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(di Franco Zappacosta)

 

Il biennio legato alla gestione di Vincenzo Vivarini, quello che comprende le stagioni 2009-2010 e 2010-2011, rappresenta (forse) l’ultima “Età dell’Oro” del calcio neroverde. Quella dei risultati brillanti e dell’asticella delle aspettative posta su misure piuttosto elevate. Dopo, nulla è stato più come allora, se si esclude il biennio successivo con la doppia sconfitta nei maledetti playoff promozione.
Se un paragone può essere azzardato è corretto accostare il periodo di Vivarini a quello di Piero Braglia all’inizio degli Anni 2000. Fateci caso: l’uno e l’altro hanno aperto e chiuso il decennio delle “Grandi Speranze”. Non per caso i due ex tecnici del Chieti ora guidano formazioni di serie B, l’Ascoli e il Cosenza, avviate a raggiungere il porto della salvezza dopo una navigazione nemmeno tanto tormentata. Non bisogna mai credere alle congiunzioni zodiacali che influenzano il destino delle persone e marchiano le loro opere. Se pensiamo però che entrambi sono nati nel mese di gennaio sotto il segno del Capricorno e ne valutiamo la personalità sulla base degli influssi astrali, beh, talune certezze cominciano a incrinarsi.

A noi Vincenzo Vivarini piace perché nel tempo, pur avendo compiuto un percorso professionale di assoluto rispetto, mantiene la misura, la pacatezza, lo spessore umano e lo stile che altri avrebbero forse smarrito se fossero stati protagonisti della sua stessa ascesa. Troppo schivo, forse, in un ambiente in cui evitare le luci dei riflettori può essere penalizzante. Lui no, coerente e schiena diritta sempre, nella buona e nella cattiva sorte (calcisticamente parlando).

Il tecnico, nato ad Ari il 2 gennaio 1966 (sia ben chiara la data perché in rete ci sono vari strafalcioni in merito) prese la guida del Chieti nell’estate del 2009, dopo l’esperienza vissuta sulla panchina dell’Angolana. Sono passati esattamente dieci anni. Vinse subito, al primo tentativo, il campionato di serie D.

Sicuramente fu un’impresa non di poco conto.
<La serie D è sempre il campionato più difficile da vincere. E’ come avventurarsi in un mondo sconosciuto, al di là delle Colonne d’Ercole, nel senso che rappresenta ogni anno una vera incognita. Le forze in campo non sono mai ben riconoscibili e valutabili. Noi l’affrontammo con una squadra racimolata tra tante difficoltà, sicuramente il Chieti non figurava tra le favorite. A gennaio eravamo addirittura a dieci punti dalla vetta occupata dall’Aquila. Sembrava una stagione segnata, poi invece cambiò tutto. Ci fu una netta inversione di rotta e il corso del destino prese una diversa direzione da quella che prima sembrava delinearsi. Questa è la serie D: indecifrabile e impronosticabile. In quello dove di solito è inserito il Chieti sono presenti forti compagini marchigiane, vanno poi considerati i grossi rischi legati ai tanti derby con le altre formazioni abruzzesi. Insomma una bella montagna da scalare. Si chiama serie D ma presenta difficoltà superiori a quelle delle categoria che le stanno sopra>.

Cosa intervenne in particolare a propiziare la svolta che consentì di tagliare per primi il traguardo finale?
<Il recupero fu dovuto in larghissima parte alla nostra organizzazione di gioco che ad un certo punto si dimostrò superiore a quella delle altre. Nella parte conclusiva della stagione si registrò un crescendo senza pause. Anche in termini realizzativi le cose presero a funzionare molto bene e questa è un’altra chiave per capire come si verificò la sterzata decisiva>.


Il mister sulla panchina neroverde

 

I giocatori che più di altri si assunsero la responsabilità di trainare il gruppo?

<Tutti assicurarono il loro decisivo contributo. Però non posso non citare Tiziano Mucciante che aveva già disputato diversi campionati in serie D e che l’anno dopo lanciammo in C. Un’evoluzione professionale che ha portato in seguito il ragazzo a giocare in piazze di una certa importanza. Quel Chieti disponeva inoltre di un centrocampo molto tecnico che aveva in Fernando Vitone l’elemento di maggiore spicco. Considerati i 18 gol di Alessio Rosa tutto quadra e appare chiaro. La qualità ebbe un peso determinante>.

Anche nel successivo campionato, in Lega Pro, le cose andarono piuttosto bene.
 <L’anno si concluse con un apprezzabile sesto posto puntando ancora, e forse di più, sulla qualità. Soprattutto quella della coppia dei nostri due mediani, Stefano Amadio e ancora Fernando Vitone>. Migliore realizzatore (9 reti) dei neroverdi l’argentino Emiliano Daniel Buttazzoni, nato a Rosario, la città fabbrica di campioni.

E’ possibile affermare che il biennio teatino è stato per lei il trampolino di lancio?
<
Al Chieti devo sicuramente molto. Basti dire che grazie alla vittoria in serie D mi spettò di diritto il patentino per poter allenare in Lega Pro. Accorciai di tanto un percorso che altrimenti sarebbe stato piuttosto faticoso>.

Ci par di capire che la separazione venne decisa d’amore e d’accordo.
<Il ciclo di Vivarini al Chieti ormai si era concluso. Stima e affetto reciproco mai venuti meno, dall’inizio alla fine del rapporto. Le nostre strade si divisero con una sincera stretta di mano. Andai ad Aprilia e incrociai il Chieti da avversario>.

Il Chieti è stato finalmente promosso (in D) dopo anni di tribolazioni. Purtroppo ci sono stati personaggi opachi che hanno creato terra bruciata. E deturpato l’immagine neroverde in maniera gravissima. Anche adesso non mancano allarmanti turbolenze: c’è stata una lunga catena di dimissioni, ultime quelle del tecnico Alessandro Lucarelli al quale pure si deve il successo finale.
<Per impegni di lavoro, che certo non sono leggeri, ho potuto seguire poco le vicende passate del Chieti. Né conosco bene le attuali dinamiche interne alla società, ma la piazza la conosco bene. E’ stata stabilmente in serie C, una realtà consolidata e rispettata in quella categoria. Non dimentichiamo che la crisi ha investito anche città più grandi e club blasonati. I tifosi neroverdi sono particolarmente legati alla squadra, hanno calore e passione, a Chieti però c’è un handicap che ho toccato con mano anche ai miei tempi. Il problema sono gli imprenditori che continuano ad attribuire scarsissima importanza al calcio. Non ne valutano l’impatto sociale, il ruolo e la forza aggregante che ha nell’ambito di una comunità. Eppure specie nell’area dello Scalo c’è un ampio bacino di aziende che potrebbero dare un aiuto e rendere meno accidentata la vita della società. Invece restano lontano e gli stenti sono quelli di sempre. Fare calcio oggi comporta spendere soldi, da qui non si scappa, inutile illudersi e credere che ci siano alternative nella gestione di un campionato. Senza risorse adeguate non vai da nessuna parte. Al di là di questa analisi sono contento per il ritorno del Chieti in serie D, che è il minimo per un club con il suo passato>.

Vogliamo chiudere con il saluto di Vincenzo Vivarini al Chieti e ai suoi tifosi?
<Li ricordo con piacere e soprattutto con affetto. Ammiro la passione dei ragazzi della curva Volpi, quanto amore nutrano per la squadra, ne ho sempre avuto grande rispetto. Auguro alla gente neroverde, alla società, alla città una futura stagione piena di soddisfazioni>.

Ma partendo da basi che siano credibilmente solide. Questa però è un’altra storia.


Vincenzo Vivarini nella sua "casa" attuale

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