla sua voglia di emergere o alla capacità della squadra di assisterla nel migliore dei modi?
Sicuramente la mia voglia di emergere è stata fondamentale. Siglai qualcosa come nove reti in sette partite, aveva voglia di sbranare campo ed avversari. Come ti dicevo ero molto egoista nel mio modo di giocare: nonostante fossi assistito da buoni compagni di reparto come Berardi, seconda punta molto veloce,  ammetto che una volta ricevuta la palla il mio unico obiettivo era quello di puntare la porta e fare gol. Per capirci: se arrivavano i cross dalle fasce e la  manovra era fluida e convincente tanto di guadagnato, ma se così non era mi caricavo sulle spalle l’attacco da solo.

Tra i suoi compagni di squadra di quell’annata citiamo Fulvio Fellet e Valentino Leonarduzzi, alcuni anni dopo protagonisti entrambi del doppio salto dalla serie C alla A con l’Udinese. Chi ricorda con maggiore affetto di quello spogliatoio?
Era un grande gruppo, oltre a quelli che hai citato ricordo con molto affetto Walter Berardi, Giovanni Zanotti, Stefano Anelli, Walter Grezzani, Gabriele Cantagallo, Roberto Scicolone, Marco Vastini, ma con tutti avevo un buon rapporto. Eravamo uno squadrone che dimostrò tutto il suo valore concludendo il girone di andata, se non erro, in prima o seconda posizione. Purtroppo nel girone di ritorno non riuscimmo a tenere lo stesso ritmo.

Lei è stato protagonista degli ultimi due derby di campionato disputatisi nel ventesimo secolo siglando una rete nel Pescara Chieti 1-1 del 28 ottobre 1973. Ce la racconta?
Ricordo che all’epoca si parlava della sfida a distanza tra me e Capogna, bomber del Pescara. Fu una partita dura ed eravamo sotto di un gol per la rete realizzata da De Marchi. Io e il mio marcatore diretto ce le eravamo date di santa ragione per tutto il match e a pochi minuti dalla fine lui fu sostituito, stremato dalla fatica.
Il mister adriatico fu così costretto ad effettuare un cambio tattico in difesa, spostando in marcatura su di me il terzino che aveva seguito per tutta la partita Berardi, per mia fortuna incapace di tenermi fisicamente.
Fu così che ad una manciata di secondi dal termine Berardi andò sul fondo e mise uno splendido cross in mezzo, io la schiacciai di testa all’angolino e pareggiamo. Fu l’apoteosi, probabilmente il gol più importante per me in maglia neroverde, una doppia soddisfazione: aver segnato nel derby e non aver perso contro una della squadre più attrezzate del girone.

Un suo ritratto del Guido Angelini uomo e presidente.
Una buona e brava persona con il quale però ebbi un rapporto non proprio idilliaco. Avevamo pattuito un premio in denaro in caso io fossi riuscito a raggiungere quota dieci reti: impiegai otto o nove giornate per raggiungere l’obiettivo ma del premio nemmeno l’ombra. Arrivai a undici, dodici, ma niente, allora chiamai il presidente e capito che non aveva intenzione di mantenere fede al patto gli dissi “Lei non è un uomo di parola io me ne vado” e me ne tornai a Milano. Ho un carattere a volte intransigente e se mi viene negato qualcosa che mi spetta divento una belva.Pensate inoltre che quelli erano altri tempi, nonostante la mie giovane età io avevo già una famiglia ed un figlio e degli impegni da rispettare anche e soprattutto nei loro confronti.
Saltai così una decina di partite del girone di ritorno e dopo qualche tempo lui chiamò mia madre a casa per dirle che mi avrebbe dato quello che mi spettava, rimasi molto dispiaciuto del fatto che non chiamò direttamente me. Tornai quindi a Chieti e portai a termine la stagione facendo il mio dovere fino in fondo ma il nostro rapporto si era ormai incrinato.

Che ricordo ha della città di Chieti e dei suoi tifosi?
Io paragono Chieti a Bergamo per via della distinzione tra la città alta, storica e ricca di stradine molto caratteristiche, e la bassa più moderna e funzionale. Ricordo le passeggiate tra i vicoletti del centro storico e il buonissimo risotto del ristorante  Venturini dove andavamo spesso a mangiare.
I tifosi del Chieti erano fantastici, mi facevano commuovere ogni volta quando, all’ingresso in campo, scandivano il mio nome. Non ero abituato a tanta passione e l’atmosfera che erano in grado di creare mi caricava moltissimo. Con alcuni di loro sono ancora in contatto oggi e questo testimonia l’affetto che ho provato e provo per i tifosi neroverdi.

Dopo la grande stagione teatina la sua carriera è decollata. Passato al Catania vinse il campionato di serie C siglando 18 reti e l’anno successivo disputò il campionato di B da titolare realizzandone 11. Fu l’apice della sua carriera?
Dopo la bella stagione in neroverde, Chieti e Verona mi vendettero al Catania per la cifra di 200 milioni di lire, all’epoca una somma molto importante. Avrei avuto la possibilità di andare a Cesena in serie A ma il presidente Angelo Massimino mi fece una proposta economica quasi doppia rispetto a quella arrivata da Cesena, insomma un contratto che non potevo rifiutare. A Catania trovai una piazza caldissima con ventimila persone allo stadio ogni domenica: riuscii a ripetere la fantastica stagione  di Chieti e fummo promossi superando di un punto il Bari vincendo l’ultima di campionato a Torre del Greco. Ero diventato l’idolo dei tifosi e la mia valutazione era salita vertiginosamente. L’ anno seguente giocai di nuovo a buoni livelli, poi ebbi uno screzio con Massimino per le stesse situazioni già sofferte col presidente Angelini e decisi così di andare a Varese.
Catania è sicuramente la piazza che mi ha dato di più nel calcio, sono rimasto molto legato a tanti tifosi etnei con i quali mi sento ancora oggi, così come mi è accaduto a Chieti. Inoltre la Sicilia ha dato i natali al mio secondogenito Giorgio e torno giù sempre volentieri per disputare qualche partita tra vecchie glorie rosso azzurre.Per concludere direi quindi che Chieti mi ha lanciato e Catania mi ha consacrato.

Dopo un altro anno in B a Varese la sua carriera racconta di ritorni a Reggio Emilia e Catania, prima delle stagioni conclusive a Novara e Riccione.
Esatto. Pensa che a Varese avevo come magazziniere Giuseppe Marotta, attuale amministratore delegato della Juventus: un ragazzo in gamba e molto simpatico ma non avrei mai immaginato che sarebbe stato in grado di arrivare dov’è arrivato. La mia ultima stagione tra i professionisti la disputai a Riccione, poi tornai a Reggio Emilia aprendo un negozio di articoli sportivi e continuando a giocare per diversi anni nelle categorie dilettantistiche della zona.

Qual è stato il compagno di squadra più forte con cui ha giocato e il difensore più ostico da affrontare?
Nella mia seconda esperienza alla Reggiana trovai nello spogliatoio un giovanissimo Francesco Romano, che nella stagione 1979-80 fu chiamato dal Milan per sostituire un certo Gianni Rivera, e che nel corso della sua carriera vinse il primo scudetto della storia del Napoli di Maradona. In quella Reggiana militavano altri due calciatori molto in gamba:  Giampiero Gasperini che attualmente sta facendo faville a Bergamo sulla panchina della Dea, e Alessandro Bertoni che nel corso della carriera ha militato, tra le altre, nelle fila di Fiorentina, Avellino e Lazio.
Per quanto concerne i difensori devo dire che ne ho affrontati di tosti: all’epoca tutte le squadre applicavano la marcatura ad uomo ed era normale per me essere francobollato per tutta la partita. Tra i più difficili da fronteggiare ricordo Giovanni Piccinini e Giovanni Udovicich  ma probabilmente il più temibile fu Roberto Rosato vincitore col Milan di Nereo Rocco di Coppa Campioni ed Intercontinentale nel 1969. Rosato, dopo la militanza in rossonero, passò al Genoa e me lo trovai di fronte in un Catania-Genoa del novembre 1975; in quella partita riuscii anche a segnare provando una grande soddisfazione  nell'eludere un marcatore così forte.

Dopo aver appeso le scarpette al chiodo non ha abbandonato il rettangolo verde: ha allenato molte squadre giovanili dell’hinterland reggiano e ora gestisce la scuola calcio dell’Ambrosiana di Rivalta. Cosa la affascina e la gratifica nel lavorare con i ragazzini?
L’entusiasmo dei bambini, l'ingenuità, la purezza dei loro gesti mi commuove, mi emoziona, mi dà la vita e la forza di stare  in campo tutti i giorni. Lavoro con i ragazzi nati dal 2005 al 2008 ed è uno spettacolo vederli correre, giocare e pensare che il calcio sia solo divertimento.

Ho letto della sua esperienza da osservatore per il Crystal Palace. Com’è nata la collaborazione con le “aquile” del sud di Londra?
L’ho fatto per un paio di anni, me lo aveva chiesto Gianni Di Marzio che lavorava per diverse squadre della Premier League, mi occupavo di segnalare i giovani talenti con cui entravo a contatto. Tuttora collaboro con diverse squadre importanti del nostro panorama calcistico e, per farti un esempio, ho segnalato io Hachim Mastour al Milan: l’ho allenato per diversi anni a Reggio Emilia ed il suo talento cristallino era visibile sin da ragazzino.

Dall’alto della sua esperienza professionale cosa i ragazzi di oggi hanno in più rispetto a voi ragazzi cresciuti negli anni 50’ e cosa invece hanno in meno?
Le differenze sono notevoli, noi da ragazzi vivevamo per il pallone e con il pallone tra i piedi passavamo gran parte della nostra giornata. Nonostante fossi cresciuto in una metropoli gli svaghi all’epoca non erano molti se non quello di stare insieme e giocare per divertirsi. Oggi tra telefoni ultratecnologici, computer, videogiochi e chi più ne ha più ne metta, i ragazzi sembrano aver perso la voglia di lottare e fare sacrifici per qualcosa che desiderano. Vogliono tutto e subito senza sudare. Amo i giovani, lavoro con loro e cerco di aiutarli però riconosco che in generale sono troppo viziati: non accettano l’allenamento, la fatica, la panchina, devono capire che senza sacrifici non si arriva da nessuna parte. Comprendo che a 14-15 anni la gavetta è dura, bisogna studiare ed allenarsi quasi tutti i giorni ma non si può mollare alla prima difficoltà come fanno in tanti. Molti di loro sono gasati e sponsorizzati dai loro stessi genitori, che pagano vitto e alloggio per far stare i propri figli nelle giovanili delle squadre professionistiche. A livello dilettantistico noto inoltre come gli sponsor la fanno sempre più da padrone, alcune volte gli allenatori diventano solo dei prestanome in favore della tabaccheria o pizzeria di turno che, tirando fuori denaro per le sponsorizzazioni, si arrogano il diritto di gestire la squadra anche sotto l’aspetto tecnico.

La lascio al suo lavoro di campo con un’ultima battuta: chi è il Claudio Ciceri del 2016?
Gonzalo Higuain! Ti saluto, un caro abbraccio a tutti i tifosi teatini e alla città di Chieti, a presto.

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