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Di Franco Zappacosta
 
Alessandro Lucarelli vive giorni difficili. Pieni di cattivi pensieri. Anche le feste di fine anno non sono state del tutto serene: incertezze, dubbi, timori tengono in apprensione l'allenatore del Chieti. "Con il lavoro fermo, con uno stop che si prolunga e non si sa quando finirà, è difficile essere tranquilli..." spiega il tecnico neroverde. Ci sono anche risvolti privati da considerare: "La mia palestra di Avezzano è chiusa da mesi, l'attività di mia moglie in una piscina è bloccata, se uno non ha messo da parte qualcosa in passato, come fa ad andare avanti?". Tanti i problemi, ma la preoccupazione dominante per Lucarelli riguarda il suo impegno come allenatore del Chieti e il futuro della squadra. "Si sta navigando a vista e le incertezze sono tante. Nulla si sa sulla ripresa, è pura utopia pensare di poter ricominciare a metà gennaio, il calcio è sport di contatto ed è impossibile ipotizzare che si torni a lavorare in tempi brevi. La salute del resto è la priorità assoluta e se non c'è sicurezza su quel versante, di calcio meglio non parlare. Ad ogni modo se la situazione evolvesse con numeri favorevoli bisogna tener conto che occorrono almeno quattro settimane di allenamenti per recuperare una condizione fisica accettabile, quindi in linea teorica si potrebbe ripartire solo agli inizi di marzo".
Ed eccoci al grande nodo. Se davvero vi fossero i presupposti per riaccendere i motori in quel periodo, con quale format ripartire? Ecco il pensiero assillante di Alessandro Lucarelli.
"È fin troppo chiaro che è ormai da scartare l'idea di concludere il girone di andata e di disputare regolarmente quello di ritorno. Ma io vorrei che si pensasse a un format frutto di scelte e di valutazioni sportive, non politiche. È una follia pensare di assegnare la vittoria del campionato alla squadra prima in classifica al termine dell'andata. La scelta dovrà necessariamente salvaguardare un minimo di meritocrazia e questo obiettivo potrà essere raggiunto soli ampliando nella misura più larga possibile la competitività tra le squadre. Tutte devono poter partecipare.  Diciamolo francamente, questo è già un campionato falsato dalla pandemia, una stagione totalmente stravolta, evitiamo l'obbrobrio di una promozione assegnata dopo un torneo che in pratica non c'è quasi stato. Meglio sarebbe allora annullare il campionato. Non mi piace lo spettacolo di una serie D che procede a singhiozzo, dove alcuni club hanno fatto i furbetti scendendo in campo contro avversari che sapevano essere in difficoltà a causa del virus. Questi comportamenti all'italiana li condanno nella maniera più assoluta. La mia speranza è che il vertice del nuovo Comitato regionale che sarà eletto fra pochi giorni, come primo atto sveli il proprio orientamento circa la ripresa eventuale in Eccellenza e annunci la volontà di adottare un format capace di tutelare meritocrazia e competitività, senza ricorrere a soluzioni di natura, per così dire, politica". 
I giocatori sono rimasti fermi in questo periodo di stop forzato? "No, ci stiamo allenando quattro volte alla settimana, ovviamente ognuno nella propria sede di residenza e soprattutto abbiamo due appuntamenti collegiali ogni settimana sulla piattaforma zoom. Vi partecipano tutti, ci confrontiamo, dialoghiamo e vediamo reciprocamente l'allenamento che viene svolto. È quanto abbiamo fatto anche il 23 dicembre, antivigilia di Natale. Devo dire che i ragazzi sono stati veramente bravi per impegno e attenzione".
Di mercato ovviamente non si parla. Dopo Diop e Fiore c'è stata anche la partenza pesante di Croce. "Noi ci stavamo muovendo già verso fine ottobre, cioè prima che il campionato si fermasse. Poi tutto ha subito una inevitabile interruzione. Sappiamo che mancano sei-sette giocatori per completare l'organico, le operazioni naturalmente sono sospese. Il pericolo è che con la serie D che va avanti, qualche società contatti giocatori della nostra categoria, la tentazione per i più bravi è forte, meglio giocare e prendere magari anche meno soldi che restare a casa un'intera stagione". Peccato, tutto si è fermato sul più bello per il Chieti: lo stadio Angelini riaperto, la squillante vittoria sul Nereto, poteva essere un nuovo inizio ed invece... "È vero, ero certo del rilancio della squadra. Nella prima parte abbiamo avuto qualche momento di difficoltà ma era inevitabile per un gruppo totalmente nuovo, nessuno ha cambiato tanto come il Chieti. Aggiungete il non trascurabile dettaglio di non poter disporre di un campo per gli allenamenti, come fai a prepararti bene se lavori ad Ortona per un'ora, massimo un'ora e dieci, con l'occhio all'orologio perché devi dare spazio alla squadra di casa? Con il Sant'Anna disponibile e l'Angelini agibile, finalmente potevamo organizzarci al meglio ed ero sicuro, convintissimo di recuperare la testa della classifica. Poi tutto è stato stravolto ed ora eccoci qua a sperare che torni finalmente il sereno".

 

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