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Di  LICIO   ESPOSITO.

 

Preambolo.

La quiete dopo la tempesta?Solo un incontro di calcio! Chieti FC-Alba Adriatica 0-3!

Questa breve premessa dev’essere dedicata al sig.Fabrizio alias Furetto, al quale contracambio il saluto del 30 agosto (mi scuso del ritardo su alcuni contrattempi). Grazie per il “vero capolavoro” e “per i racconti belli ed interessanti”. Comunque, come qualcuno diceva, Lei è l’anima che il nostro sito ha messo a disposizione degli sportivi. La sua passione è ammirevole e la sua disperazione nella prima partita persa, è proprio la dimostrazione della sua fede. Mi sono accorto che è anche competente e la descrizione nello stoppare la palla e schiena diritta, ne è una prova. Nello stesso tempo, nelle riflessioni ognuno di noi non è esente da critiche che inevitabilmente portano alla banalità delle cose. Ma non ci sono problemi. Grazie per i “nordici” cioè teatini al Nord..

L’ottimismo e l’entusiasmo sono lodevoli ma dobbiamo essere consci che incontreremo delle difficoltà.  Il mio entusiasmo è molto sobrio perché immagino sempre difficoltà per la rifondazione della società. Perché è una RIFONDAZIONE, di conseguenza una RICOSTRUZIONE, che doveva essere completata anni fa ma che si dissolse come nebbia al sole. E’ stato rivolto un”appello” agli sportivi teatini per richiamarli (!) alle proprie responsabilità calcistiche di un nome che dal 2007 si è visto sfuggire dalle proprie simpatie la propria squadra. Periodo buio? Direi che figure come quelle fatte negli ultimi tempi non si possono cancellare.

Devo ringraziare il sig. Luciano di questo Sito che ponendo la domanda sulle “PARTITE DI LIVELLO SUPERIORE ALL’ANGELINI STADIO DI Chieti.ha messo in condizioni di riflettere sulla nostra storia. Gli incontri internazionali sono “le cartine di tornasole” che possono esprimere la forza e l’importanza di squadre, società e dei loro stadi. Quella dello Stadio Angelini è deficitaria e vedere ora la nostra posizione calcistica pensiamo tutti che la squadra non merita il posto attuale. Il Chieti è stato sempre una squadra professionistica di serie C e la posizione di permanenza nella suddetta serie è prettamente ai primi posti. Certamente da qualche anno siamo andati un po’ indietro ma siamo sempre da quelle parti primarie. Non è stato fatto nulla per premiare la squdra per meriti sportivi e per essere capoluogo di Provincia. Ormai è roba vecchia e decrepita che il tempo ha seppellito. Ma non i suoi valori. Ora questo modo di agevolare la sua permanenza nel calcio si può chiamare anche ripescaggio. I meriti non valgono più nulla. Il mondo va in questa direzione quando hai fatto il tuo ciclo di crescita vivi poi basta. Ringrazia che hai un campicello dove giocare. Il mondo che ora è basato sul denaro ha lievitato tutto.  Ci sono state delle prese di posizioni sul calcio cominciando dalla legge Bosman.Poi più nulla. Ma altre realtà calcistiche anche fuori dall’Italia si sono riorganizzate. Nelle altre situazioni non di campionato nazionale, si è dato spazio a molte città anche piccole, di cui molte, non conoscevo l’esistenza calcistica. Portare il calcio dovunque va anche bene, che poi ti sei fatto il mazzo prima, allora devi portare pazienza. E’ finito il tempo delle vecchie squadre. Meriti?Ma quali secondo alcuni. Queste riflessioni, si può dire, che sono inutili. Dicono é colpa loro se diverse squadre sono in condizioni da ricostruire. Perché principalmente ci vogliono mezzi finanziari o niente campionato che vale. Noi siamo in ricostruzione e non è facile Il Chieti è stato ripescato qualche anno fa, per meriti calcistici (non credo) o altro? Non lo voglio sapere. Ma anche saperlo che cambia?

Vorrei però accennare a questi meriti calcistici per la permanenza di una squadra in una SERIE di categoria, secondo i miei dati, sulla classifica per la Serie C dal 1935 al 2015 della serie C-C1-C2 e Lega Pro su n. 666, Il Chieti è al quarto posto.

Sul numero finale bisogna dire che non è proprio esatto perché negli elenchi risultano i nominativi delle società che in molti casi hanno cambiato denominazione, ma sono sempre le stesse.   Esempio: abbiamo Foggia, Foggia Incedit e Incedit Foggia, che sono la stessa società e le variazioni sono dovute  a questioni finanziarie. Oppure Livorno e Pro Livorno, ancora Isernia e Aesernia.E’ stato fatto un controllo ma il numero delle presenze sommate,anche riferentesi ad altre posizioni, non supera le posizioni entro le quali le squadre primarie.

Allora possiamo leggere la classifica:

1)Prato 63; Rimini 57; Legnano 55; 4) CHIETI 52; Spezia 52; Carrarese 51

Pro Patria 51; Salernitana 51; Pavia 49; Treviso 49; Lecco 48; Ravenna 48; Siracusa 48;

Mantova 47; Alessandria 46; Cremonese 46; Pro Vercelli 46; Benevento, San Vito 45; Biellese 45; Arezzo 44; Piacenza 44; Forlì 43; Siena 43; Spal 43; Cosenza 42;  GIULIANOVA 42;

 In tutti i casi volevo accennare ai nostri tifosi che invocano “Forza Teate”. Ecco proprio parliamo di Teate e cosa si faceva negli anni difficili del 1943-44.Forse ci togliamo qualche illusione di troppo e guardiamo la realtà a volte romanzesca.

 

Le trasmissioni radiofoniche non erano una prerogativa per tutti, ed avere un ricevitore allora era già un primato e quasi un privilegio specialmente per le serate noiose.

Al tempo di guerra, i programmi erano due (A e B) ed unificati di mattina con radio scolastica, trasmissione per le forze armate poi canzoni e melodie e Radio sociale.

Nel pomeriggio il programma UNO trasmetteva: musica sinfonica, orchestra classica, radio scuola, camerata del balilla, concerto di piano, musica per orchestra ed orchestrina.

L’altro programma invece: orchestre classiche, concerti di piano, canzoni in voga, concerti sinfonici, musica varia. Nei vari concerti sinfonici cominciamo a sentire alcuni grandi della lirica come Gino Bechi e Beniamino Gigli; veramente la sera queste trasmissioni erano ascoltate da mio padre. Io ero al suo fianco ed anche  se ero indifferente, cominciavo ad avere conoscenza di alcune melodiche, poi, viceversa, apprezzai. Ma come non farlo!

Come si può vedere, le canzonette non ancora occupano completamente lo spazio nella radio e la musica classica e sinfonica la facevano da padrone.

Le radio non ancora erano diffuse e le canzoni incise su dischi a 78 giri costavano, noi, però con la nostra CGE sentivano alla radio alcune canzoni in voga allora: “Maramao perché sei morto” “Pippo non lo sa” con i cantanti Ernesto Bonino, Silvana Fioresi, Natalino Otto e poi Alberto Rabagliati, che fecero furore.

Inoltre la cantante Memè Bianchi che ho avuto il piacere di sentirla circa dodici anni dopo a un concerto dato per i militari della Cecchignola di Roma.

Si scoprirono le voci talentuose del Trio Lescano e di un quartetto “Cetra” senza Lucia Mannucci.

Le orchestre che suonavano erano dei maestri Barzizza e Angelini con il cantante Michele Montanari ma noi ragazzi, allora, apprezzavamo anche le canzoni di guerra tipo “La canzone dei sommergibili”, molto orecchiabile come una canzone, diciamo italo-tedesca, che diceva pressappoco “Camerata Richard, benvenuto ecc”. Parliamo anche del Corso Marrucino, di quest’arteria principale di Chieti che si sviluppa dal Largo del Teatro o Pozzo oggi Piazza Valignani sino all’incrocio con Via Arniense e dal Largo del teatro verso largo della Trinità (ex Corso Galiani).

Avevamo una radio CGE del modello simile a quello presentato in questo articolo.

Vorrei descrivere il momento di quando ci fu consegnato a casa. La mia abitazione era una costruzione a Chieti in via Valignani, situata al 2° piano e affacciandosi al balcone prospiciente la via, si poteva vedere tutto il pezzo di strada almeno fino a piazza Garibaldi. Non ancora c’era il filobus e la maggior parte delle persone che abitava nel nostro rione non prendevano, se non in casi eccezionali, il tram che (c’era ancora) ma da Chieti Scalo dopo la fermata davanti a casa nostra (via Valignani, Rimessa) percorreva un breve tratto di strada e via Arniense e si fermava al capolinea del piazzale del Piano S. Angelo (da noi chiamato) ma che ufficialmente era Largo Garizio o Carisio, come dicevamo noi.

Dal balcone si poteva vedere quando mio padre ritornava dal lavoro, proveniente dai suoi uffici siti in Corso Marrucino.Questo per il pranzo e delle volte anche per la cena. Quella parte visibile che noi vedevamo era di sera illuminata, per cui non era difficile distinguerla figura di mio padre. Era il 1939 e veramente il problema radio era diventato come adesso, per un qualsiasi mezzo di comunicazione, un piccolo problema sull’informazione. Una serata si stava allungando troppo e non si riusciva ad intravedere la figura di mio padre che tornava a casa, quasi sempre con passo svelto.

In un momento, si intravide mio padre con a fianco un signore che portava sulle spalle un qualcosa di quadrato, come una cassetta, e non riuscimmo a capire cos’era ovvero qualche contenitore di bottiglie o altro. Proseguirono insieme e mano a mano che si avvicinavano, il profilo dell’accompagnatore si delineò. Era un giovane non con tenuta da passeggio ma con una specie di tuta da lavoro. Quando giunsero davanti alla nostra casa, si fermarono un attimo e imboccarono le scale. Ma allora quell’oggetto era per noi! Quando mio padre entrò in casa con la porta già da noi spalancata, ci comunicò della sorpresa. Mio fratello e mia madre ci guardammo in viso e ancora con la “sorpresa” si apri il pacco di cartone e apparve la radio. Una radio CGE molto simile a quella qui raffigurata, solo il colore era più chiaro e leggermente più basso. Cosa dire. All’epoca a Chieti non c’erano molti negozi di elettricità ma proprio al Pozzo (piazza Valignani) c’era il negozio di Arturo di Renzo che oltre che trattare materiale elettrico cominciava la vendita delle prime radio in città. Era propria un’azienda che si occupava anche di impianti idraulici e di riscaldamento.

Qualcuno potrà obiettare:quante storie per una radio!Vivere a quel tempo sembrava già aprire le finestre ad un nuovo mondo ma nello stesso tempo già si presentavano all’orizzonte bagliori di guerra, ci stavano avvicinando ad un nuovo conflitto. La fine della guerra con la bomba atomica non ci ha aperto nuovi orizzonti. Domanda difficile perch stiamo ancora parlando di pace, invocato da tanti anni.Forse abbiamo capito il mondo contemporaneo, poi  la vita continua  sempre con i suoi interrogativi.

Come diceva anni dopo Renzo Arbore che paragonava la TV al nuovo focolare, anche la radio allora non era altro che il nuovo focolare che sostituiva il famoso braciere. con il poggia piede circolare. Allora era così perché il riscaldamento di adesso lo si trovava solamente negli uffici o abitazioni pubbliche. Il metano gas era ancora da venire e le caldaie a carbone erano quelle che andavano.

 La radio mise tutti d’accordo per le notizie e le trasmissioni si potevano sentire-ascoltare anche stando lontani dall’apparecchio. In effetti, cambiò anche il nostro modo di vivere e le informazioni che ci venivano trasmesse hanno forgiato il nostro modo di ragionare. Il giornale era diventato un’appendice dove si potevano riscontrare tante cose ma non istantanee. Siamo sempre nel 1939.

A Piazza Valignani è sito il Teatro Marrucino che negli anni ottocento era la chiesa di Santo Stefano della Compagnia di Gesù e che in seguito diventò, dopo il suo abbandono, deposito e magazzino all’epoca dello stabilirsi delle truppe francesi nella nostra città.

Inoltre si affaccia nella piazza il palazzo arcivescovile, dove fa spicco la torre vescovile del 400’, mentre la Banca d’Italia situata nel palazzo della Provincia, costruita nel periodo 1916-18, e che faceva parte del palazzo Valignani e che fa eco sulla stessa Piazza.

Per il prolungamento della strada sino in Via Arniense furono demoliti diversi edifici, già nel primo novecento proprietà della Confraternita del SS. Rosario, furono demolite nel 1915.

Al suo posto furono costruiti il Palazzo della Provincia e la sede della Cassa di Risparmio, nello stesso tempo si evidenziò il palazzo De Majo. Sempre nella stessa Piazza fu abbattuto il Palazzo De Risis, attorno all’anno 1906-1907, dove c’erano un albergo e ristorante e fu costruita l’attuale sede del Banco di Napoli.

Questa foto, anche altre e alcune descrizioni provengono da <<Cartoline di Chieti>>.Immagini della città tra 800’ e 900’. Casa Editrice Tinari, 1996.Villamagna (Ch) che si ringrazia vivamente.

Possiamo intravedere a destra uno scorcio del palazzo arcivescovile e di seguito la libreria Leccese e poi le pensiline a semicerchio dell’albergo “Sole”, ora tutto è diverso.

In quegli anni i cinema Corso Cinema, Eden e Dopolavoro erano le nostre mete domenicali e le file per entrare erano all’ordine del giorno e noi ragazzi rischiavano di essere schiacciati nella calca che si formava.

La calca per assistere alla proiezione di un film importante era di prammatica al Corso Cinema.

L’ingresso era abbastanza ampio con un botteghino alla destra appena entrati.

Dopo una faticosa ed estenuante calca, appena avuto i biglietti si entrava nella seconda sala di aspetto munite anche di sedie per sedersi e si aspettava che finisse la proiezione del film e poi entrare nella sala da due ingressi, rigorosamente chiusi, e nella sala superiore attraversa una scalinata.

Quando lo spettacolo finiva, il pubblico sfollava da altra uscita sia quelli del parterre che quelli del piano superiore.

Per il cinema Eden il discorso è leggermente di diverso tipo.

Il locale era diverso perché dopo aver fatto il biglietto all’ingresso, si accedeva a un corridoio alla cui destra c’era una sala biliardo sempre saturo di fumo che rasentava la nebbia e alla sinistra un caffè ampio e subito dopo c’erano delle entrate che conducevano ai balconi o palchetti che davano sulla sala proiezioni.Tutto il locale che faceva capo alla sal proiezioni era di stile ottocento e

in fondo al corridoio c’era una scalinata che conduceva in basso alla sala proiezioni o parterre abbastanza lungo e stretto. I sedili erano sei o sette a sinistra e altrettanto a destra, con mezzo un corridoio. Il pavimento era di legno abbastanza rumoroso quando si camminava. Sei o sette posti a destra e altrettanto a sinistra, quindi dimensioni anche abbastanza ridotte del locale. Ma Era abbastanza lungo, però l’acustica non era male.Quelli agli ultimi posti sentivano abbastanza.

Il problema, sempre quando c’erano film importanti, era quello di occupare i migliori posti e tutti si accalcavano lungo la scalinata nell’attesa della fine del film e solo allora gli addetti aprivano la porta d’accesso.

Naturalmente dopo che il pubblico era sfollato dalle uscite che davano su una strada interna stretta.

Naturalmente nell’attesa del film qualcuno entrava ai palchetti, ma era impossibile vedere perché era già affollato e le disponibilità di visibilità erano veramente critiche e si aspettava solo di entrare nel parterre o sala al pianterreno.I palchetti erano delle balconate  dopo prendevano posto solo alcune sedie apposite, ma vedere una proiezione era abbastanza faticoso con mediocre visibilità.

Poi si fumava in continuità(allora non era vietato) e la nube quasi tossica veniva respirata da coloro  che stavano in alto.

Per il Dopolavoro (poi Enal) invece il problema esisteva in minima parte perché l’ingresso con biglietteria era ampio. Non so perché ma la calca si sfoltiva subito e la sala d’aspetto così grande, che si poteva aspettare l’ingresso senza farsi schiacciare dal pubblico alquanto sempre numeroso.

Poi la sala proiezione era molto grande e tutti trovavano posto a sedere e si poteva stare anche in piedi avendo spazio anche per la visibilità.

Mi volevo soffermare per descrivere il locale che per me era abbastanza ampio con delle colonne e pareti marmoree ed anche la pavimentazione. Sembrava un ambiente piuttosto freddo ma troppo perfetto nella sua disposizione. Qualche manifesto dei film mitigava  questa visione  dell’ambiente quasi ospedaliere.

Non si può tralasciare l’avvenimento principale del 10 giugno 1940.

<<Si era sparsa la voce che nella giornata qualcosa doveva succedere. Una folla si era accalcata nel terrazzo antistante al Dopolavoro (costruzione dell’era fascista in Piazza della Trinità) per ascoltare il discorso del Duce, trasmesso via radio e con gli altoparlanti>>.


C’era nell’aria un’atmosfera diversa e preoccupante. Già da qualche giorno si accenna all’oscuramento, all’allarme aereo, di sirene oppure di suono delle campane. Si parlava di capo fabbricato, di maschere antigas (l’avevamo provate a scuola), di torce tascabili oscurate. Anticamera della guerra. Forse sì.

Io stavo in casa, incollato alla nostra radio la bellissima CGE. Si era nell'attesa del Duce. Ormai tutti lo sanno: erano circa le 18 e l’Italia entrò in guerra.

Dalla voce del Duce la dichiarazione di guerra seguita dalle grida festose della folla. Via radio si sentiva nitida la percezione di ciò che stava accadendo a Piazza Venezia. Mi resi conto della gravità e dell'importanza dell’annunzio e, dopo una riflessione, spensi la radio e scesi di corsa le scale di casa.

Nel piazzale antistante al nostro portone di casa in Via Valignani, una piccola folla commentava già l'avvenimento. Il nostro piazzale è stato sempre  un luogo di riunone, ci si incontrava e si discuteva. Nel piazzale oltre all’entrata principale dell’abitazione, c’era un tabaccaio e a fisnco  un barbiere che dopo qualche anno  aprirono,gli stessi esercenti, in caffè.La gente era anche un po’ entusiasta ma qualcuno prudente e scettico e ci s'interrogava a cosa poteva portare questo nuovo stato di cose! 

Poi m'incamminai verso il centro della città ed appena giunto al Largo Carisio o, com’era denominata allora, piano S. Angelo. Vidi un corteo di persone con bandiere e stendardi che scendeva dalla Via dello Zingaro, inneggiando, per poi risalire per Via Arniense.

Dopo la dichiarazione di guerra, i primi provvedimenti presi furono l’oscuramento e il razionamento. Le lampade stradali devono essere azzurrate come le pile tascabili, i fanali delle auto, in verità molto poche, devono essere verniciati di blu o azzurro con una piccola striscia verticale di due cm di larghezza da dove usciva un piccolo fascio di luce. Velocità massima fuori città di 40 Km e in città di 20 Km!

L’altra fermata importante era alla rimessa dei tram situata davanti casa mia. Poi dopo che la linea ferrata fu divelta dai tedeschi, fu adibita a rimessa degli autobus. Dicevano che le ostilità sarebbero durate poco! Nessuno prevedeva quello che ci aspettava in seguito>>.

I ciclisti devono circolare in fila indiana e non appaiati (ma adesso è lo stesso!).Le imposte dovevano restare chiuse e pattuglie d’agenti erano addette a far osservare le norme oppure da un capo-fabbricato all’uopo nominato.

In tutti i casi si parlava ancora di calcio per la vittoria dell’Ambrosiana-Internazionale in Serie A e della novità introdotta nel campionato e in pratica della comparsa della numerazione sulle maglie. 

Però adesso devo fare molti passi indietro e andare nel 1937 quando alunno della 1^ classe elementare fui premiato per meriti di studio e condotta. Questa la dizione “ufficiale”.Forse non tutti sanno di questo attestato che all’epoca, magari veniva distribuito anche per ribadire l’interesse del Regime per i primi studi Comunque storicamente è un attestato che non tutti sanno e di cui io voglio farlo presente perché l’iniziativa era della Società Operaia di Mutuo Soccorso con l’approvazione della società Dante Alighieri. Non posso dimenticare la mia prima insegnante e qui mi richiamo ai miei ricordi. A Chieti non c’erano strutture tali da ospitare un pubblico che potesse contenere una manifestazione specie di ragazzi. Di locali c’era ben poco. Il Corso Cinema era abbastanza insufficiente per il palcoscenico, l’Eden era sempre senza palcoscenico adeguato ed il teatro era un po’ off-limits per una massa di bambini e di studenti che anche all’epoca erano piuttosto effervescenti. Il Cinema Dopolavoro (OND) poi cambiato in ENAL, era di dimensioni tali di poter contenere queste premiazioni eppoi il locale era allettante per ciò che si doveva premiare. Nel diploma era allegata una medaglia, non d’oro, ma per il ragazzo/a era un emblema di orgoglio.

Ebbi anche l’anno dopo lo stesso premio e poi nel locale cinema si potè godere per i film, che però, devo dirlo, non si godeva era un ambiente diciamo caldo, quando si entrava si sentiva subito la sua ampiezza e la freddezza dei marmi che ornavano quasi tutto il locale. Però a parte i film che da ragazzo abbiamo visti e anche rivisti, non posso dimenticare la prima manifestazione, diciamo scolastica-sindacale, perché tale venne definita. Quando nelle scuole superiori, venne fuori il problema dell’ammissione all’Università per gli studenti degli Istituti tecnici, ci furono delle piccole manifestazioni. Cosa successe. Ci furono dei cortei organizzati dagli Istituti tecnici della città, contrapposti alle assemblee indette anche fuori, dagli studenti del Liceo. Gli organizzatori decisero dopo trattative di andare al cinema ENAL per le discussioni. Credo che fosse una delle prime assemblee del dopo-regime. Sul palcoscenico ci furono dei dibattiti ma il più acceso, cosa che mi è rimasta sempre accesa nella memoria, è stata la presenza sul palco di una ragazza del Liceo che raccolse molti applausi dai suoi compagni e tante parolacce da quelli degli Istituti tecnici. Il contendere era l’ammissione all’Università vietata ai diplomati Industriali se non in una laurea finanziaria (economia e commercio).Il periodo era eccezionale e si voleva rendere paritario gli istituti Superiori ma la cosa non era semplice. La ragazza nominata spiegò che il diplomato perito aveva una sua strada mentre un liceale abilitato poteva contare poco nella vita amministrativa e industriale. Anche adesso è così, ma il fatto esisteva e i dissensi di vario genere continuarono per diverso tempo e solamente dopo tanti anni da quella prima dimostrazione “Sindacale. Didattica” si  dimostrò non così semplice com’era presentata a principio. Ci furono delle risoluzioni che, in un certo senso, seguivano disposizioni e indicazioni dell’UE per poter  svolgere la propria professione tecnica ed industriale.

Questo malcontento si accentuò quando c’erano i tornei studenteschi e le formazioni dei licei non ebbero tanta fortuna. A prescindere dei fatti dall’una e dall’altra parte, mi sono rimaste impresse le argomentazioni della ragazza. Seppi che si sposò e rimase a Chieti. Vorrei tanto poterla salutare perché allora, a mio parere, seppe argomentare un problema che poi divenne, come dicevo, fonte di discussioni anche perché molti regolamenti potevano essere cambiati e le regole della scuola ed Istituti anche. Si cominciava a parlare del nostro destino. Ma cominciavano ad emergere problemi sociali e di classe per un mondo nuovo che si affacciava al nostro orizzonte.

I film proiettati erano quasi tutti italiani e dopo arrivarono film tedeschi ma per me importavano anche i film d’avventure e per ragazzi.

Mi divertivano quelli con Macario e anche di Totò che apparve sugli schermi in uno dei primi film: San Giovanni decollato.

Cominciammo a conoscere i divi dell’epoca e anche da ragazzi avevamo ammirazione per loro.

Il film “una romantica avventura” con Cassia Noris, Gino Cervi e Leonardo Cortese mi sono rimasti impressi per tanti anni per la sua trama e per la sua musica melodica, si proiettò “Alfa Tau” che era un inno alla Marina Militare, poi”Giarabub” con Fosco Giochetti che affrontava i primi avvenimenti di guerra.

Nell’anno 1940 arrivò in Italia il film “Ombre rosse” con John Wayne e da allora sono diventato, ed ancora oggi, un appassionato dei “Western”. Quelli “veri” però,

Non dimentico gli attori come Amedeo Nazzari, Vittorio De Sica, Rossano Brazzi, Massimo Serato e tutti quelli che sono menzionati nelle locandine. Alida Valli detta “la fidanzatina d’Italia” che entusiasmò con altri film tra cui “Piccolo mondo antico” di Mario Soldati e con un motivo “Ma l’amore no-l’amore mio non può” di un suo film, cantato anche da noi ragazzi, diventò più famoso perché canticchiato da tutti i soldati nei vari fronti.

Il 23 luglio 1944 lo Stato Maggiore Italiano autorizzò la costituzione di due gruppi di combattimento con le Divisioni “Cremona” e “Friuli” trasferiti dalla Sardegna con equipaggiamento ed armamento britannico, tutta l’organizzazione fu affidata al gen. Urbani.

Cominciano a circolare le prime notizie sull’esito della guerra e sui nostri governi. Appena gli alleati entrarono a Roma, il principe Umberto di Savoia assunse la Luogotenenza del Regno insieme al governo Badoglio formato nel Regno del Sud.  Dopo qualche giorno lo stesso governo rassegnò le dimissioni. Verso il 20 del mese si formò un governo presieduto da Bonomi e diventò il primo governo dell’era luogotenenziale.

A fine agosto gli alleati liberano Parigi e sfondano in Italia con l’VIII Armata Britannica (25 agosto) attaccano la linea Gotica e avanzano dalla parte Adriatica.

Si pensava anche all’altra parte dell’Italia che ancora era in guerra e che sarebbe tornata presto a far parte di un’unica entità nazionale, i giornali parlavano degli avvenimenti che facevano presagire la fine della guerra in Italia e in Europa, ma nessuno pensava alla bomba atomica che avrebbe cambiato, l’anno dopo, le sorti della guerra e nel futuro dell’intera umanità.

Le persone cominciavano a muoversi nelle diverse località ma gli autobus erano scarsi ma le autorità alleate avevano messo a disposizione della popolazione dei camion scoperti le cui rimesse erano sistemate nell’edificio di fronte alla Caserma”Vittorio Emanuele” ora Spinucci. Questi automezzi nel mese d’agosto trasportavano coraggiosi bagnanti verso il “nostro mare” e cioè Francavilla, ma le macerie delle località di solito frequentate dai teatini erano ancora evidenti e palpabili e le poche spiagge da poter frequentare distavano lontane dai centri abitati. Sulle spiagge la presenza di qualche mina poteva essere molto pericolosa, oltre a masse di macerie che non ancora erano state sgomberate e delle volte, si evidenziavano a soli pochi metri dalla spiaggia.

Qualcuno raggiungeva il mare con le restanti biciclette, nascoste ai tedeschi, si tuffavano per refrigerio ma dovevano augurarsi di non avere guasti o contrattempi perché di quei tempi avere pezzi di ricambi e pneumatici non era difficile ma difficilissimo diciamo quasi impossibile.

Insomma i giovani nell’estate si avventuravano in quei posti che fino a pochi mesi prima vi era la presenza militare sia dell’una sia dell’altra parte.

I camion erano anche necessari ma non potevano sostituire il servizio che, almeno in parte, faceva il tram per la città e lo Scalo. Qualche autobus rimesso su alla meglio faceva il servizio per Chieti Scalo e dintorni e per Pescara, solo nel giugno 1950, questo lo ricordiamo, s’inaugurò il servizio filoviario Chieti Scalo-Chieti Città e ritorno con servizio interno perché passava per il Corso Marrucino.

Ecco per gli autobus le cose non andavano molto bene e quelli che erano stati salvati dai prelevamenti dei tedeschi, erano riammessi nel circuito stradale con sicurezza quasi zero oppure ricorrere ad autocarri coperti e non.

Un giorno dovevo andare a trovare un mio compagno di scuola di Francavilla la cui famiglia abitava in campagna, ai margini della strada statale Chieti - Francavilla a pochissimi chilometri dall’Alento. Era un giorno in cui non eravamo andati a scuola, forse era un festivo o non ricordo. Con mezzi di fortuna o chiedendo qualche passaggio e ai rari mezzi di trasporto che transitavano in quella strada, oppure anche a piedi, raggiunsi la casa di questo compagno.

Era figlio di un contadino e mi spiegava tante cose della sua terra e così si potè capire l'essere in campagna in mezzo ad alberi e ad animali che avevano, ovini, suini e bovini. Devo dire che all’epoca molti di loro frequentavano gli Istituti tecnici. Si dovevano annoverare non solo coloro che abitavano nel circondario della città bensì da altre località abruzzesi oltre che dalla vicina Pescara dalle altre località anche oltre provincia. Solo dopo qualche anno a Pescara decisero di mettere l’Istituto tecnico, almeno per quanto riguarda i periti. Nelle mie classi frequentate devo dire che gli studenti teatini erano ben inferiore di frequenze’Istituto tecnico per geometri era no quasi tutti teatini e la differenza si vedeva quando c’erano i tornei calcistici.

Nel pomeriggio era arrivata l’ora del ritorno e veramente non mi andava di ripartire facendo l’autostop a chicchessia. Il servizio autobus Chieti - Francavilla non ancora era stato ripristinato. Il mio compagno mi disse che nel tardo pomeriggio passavano dalla strada alcuni camion scoperti da Francavilla e che si dirigevano verso Chieti per caricare, forse del materiale.

Nel periodo appena dopo la liberazione c’era un gran daffare di mezzi tra i due centri e probabilmente questo insolito traffico era giustificato considerata Francavilla spiaggia rasa al suolo.

Mi accompagnò alla strada e su un lato c’era una piccola folla di giovani che aspettavano anch’essi un mezzo qualsiasi per ritornare a Chieti.

Eravamo ragazzi ormai già adolescenti e la cosa poteva anche divertirci.

Infatti, dopo aver atteso solo poco tempo, ecco un camion scoperto che con il suo motore annunciava il suo arrivo. L’autista sbucato da una curva, si fermò e con un saluto ci invitò a salire sopra. Eravamo tutti giovani, come dicevo, quindi la cosa ci divertiva moltissimo anche perché si cantò a squarciagola e sistemati sul camion in modo precario e poco sicuro, arrivammo a casa.

Ciò che ci divertì moltissimo fu lo scuotimento subito durante il viaggio e passati Villa Obletter non vedevamo l’ora di arrivare. Una rapida discesa fino al Tricalle e poi il salire percorrendo sempre la strada”nazionale” fino all’arrivo alla Villetta, naturalmente con le membra indolenzite.

Oltre a questi avventurosi viaggi e spostamenti, posso descriverne una che fa riferimento proprio a Chieti Scalo Celdit.

Anche noi avevamo imparato a ballare (!) e insieme con altri compagni si cercava, dove poter esprimere le nostre doti, alquanto dilettantistiche, di ballerini.

Ci eravamo informati, che nello stabilimento Celdit, ancora funzionante, nella sala mense doveva esserci un ballo per i dipendenti e familiari.

Tra noi c’era qualcuno che era in grado di accompagnarci ma con quale mezzo?

Da Piazza San Giustino c’era un autobus, stranamente adibito al trasporto al ballo (!) molto strano ma c’era, alquanto piccolo, arrivati sul luogo di ritrovo, non trovammo posto allora si pensò di partire lo stesso arrampicandoci però “sull’imperiale” cioè dove di solito si dispongono i bagagli.

Nessuno ci disse niente e tutti noi (eravamo in molti) cominciammo a salire la scaletta che portava al disopra del mezzo, aggrappati alle sponde mal sicure e si arrivò con un po’ di titubanza sul posto dopo una discesa abbastanza avventurosa perché si passò per la via del Tricalle-Madonna delle Piane. Commenti, parecchi. Si era giovani e non si andava tanto per il sottile.

Al ritorno però non ritentammo “l’avventura” e si pensò di sistemarci all’interno dell’autobus.

Cosa effettuata. Che tempi però! I cambiamenti erano moltissimi. Non c’era più il “sabato fascista”, era già scomparso dopo l’8 settembre e la mia divisa di balilla fu abbandonata proprio quando per il regime dovevo indossare quella di avanguardista.

Mi ero quasi preparato avendo frequentato, come già descritto, un campeggio per balilla che mi dava la facoltà di mettere i gradi di moschettiere più i guanti neri di capo squadra o simile. Ormai queste cose erano state già dimenticate senza rimpianti.

I locali dei “Gruppi rionali” erano chiusi e sbarrati e tutti quelli che li frequentarono quasi obbligatoriamente, erano liberi di dedicarsi ad altro.

Cominciò a riprendere il flusso dei contadini che dalla zona di Ripa cominciarono ad affollare via Valignani per portare i prodotti della campagna al mercato posto a piazza Malta.

Come? Sempre con gli asinelli, carri con buoi o altri mezzi simili oppure sempre a piedi con i canestri ben saldi sulla testa.

Gli studenti di Pescara cominciare a ritornare in città per frequentare gli studi all’Istituto Tecnico Industriale che continuava la sua attività.

L’anno precedente (1943-44) la scuola funzionava regolarmente ma le classi erano orfani degli studenti esterni specie di Pescara. Le classi non superavano le quindici unità, dovendo approdare l’anno dopo a questo Istituto, mi ero informato precedentemente.

Eravamo passati intanto dalla Repubblica Sociale Italiana al Regno del Sud.

Ma qual’era la differenza? L’atmosfera diversa portata dalle truppe italiane che credevamo scomparse e dissolte e dalle altre truppe alleate che abbiamo visto solo il giorno dell’entrata in città il 10 giugno. In città c’erano solo le delegazioni che governarono la città affiancando i vecchi amministratori.

C’era un senso di libertà ma anche una certa confusione che, al momento, non si capiva.

Dopo la liberazione mi iscrissi al primo anno superiore dell’Istituto Tecnico e la cosa era importante per me perché entravo in una fase della vita formativa e nelle prime lezioni avevo già capito come sarebbero andate le cose, tutto differente dalla scuola media inferiore.

Tra i nostri insegnanti ci fu un ingegnere di una materia tecnica che era ritornato già da El-Alamein in Italia dopo la battaglia.

Comandava una batteria di cannoni e dovette rispondere alle domande che molti degli studenti gli rivolsero. Di quello che rispose, io ne feci tesoro e mi ripromisi di documentarmi sugli avvenimenti.

Cosa che ho fatto leggendo, negli anni a venire, diverse edizioni cercando di ritrovare nello scorrere la lettura qualcosa dello spirito che raccontava il mio insegnante.

Anzi ho riletto, per approfondire meglio, alcune edizioni per più di una volta come “Alamein1933-62” oppure “quelli di El Alamein” e di un altro libro che mi ha colpito la prima pagina.

Infatti, le prime righe dicevano che l’ultimo soldato della Folgore morì nel 2006!

Cominciai a leggere e mi resi conto di un destino perverso, perché quel soldato di 85 anni andava tutti gli anni nella zona di El Alamein insieme al figlio per ricordare i commilitoni morti e rivedere i luoghi della battaglia.

Veramente il libro diceva che nelle fasi finali della battaglia, i soldati italiani nella loro ritirata seppellirono nelle buche zainetto e roba non bellica, questo nel novembre 1942 (A.Caruso.L’onore d’Italia. El Alamein:….Ed.Longanesi.

Questo soldato dopo essere sfuggito ai carri nemici, alla sete, alla fame agli anni della prigionia, invece la sorte decise altrimenti.

Rientrati al Cairo in una via, scavalcava uno spartitraffico e inciampando cadde all’indietro ed era investito da un piccolo autobus che transitava a forte velocità.

Morì dopo qualche tempo in Italia ma l’autore faceva notare che era già morto in quella capitale che era l’obiettivo finale della nostra offensiva. Questo si chiama destino avverso! Sono rimasto molto colpito.

Bisogna dare atto alla nostra classe insegnante che nel periodo più triste che questo mio racconto, si sono impegnati con professionalità e dedizioni all’insegnamento senza farci pesare il periodo, specie con i tedeschi in casa, per lo studio ed applicazione.

Sono stati momenti di paura e di sgomento ma adesso, si può capire con quale abnegazione ci ha preparato per essere un giorno cittadini esemplari.

Negli ultimi anni per il crescente traffico cittadino, il percorso dei filobus fu spostato verso l’esterno della cinta cittadina. Le scuole erano state riaperte e parecchi di noi si accingevano a frequentare le scuole medie superiori ed entrare così nell’”Elite dei grandi”, eravamo consapevoli di affrontare una nuova vita di studio e lavoro, pensando alle distruzioni che la guerra aveva portato nella nostra regione e nell’Italia tutta; nella mia scuola cominciarono ad affluire molti studenti non solo dalla vicina Pescara ma anche dalle varie località della provincia.

Insomma una parvenza di ripresa della vita s’intravedeva ed eravamo consapevoli, a quanto dicevamo “i grandi”, di avere un futuro veramente laborioso.

Le radio erano state tirate fuori dai loro nascondigli e, a casa, la nostra cara CGE ricominciò a funzionare e si cominciavano a sapere notizie sui vari fronti di guerra specie quelli italiani, non sembrava vero che si potesse ascoltare la radio senza essere denunciato.

Naturalmente questo avveniva dopo poche settimane dalla liberazione, per l’assenza, come già descritto, di energia elettrica poi ripristinata.

Le cannonate non ci affliggevano più, l’aereo notturno che girava sopra la città e che poteva sganciare il suo spezzone era scomparso, non si sentiva più il sibilo delle cannonate e non stavamo sempre rintanati nelle cantine. Questo cavolo di aereo veniva a una certa ora della sera e si presentava di solito con il cielo sgombro da nuvole e quasi con la luce lunare.

Bastava una piccola foschia notturna per nascondersi, insomma non siamo mai riusciti ad individuarlo. Comunque niente aereo, niente pericolo.

Per le cannonate ne avevo già accennato sulla loro ubicazione. Diversi anni fa ho ritrovato il posto da dove partirono le bordate. Sono andato proprio lì, anche perché avevo dei parenti proprio nell’Ortonese nella zona del fiume Moro! Avevo già descritto questo famoso fiume che era, come già detto, una specie di torrentello che si gonfiava d’inverno per le piogge.

Le batterie stavano sulla sponda destra del fiume nel territorio di Frisa. Come dicevo nel capitolo precedente, la farina bianca che le truppe combattenti avevano portato con loro, veniva anche distribuita ai forni che potevano finalmente confezionare il pane e venduto senza tessera.

Le scabrose vicissitudini di procurarsi l’indispensabile, cominciavano ad allentarsi e il nostro fornitore abituale o anche gli altri negozi di generi diversi, cominciavano a riempirsi di merci.

La nostra fornitrice di latte che veniva dalle campagne sottostanti il rione Pietragrossa, cominciò a ritornare con il suo secchio bidone portatile e dosatore che veniva a casa alle 7 per consegnarci il latte. Noi tutti addormentati a turno ci alzavamo e aprendo appena la porta di casa, tutti imbacuccati, porgevano il nostro piccolo recipiente per il latte che la contadina ci riempiva.

Magari qualche parola si scambiava prima a uscio socchiuso, per sapere qualche notizia del fratello che era guardia di finanza al fronte oppure di altro.

Questo riprendere le abitudini precedenti era un tassello della nostra vita che si rimetteva in moto e intanto erano passati periodi complicati e poco sereni. Ma non era lo stesso come prima.

La cosa che ha colpito allora ed anche adesso che la nostra “amica” infatti, per noi era diventata tale (forse si chiamava “Lucietta”) dalla sua fattoria veniva a piedi dopo una leggera ma lunga salita che conduceva alla Pietragrossa e quindi alla nostra casa, con quel recipiente che era di alluminio di forma conica con un lungo becco obliquo da dove usciva il contenuto.

Penso che questo recipiente fosse solo in uso nelle nostre zone perché, a quanto pare, non mi risulta esistente in altre zone.

Mestiere completamente scomparso? Penso proprio di sì.

Ammetto che non sono riuscito a ricordare il nome di questo secchio di latte.

Come era portato? In testa il recipiente, come la tradizione delle nostre donne abruzzesi, che poggiava sulla “spàreè ” cioè un arrotolato di tessuto a serpente e poggiato, appunto, in testa per sostenere il peso del carico.

Per il latte durò abbastanza poco anche perché nei negozi cominciavano a rifornirsi delle bottiglie di latte.

Chissà se il mio amico Luciano Pellegrini direi  cantore delle tradizioni abruzzesi possa darci qualche spiegazione in merito.Più dei miei ricordi.

Questo sistema di rifornimento di latte era vigente sia che nella nostra provincia anche in quelle viciniore. Infatti, mia moglie mi racconta che abitando da ragazza nelle ultime località nominate, anche loro avevano la mattina il loro risveglio da parte di un contadino nel caso specifico “silvestre lù caprare” che con il solito recipiente contenitore, però era portato con un carrettino oppure a mano, inquantochè il suddetto contenitore aveva una maniglia né che permetteva il trasporto manuale ma molto faticoso e scomodo.

Però diciamo la verità com’era quel latte rispetto a quello di adesso trattato organoletticamente. Non ho più assaporato l’odore, il sapore ed il calore (lo portavano appena munto) che davano il senso della natura. Bastava farla bollire e con un goccio di caffè la colazione era un ottimo cappuccino.

I supermercati non sapevamo cosa fosse, l’abbiamo imparato dopo diversi anni e non avendo ancora il frigorifero non si poteva tenere il latte che si trovava in bottiglia in qualche negozio, perché poteva andare a male.

Si poteva andare a messa senza la paura di essere prelevati all’uscita dai tedeschi per essere inviati a scavare postazioni al fronte, questo fatto l’ho già citato nell’articolo precedente. Per descrivere una partita di calcio italo-tedesco nel tempo dell’occupazione.

C’era qualche piccolo inconveniente dovuto al passaggio del fronte in pratica la mancanza d’energia elettrica e per qualche settimana o forse un mese abbiamo dovuto adoperare i lumi a petrolio per illuminarci, ma tutto poi ritornò a posto. Naturalmente per trovare queste semplici accessori non era facile.

I commercianti hanno dovuto rovistare nei loro magazzini o fondaci perché le candele non erano abbastanza. La radio non si poteva farla funzionare e i giornali, quelli che arrivavano, ci informavano.

Ma, non so spiegare il perché, si sapeva tutto perché le informazioni potevano essere captate in modo diverso. Insomma mancava, come si diceva la “luce”, ma qualcosa funzionava.

La caserma Berardi era ormai occupata dagli sfollati che ci restarono ancora per diverso tempo prima che tutto potesse riprendere funzionalità.

Il vastissimo piazzale fu momentaneamente occupato da molti ragazzi e giovani di Chieti e del rione che ne fecero dei campi da gioco per il pallone. Del campo della Berardi ne abbiamo già parlato ma per i ragazzi del mio rione ed anche di altri, è stato un “ritrovo” dopo si sono formate tante personalità ed anche qualche talento, almeno nel calcio. Era uno sfogo necessario e già si pensava che si stessero esaurendo i nostri ritrovi “sulla strada”. Prima si svolgeva appunto tutto sulla strada, chi ricorda le “guerre” tra “bande rivali” che si affrontava con i sassi. Era la guerra copiati dai “ragazzi della via Pal”. Di queste cose quelli che stavano per venire dopo di noi, non apprezzarono le nostre condotte di riunione e le guerre. Ad ognuno la sua epoca!! Un’ERA stava nascendo. Le famose palle (di pezza, barattoli di latta, rare palle da tennis) che non esisteva venivano sostituite da veri palloni e sulla strada o nei vicoli o nelle zone dove le macchine (!), ve lo dico io non c’erano! Ecco la Caserma Berardi che dopo ho sentito tanto perlarne, è stato il nostro Regno. Certo gli sfollati c’erano ancora e sicuramente molti di loro saranno ora cittadini della città.

In effetti, si erano formati diversi campetti, ma senza pali. Nel vasto piazzale vi erano delle buche rettangolari riempite d’acqua che contenevano carcasse di animali morti.

Nessuna ancora aveva pensato a togliere questo residuato di guerra e noi invece giocherellavamo nella speranza che qualcuno provvedesse. Dopo molti giorni tolsero il tutto rendendo meno maleodorante il piazzale, ci dissero che erano stati rimossi da volontari stufi di aspettare.

Ma c’erano le autorità? C’erano esigenze più importanti ed impellenti, si disse.

 

Dicembre 1944:

La SS Chieti si riorganizzò e con il presidente Nicola D’Alessio, molti dirigenti e un appassionato allenatore Guglielmo De Filippi cercarono di allestire una squadra che doveva competere oltre che con il Pescara (Serie B), con diverse realtà regionali quali: Forza e Coraggio Avezzano, Frenano Lanciano, Sagittario Lanciano, Vis Penne, Sportiva Aquila, Casauriense Tocco, Vastese, Pratola Peligna e Sulmona.

I giovani lanciati dalla Società nelle amichevoli nei mesi di aprile-giugno–luglio erano: Basciani I°, Di Renzo Enzo, Melilla, Mirra, Paciocco, Pinti, Sammartino, Zanterini.

La foto storica allegata, é omaggio del sig. Riccardo Ruggiero, nipote del calciatore Di Clemente Lelio che si ringrazia.

A dir il vero due di loro avevano già debuttato: Sammartino (1 presenza nel Regionale 1939-40); Melilla (1 presenza in Serie C 1940-41, 2 presenze in Serie C 1941-42 ).

A loro si aggiunsero i giocatori del passato campionato di Serie C e precisamente il portiere Mario Di Luzio Mario, poi con presenze totali nei vari campionati Di Clemente Lelio II°, Guido Di Luzio (88), Alfiero Rota (64, già capo cannoniere Girone Serie C-1942-43), Gildo Sbaraglia (71), Renato Tiriticco (32).

Poi la squadra si avvalse di Giunchi (già paracadutista della Nembo si fermò nella città), e acquistò, già si cominciava ad intravedere la prima campagna acquisti, Strinati e Moretti della Ternana.

Incominciò il campionato e nel mese di dicembre il Chieti incontrò fuori casa il Sulmona vincendo per 4-1 e poi in casa alla Civitella vinse con l’Avezzano per 1-0.

In questo periodo nell’Italia del Nord i campionati sono stati tutti sospesi ma i tornei sono numerosissimi.

Il Varese partecipa al Girone Lombardo con Ambrosiana, Atalanta, Brescia, Cremonese, Fanfulla, Milan e Pro Patria.

Vittoria dell’Ambrosiana, al secondo posto il Varese (All. Zamboni). Il Varese partecipa al Girone Lombardo con Ambrosiana, Atalanta, Brescia, Cremonese, Fanfulla, Milan e Pro Patria. Vittoria dell’Ambrosiana, al secondo posto il Varese. Il 20 febbraio 1944, Milano-Varese 0-0. Il Varese giocò con questa formazione: Diamante, Signorotto, Remondini I, Villa, Arezzi, Mazzotti, Ghirlanda, Turioni, Meazza Giuseppe, Santini, Ottino. All. Meazza-Zamboni.

Il Varese aveva in forza tra i suoi giocatori l'ala Valeriano Ottino (ala sinistra, 24-2-1923, Vercelli). che allenerà il CHIETI in 4^Serie Eccellenza/B nel campionato 1957-58.

Con il nuovo anno già si cominciava a pensare che la guerra stesse per finire e l’Italia non ancora era “riunificata”. La Repubblica Sociale Italiana ed il Regno del Sud avrebbero lasciato spazio ad una sola Italia, ma nessuno sapeva come e quando.

Gennaio-Maggio 1945.

Che fine avrebbe fatto la monarchia? Le molte bandiere viste in occasione della liberazione erano tricolori con lo stemma sabaudo e le grida anche di giubilo verso il Re e verso l’Italia, lasciavano presagire ancora una nazione con il Re insomma come prima.

Intanto c’era la luogotenenza del Regno del principe Umberto di Savoia (dal 5 giugno 1944) ed il governo di Bonomi presiedeva il primo ministero del regime luogotenenziale (dal 18 giugno 1944).

Eravamo ancora in pausa di riflessione e la guerra non ancora era finita.

Gli alleati avanzavano in Francia e i nostri giornali e la radio ci informavano sull’andamento delle operazioni.

Si cercava a Chieti di ricostruire il distrutto ed io che dovevo prepararmi al 1°anno all’Istituto Industriale, a pochi passi dalla mia abitazione, andai nella Scuola e costatai che i locali colpiti ad ottobre 1943 da uno spezzone (officina meccanica), erano stati già ricostruiti nel loro insieme, anche se la posizione delle  diverse apparecchiature era stata cambiate e si era ancora  nell’attesa  di quelle nuove  ancora  da montare.

La mia famiglia decise di trasferirsi dalla nostra casa (dirimpetto alla rimessa del tram di allora) ed andare da nostri parenti che abitavano nel rione Sant’Agostino.

Ci si affacciava ad una finestra e si scorgeva il torrione della Caserma Vittorio Emanuele che stava nella direzione della nostra casa.

La foto sottostante è stata scattata a giugno 1997, ma io la reputo come quando avevo gli anni per frequentare la 1a superiore  all’Istituto Industriale ed anche prima.

Dove attualmente si vede la macchina rossa, proprio dirimpetto c’era la mia abitazione e da lì affanciandomi vedevo netto l’istituto che s’intravede, di colore giallo, le cui finestre visibili erano le stanze dove si rinuvivano, allora, i professori per le loro riunioni e per il consiglio degli esami di Stato.

Il terrazzo superiore era l’abitazione del preside.

Sono cambiate delle cose, come la strada ora asfaltata le auto non erano parcheggiate perché non c’erano, i lampioni stradali, i piloni di sostegni delle reti metalliche (!) sulla destra, non c’erano tutte aperte.

Gli alberi, naturalmente non erano gli stessi, ma erano sempre lì al loro posto

Dicevo la strada non asfaltata ma con la brecciolina e niente marciapiedi e ai laterali terra.

Ma vedendola così non mi pare che il tempo sia cambiato, eppure sono passati tanti anni!!

Certamente al posto del filobus c’era il tram, ma di questo ne abbiamo parlato abbastanza nel nostro racconto.

Sulla destra L’Istituto Tecnico Industriale e si intravedono alcuni filobus nel piazzale della rimessa.

In precedenza la rimessa era adibita a deposito dei tram passeggeri e per merci.

Naturalmente la strada non era asfaltata e il recinto con piloni rettangolari non c’erano.

Era tutto aperto.

A distanza di tanti anni il fabbricato della Scuola sembra essere sempre lo stesso, anche nel colore. A fianco si intravede (coperta da alberi) l’ex mulino a cilindri e pastificio De Luca, ora Istituto Statale d’Arte inaugurata nel 1953 e detti il mio contributo nell’allestimento tecnico degli impianti e del fabbricato.

Da ragazzi, data la vicinanza della stazione-rimessa, conoscevamo tutti gli addetti compreso, il capo stazione e poi sapevamo tutto sulle vetture.

Sul piazzale antistante alla rimessa vi erano degli scambi anche per i carri merci, infatti, il servizio non era solo di passeggeri ma anche delle merci che caricavano e scaricavano da e per Chieti scalo.

Sull’Istituto c’è da raccontare ed ora lo faccio volentieri.

Le scuole ormai funzionavano a pieno regime e i primi fermenti affioravano nelle classi superiori e già si cominciava a pensare al nostro futuro.

Ormai le notizie della campagna d’Italia e di ciò che stava succedendo nel Settentrione, era oggetto d’attenzione da parte della classe studentesca.

Gli indirizzi degli Istituti tecnici erano prettamente di carattere industriale e noi, alla prima classe già si cominciava a guardare alle industrie del Nord e che fine avrebbero fatto.

Sarebbero state distrutte tutte?

I nostri insegnanti tecnici ed ingegneri da allora ce ne parlavano, come ex dipendenti nelle grosse industrie e nelle grandi centrali elettriche nel Nord.

Forse per noi era prematuro parlarne? Molti interrogativi si affollavano e la nostra voglia di sapere era giornaliera e perché una nuova Era si stava per aprire. Intanto ogni giorno che passava c’era una nuova notizia. L’ambiente scolastico era diventato una fonte d’informazioni e nello stesso tempo d’integrazione di studenti provenienti da ogni località, insomma una specie di entità multietnica nazionale.

Cominciava a cambiare il sistema scolastico o era il tempo che dava il segno che qualcosa stesse cambiando?

A dir il vero gli studenti esterni c’erano anche prima della guerra e molti diplomati avevano preso la via del Nord per le grandi Industrie.

Infatti, le prospettive erano quelle di trovare occupazione proprio presso le Industrie che ne facevano richiesta. I contatti studenteschi con le altre comunità scolastiche, al principio erano improntati ad una conoscenza reciproca, per esempio tra noi e i geometri e i liceali scientifici vi era già un’affinità fondamentale, forse dovuto al fatto che gli indirizzi scolastici erano comuni e principalmente tecnici-scientifici.Verso il liceo Classico ci si guardava già un po’ in cagnesco forse perché le frequenze erano per le diverse appartenenze a vari strati sociali.

Nelle partite di calcio vi era una rivalità al di fuori della  norma, poi quest’atteggiamento sfociò in scontro aperto solo dopo poco tempo quando scoppiò il problema di aprire ai periti tutte le facoltà  universitarie, già presentato precedentemente..

Intanto molte zone dei paesi circostanti dove si combatté e sostò il fronte per molto tempo, furono minate ed erano molto pericolose per le persone e i mezzi che stavano lentamente rientrando nelle proprie case.

Molte squadre specializzate erano all’opera per sminare il terreno specie nelle zone Miglianico-Tollo-Ortona-Orsogna  ma qualche incidente  ci fu lo stesso di una certa gravità.

La vita stava riprendendo lentamente il suo corso con altri problemi non paragonabili a quelli passati in precedenza.

Il popolo teatino aveva ripreso il suo passeggiare per il Corso Marrucino facendo sempre lo stesso.

percorso dal negozio Scardapane al largo della Trinità e d’estate si continuava sino alla nostra bellissima Villa Comunale.

da <<Cartoline di Chieti>> . Immagini della città tra 800’ e 900’. Casa Editrice Tinari, 1996. Villamagna (Ch)

Il passeggio non era disturbato da nessuna auto poiché all’epoca erano rare e solo qualche taxi “osava” avventurarsi per il Corso chiedendo il passo ai passeggiatori che occupavano principalmente la sede “stradale”. Il parcheggio dei taxi era formato da bellissime e robuste Fiat Balilla e 1100 e da auto Lancia Aprilia e sostavano davanti al Caffè Desiderio e dall’altra parte davanti ai negozi di tessuti Trevi, sempre al largo del Pozzo, con dei bellissimi lampioni alle loro spalle e che fortunatamente non furono danneggiati dagli eventi bellici.

A quel tempo mancando auto private non c’erano distributori; anzi uno me lo ricordo bene, era situato sulla destra della porta d’ingresso della chiesa della Trinità e per avere il rifornimento era necessario chiamare il proprietario  che aveva, all’epoca, un negozio di accessori per auto alla fine del Corso e distante dal distributore  circa  venti metri, bisognava solo attraversare la Piazza.

Questo unico distributore non funzionava sempre data la mancanza d’utenti e somigliava ad una specie di lampione di colore giallo o rosso, abbastanza alto con due sportelli apribili davanti e lasciavano vedere due cilindri di vetro che si riempivano di benzina quando si richiedeva il rifornimento.

Noi ragazzi ed adolescenti quando si passava dalla Piazza per le passeggiate e lo vedevamo funzionare non, potevamo fare a meno di fermarci e vederlo all’opera.

Che tempi!  In cima a questo “coso” cilindrico vi era una specie di conchiglia luminosa (quando funzionava) con la scritta “SHELL”, può darsi che io sbaglio ma pare che sia  proprio così!

La tragedia italiana non ancora era giunta all’epilogo, nell’Italia del Nord erano cominciati gli scioperi a Torino e Milano (28 marzo).

Forse il dramma si stava lentamente consumando?

Dal fronte italiano (10 aprile) le notizie davano una prossima offensiva sulla linea Gotica e sulla linea Pesaro-Forlì-Garfagnana-Lucca.

Nella zona Adriatica erano dispiegati i Gruppi da combattimento “Friuli”, “Folgore”, “Legnano” e “Cremona” e tra questi la nostra “Nembo” ed il gruppo partigiano “Maiella” quindi appartenenti al Regno del Sud.

Da notizie che venivano Via Radio, si sapeva che anche la RSI aveva delle truppe composte dalle quattro divisioni italiane addestrate in Germania e dislocate sul fronte della Garfagnana e in altre parole nel settore della V^Armata alleata.  Il fatto che truppe italiane si scontrassero tra loro fu risolta dai comandi per non farli mai incontrare nel fronte gotico. Bologna ad Aprile fu liberata dai polacchi nella mattinata, poi dai bersaglieri del Gruppo “Legnano” e dal Gruppo “Friuli”.

Gli sfollati venuti da ogni parte erano rimasti per buona parte in città, la Caserma Berardi era stata tutta occupata da queste persone che oltre ad aspettare il ritorno probabile nei propri paesi, cercavano di trovare anche una diversa residenza da quella abituale e inoltre una sistemazione o in città o altrove. Molti rimasero nella città.

Come già avevo scritto nelle puntate precedenti, tutto il piazzale della Caserma, era stata trasformato ed adattato in diversi campetti di calcio ed io, oramai grandicello, ero uno dei più assidui frequentatori di partite accesissime tra i vari quartieri rionali della città.

I nostri incontri calcistici che prima avvenivano per le strade, nonostante il pallone era di pezza o qualche palla da tennis rimediata nei vecchi scaffali di casa, ora invece avevamo l’opportunità di giocare su un campo anche se rabberciato ma con qualche pallone vero che era apparso come un simbolo.

Infatti, quando arrivava qualche gruppetto di ragazzi proveniente da altro rione e portava in dote un pallone, c’era la corsa a giocare e si formavano delle squadre sul posto e si chiedeva al proprietario di quel pallone il permesso di giocare.

Avevamo fatto dei progressi!

Si giocavano partite infuocatissime, il nostro rione “Aragona - via Valignani” contro classici avversari come i “Cappuccini” (dal rione), il Rione “sant’Agostino” ed anche “quelli della Villa  comunale” e poi la ”Civitella” che per noi erano i più forti. Le porte erano fatte con indumenti, scarpe, pietre o altro che delimitava la posizione dei pali.

I gol più validi erano quelli rasoterra o a mezz’altezza, per gli altri era una lite continua come per le punizioni o falli, non c’era l’arbitro, ma la grande voglia di giocare metteva tutti d’accordo e la partita continuava sempre poi con punteggi abbastanza alti.

Con il tempo si cominciò a notare che i portieri erano veri portieri e qualche giocatore mostrava veramente il proprio valore. Da qui poi diversi si cimentarono anche con la SS Chieti Calcio.

Così ebbi l’opportunità di conoscere alcune persone sfollate che stavano organizzando una squadra di giovani che dovevano esibirsi in estate in vari tornei non solo cittadino ma anche nelle zone di Chieti e Pescara.

La squadra degli sfollati della caserma Berardi, oltre che essere ottimamente equipaggiata con maglie e pantaloncini neri, aveva anche” le scarpe da pallone”, all’epoca ancora molto rare per i non addetti.

I tacchetti erano di cuoio e poi fissati sulla soletta delle scarpe ma molto pericolosi se vi erano dei contatti, la plastica non era ancora stata inventata e tutto si basava sul cuoio come il pallone.

Gli organizzatori erano riusciti a procurarsi degli ottimi palloni che avevano una fessura su cui doveva infilarsi il tubetto della camera d’aria che dopo gonfiata doveva essere sistemata in quest’apertura, che era chiusa la un laccio di cuoio tipo allacciatura delle scarpe.

Gli espertissimi rendevano quest’apertura molto omogenea e quindi la “sfera” abbastanza rotonda ma rimaneva sempre il fatto che se colpivi di testa il pallone e beccavi l’apertura, anche se chiusa bene, rischiavi di farti male la testa magari con qualche lesione o dei bernoccoli.

La squadra era composta di molti validissimi elementi che parteciparono, in seguito, ai vari tornei cittadini. Avevamo validi giocatori anche del mio rione, come i fratelli Di Leonardo poi ritornati negli Stati Uniti, altri della vicina Francavilla.

Le nostre trasferte erano effettuate con camion residuati di guerra scoperti ed era molto divertente perché si girava in lungo e largo per la provincia. Avevamo un signore, credo di ricordare che si chiamasse Fiaschi o simile, il quale si mise a disposizione come  allenatore e Direttore sportivo. Era un organizzatore.

Un giorno in un incontro a Pianella, il pubblico non ci accolse bene poiché si proveniva da Chieti!

Gli insulti ci venivano addosso da ogni dove magari per qualche azione pregevole effettuata dalla nostra formazione. Forse erano dei rancori che si erano accumulati per lo sfollamento degli abitanti verso la nostra zona o vero e proprio campanilismo!

Quelle persone ci fecero capire che avevano rivolto il loro rancore proprio contro la squadra di Chieti.

I nostri giocatori che in maggioranza erano sfollati, ci rimasero molto male e non seppero darsi una ragione valida per il comportamento dei “tifosi” che magari non lo erano.

Forse io esagero nella descrizione, ma in verità all’epoca ci rimasi malissimo perché non capii il senso della protesta. Infatti, non mi sembrava uno sfottò sportivo.

Forse per ragioni che ancor oggi capisco ancora poco.

Intanto il Chieti Calcio è impegnato nel Campionato Misto Regionale dal mese di gennaio sino al mese di luglio, con vittorie significative contro L’Aquila (3-0), Vasto (2-0, 1-0), Pescara( 1-0, vittoria importante perché i pescaresi non perdevano dal 1943), Pratola (6-0, 3-2), Sulmona (6-0), Tocco a Casauria (5-0, 5-1), Penne(4-1), Lanciano(6-1).

Ha perso con Pescara(4-0) e Avezzano(1-0).

Nel contempo affrontava in amichevole le rappresentative militari come il 68°Reggimento fanteria, Rappresentativa Militare e Rappresentativa Militare South Africa VIIIa Armata Inglese.

Nel calcio la squadra si comportò molto bene e si classificò al 2° posto dopo il Pescara. Nell’ultima partita in casa vinse contro il Pescara con 1-0.

Intanto si diceva che era in preparazione un campionato di serie C (cui il Chieti doveva iscriversi) e si sarebbe chiamato di Lega Centro. Vedremo in seguito che sarà il primo campionato nazionale di serie C del

dopoguerra (1945-46).

La locandina fotografa il palazzo ora ENAL, com’era ai tempi.

Rielaborato  da LICIO  ESPOSITO  il 19 settembre 2017

 

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