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(di Franco Zappacosta)

 

L’hanno sempre chiamato – e ancora lo chiamano  - “maestro”. Non tanto, o non solo, per il suo titolo di studio (diploma all’Istituto magistrale di Crema) quanto per l’acume tattico che manifestava in campo soprattutto negli anni delle piena maturità calcistica. Quando poi è diventato allenatore, per giunta principale collaboratore di uno dei tecnici più vincenti (Marcello Lippi, con il quale si è laureato campione del mondo nel 2006) l’appellativo è divenuto ancora più calzante. Parliamo di Narciso Pezzotti che nel Chieti ha giocato per tre campionati dal 1964 al 1967. E’ stata questa la sua prima esperienza professionale altamente formativa. Un triennio fondamentale per il centrocampista lombardo giunto in Abruzzo poco più che ventenne (Pezzotti è nato ad Offanengo in provincia di Cremona l’8 luglio 1942).

Narciso come avvenne il tuo trasferimento alla squadra neroverde più di cinquant’anni fa?

<All’inizio della carriera il Crema mi aveva ceduto al Como. Nell’estate del ’63 il Como acquistò dal Chieti il centrocampista Bacci e in cambio avrebbe girato tre giocatori. L’operazione coinvolse me, Caligaris e Petraz, che già era stato in prestito al Chieti. Io però non me la sentii di accettare perché stavo terminando gli studi. L’anno dopo rispuntò l’opportunità di un mio passaggio al Chieti e finii col ritrovarmi a giocare alla Civitella>.

Cominciò così la tua importante scalata.

<Pur essendo passati tanti anni non dimentico quale peso ebbero le stagioni vissute al Chieti. Quella era una serie C difficile, lunga, estenuante ma rappresentava una vera e propria palestra che ti forgiava. Diventavi un calciatore vero, pronto per misurarti con realtà a più alto livello. Squadre fortissime che rappresentavano grandi città del centro-sud e poi viaggi infiniti. Basti pensare che le trasferte ad esempio a Reggio Calabria richiedevano un’intera giornata: partenza da Pescara in treno alle dieci e arrivo a Reggio a mezzanotte. Paradossalmente era meno stressante giocare in Sicilia perché si abbinavano due trasferte e la settimana in mezzo di solito si trascorreva in ritiro a Sciacca. Non si guadagnava molto ma quei pochi soldi a casa mia servivano, facevano comodo. Venivo da una famiglia modesta, rappresentavano per me i primi guadagni che almeno a Chieti erano sicuri grazie al presidente Angelini>.

Già, tu come lo ricordi?

<Un personaggio molto paterno, alla mano. Giocatori trattati come figli: era questo il suo modo di rapportarsi alla squadra>.

I compagni di allora?

<Li ho in mente quasi tutti. Il primo anno c’erano il portiere Belli, che poi giocherà nel Milan, Lancioni, Martegiani, Feliciano Orazi, Dondi, Spinelli, il simpaticissimo Pasquale Spinelli (scomparso poco più che cinquantenne n.d.a.) Carboncini. Molti ragazzi scapoli, eravamo un bel gruppo. Giovani semplici, senza le pretese che dominano quelli di oggi. Le nostre giornate erano scandite da allenamento, pranzo e cena al ristorante Bellavista, passeggiate lungo il corso fino alla villa, niente di più. Vabbè, parliamo di un altro mondo ma io, dopo averne viste di tutti i colori, rimpiango i tempi vissuti a Chieti>.

Hai collezionato in maglia neroverde 39 presenze e realizzato tre gol.

<All’inizio non ho giocato molto. Ricordo che le prime partite le disputammo in diversi campi neutri per via della squalifica ereditata dalla stagione precedente dopo l’invasione di campo nel derby con l’Aquila. Fu un buon campionato con Blason in panchina, poi sostituito da Castignani. Decimo posto finale, non male. L’anno dopo, invece, le cose non andarono bene, Angelini cambiò allenatori in serie, da Stucchi per finire a Pinti, inevitabile la retrocessione. Quando nell’estate del ’67 la squadra tornò in C causa l’illecito che costò la promozione al Brindisi, io lasciai Chieti per trasferirmi all’Empoli. Fu Roberto Negrisolo a suggerire il mio nome, la società toscana si fidava ciecamente dei suoi consigli e mi prese. Roberto, che è stato un grande portiere e un ancor più grande preparatore, l’ho conosciuto proprio a Chieti, dove abbiamo giocato insieme e il profondo legame che stabilimmo allora è rimasto intatto nel corso di tutti questi anni. E’ una persona eccezionale, di gran cuore e generosità. A Empoli ho avuto per compagno anche Ettore Donati che ha allenato il Chieti>.

Il campionato 1964-65 iniziò con una doppia trasferta in Sicilia.

20 settembre 1964 Siracusa-Chieti 0-0

Siracusa: Ratto; Drago, Magazzù; Tibaldo, Corvino, Alberti; Guardavaccaro, Smeriglio, Paoloni, Casini, Cacciavillani. All. Costagliola

Chieti: Belli; Rodolfi, De Pedri; Fontana, Vitaloni, Cioni; Trapella, Martegiani, Orazi, Bacci, Bonaldi. All. Blason

Arbitro: Panzino di Catanzaro

Narciso, assente nella prima gara, fece il suo esordio in maglia neroverde nella successiva partita.

27 settembre 1964 Marsala-Chieti 0-0

Marsala: Grandi; Rallo, Paladino; Stella Giampiero, Guzzo, Pavinato; Conti, Stella Nicola, Bengasi, Massagrande, Ievolella. All. Bacigalupo

Chieti: Belli; De Pedri, Montanaro; Fontana, Vitaloni, Cioni; Pezzotti, Martegiani, Orazi, Bacci, Bonaldi. All. Blason

Arbitro: Lattanzi di Roma

Quell’anno la Civitella rimase a lungo “chiusa” all’attività ufficiale, in quanto campo squalificato. Il Chieti, così, giocò la prima “casalinga” il 4 ottobre 1964 sul neutro di Vasto pareggiando 1-1 contro l’Avellino con reti di Bonaldi al 55’ e di Gasparini all’82’.

Il primo gol neroverde Pezzotti lo mise a segno nella seconda partita interna, due settimane dopo.

18 ottobre 1964 (campo neutro di Termoli) Chieti-Akragas 1-0

Chieti: Belli; Dondi, De Pedri; Fontana, Vitaloni, Cioni; Pezzotti, Martegiani, Orazi, Trapella, Bonaldi. All. Blason

Akragas: Pozzi; Pederiva, Savini; Mora, Regis, Rebecchi; Carta, Tassi, Spotti, Rigonat, Pezzella. All. Torresani

Arbitro: Simoncini di La Spezia

Rete: 2’ Pezzotti

Sulla Gazzetta dello Sport di lunedì così venne descritta la rete: <Vento e pioggia battente, Pezzotti subito in apertura raccoglie la corta respinta del portiere Pozzi e realizza il gol della prima vittoria chietina in campionato>.

Da ricordare anche che il Chieti, finalmente tornato alla Civitella, sconfisse 1-0 il Pescara a gennaio.

10 gennaio 1965 Chieti-Pescara 1-0

Chieti: Bellagamba; Carboncini, Dondi; Vitaloni, Fontana, Cioni; Trapella, Martegiani, Bonaldi, Orazi, Spinelli. All. Blason

Pescara: Di Censo; Follador, Magni; Martella, Misani, Conio; Romoli, Prosperi, Meneghetti, Giammarinaro, Barone. All. Marsico

Arbitro: Gandiolo di Alessandria

Rete: 53’ autogol Follador

Secondo acuto stagionale di Pezzotti nella rotonda vittoria contro il Lecce: fra i giallorossi quella domenica c’era un certo Franco Causio.

16 maggio 1965 Chieti-Lecce 4-0

Chieti: Belli; Rodolfi, Dondi; Carlucci, Fontana, Cioni; Pezzotti, Orazi, Bonaldi, Martegiani, Spinelli. All. Castignani

Lecce: Della Tommasa; Stomeo, Sensibile; Cartisano, Caldani, Russo; Donadei, Lentini, Causio, Marzo, Petrucelli. All. Alfonso

Arbitro: Cantelli di Firenze

Reti: 24’ Martegiani, 26’ Pezzotti, 74’ Orazi rig., 84’ Spinelli

<Il gol contro il Lecce non l’ho dimenticato, chissà perché. Come pure rammento bene che una domenica, mancando diversi attaccanti, mi ritrovai a giocare centravanti contro l’Ascoli e finii nella morsa dei due centrali che erano Carletto Mazzone e Bigoni. Un pomeriggio per me piuttosto sofferto… L’Ascoli allora applicava già la zona>.

L’ultima rete Narciso la firmò nel derby contro L’Aquila. Si trattava del recupero della gara rinviata dall’arbitro Barbaresco per neve il 16 gennaio.

23 febbraio 1966 Chieti-L’Aquila 2-1

Chieti: Bellagamba; Lancioni, De Pedri; Smeriglio, Carboncini, Cioni; Paradiso, Di Pucchio, Scala, Pezzotti, Spinelli. D.t. Cappelli All. Pinti

L’Aquila: Di Mascio; Grigoletti, Bettini; Taverna, Savini, Dionisi; Pozzar, Picella, Capuano, Orazi, Braca. All. Collesi

Arbitro: Alessandro Canova

Reti: 19’ Braca, 22’ Pezzotti; st 33’ Scala

Angelo Pesciaroli, inviato del Corriere dello Sport, così descrisse il gol di Narciso: <Su bellissimo passaggio di Di Pucchio, tiro potente di Pezzotti per la rete del pareggio. Pezzotti ha poi accusato un problema muscolare ed è rimasto pressoché nullo nella ripresa>.

Il suo terzo campionato “teatino” fu quello della serie D 1966-1967 con promozione finale ottenuta ai danni del Brindisi che, come Narciso stesso ha ricordato, venne punito per l’illecito commesso dal presidente Fanuzzi.

Chi scrive non ha dimenticato che quel torneo di quarta serie ebbe il capitolo più spettacolare nella domenica di Pasqua del 1967. E ne conserva un ricordo nitido anche Pezzotti.

Vediamo cosa accadde. Si giocava Civitanovese-Chieti, big match della giornata nel girone E: squadre distanziate di un solo punto (39 i neroverdi, 38 i rossoblù marchigiani), alle spalle della capolista Brindisi (40). Era stato perciò designato un arbitro di grande personalità e affidabilità, un emergente che poi avrebbe fatto molta strada (primo fischietto italiano e in seguito designatore): Paolo Casarin allora della sezione di Mestre.

Ecco il tabellino della supersfida.

26 marzo 1967 (domenica di Pasqua) Civitanovese-Chieti 0-0

Civitanovese: Piacentini; Pierini, Giusti; Santoro, Pavinato, Giulietti I; Bizzarri, Virgili, Belligoli, Gambogi, Gelli. All. Bizzarri

Chieti: Gridelli; De Pedri; Montanaro; Sgorbissa, Martella, Pezzotti; Bonaldi, Martegiani, Tarquini, Salomoni, Dalle Fratte. All. Castignani

Arbitro: Casarin di Mestre

Non spiccano per obiettività le poche righe di cronaca scritte dal corrispondente della Gazzetta dello Sport di Civitanova Marche (Giovanni Malonaro) pubblicate il lunedì: <Partita disputata davanti a 10.000 spettatori. Al 75’ l’arbitro ha concesso un calcio di rigore senza alcun plausibile motivo. Il rigore calciato da Salomoni è stato parato da Piacentini>.

Raccontato così sembra il resoconto di una “normale” partita di calcio. Di normale invece ci fu ben poco per le intemperanze del pubblico locale.

Ecco come rievoca i fatti Narciso Pezzotti.

<La Civitanovese obbligò il nostro pullman a fermarsi fuori dallo stadio. Scendemmo così tra due ali di gente esagitata. In casa noi avevamo vinto 5-1 e volevano vendicarsi. Qualcuno con un calcione colpì al fianco Ascatigno, il più temuto, che fu costretto a saltare la partita. Quando Casarin fischiò il giusto rigore, la gente prese a minacciare l’invasione, premendo sulle reti di recinzione. Salomoni andò sul dischetto senza la necessaria tranquillità (secondo noi, testimoni in tribuna, il centrocampista ebbe un momento di vera e propria paura n.d.a.), tiro debole e centrale, sbagliò il penalty. Noi tutti facemmo quadrato nella nostra area, bloccai De Pedri che voleva reagire mentre l’allenatore Bizzarri, evidentemente fuori di testa, non so perché se la prese con me. Mi gridò qualcosa con atteggiamento minaccioso e cominciò a rincorrermi. Gli ultimi minuti furono ad altissima tensione>.

Assedio ultrà agli spogliatoi e Paolo Casarin uscì dal Polisportivo dopo un paio d’ore a bordo di una camionetta delle forze dell’ordine. Anni fa il grande (ex) arbitro ci confermò: <E’ vero, ricordo benissimo quel pomeriggio. Ci volle del tempo prima di poter lasciare lo stadio anche perché fu complicato trovare una divisa di carabiniere che fosse della mia misura…>.

Dal Chieti, abbiamo detto, alla Spal e infine alla Solbiatese dopo si concluse la tua carriera a causa di un infortunio.

<A Solbiate ho disputato tre campionati, nel periodo in cui la serie C era divisa in tre gironi. Solbiate è una piccolo centro di tremila abitanti ma la società era un miracolo per organizzazione, serietà, lungimiranza grazie anche all’illuminata gestione del presidente Carabelli, esponente di una famiglia attiva nell’ambito del commercio di materiali edili. La Solbiatese in quegli anni fu protagonista di splendide stagioni, un modello ammirato in tutt’Italia. Dopo gli inizi come ala ero passato a giocare centrocampista, con il ruolo di regista. A Solbiate ero il più anziano del gruppo, capitano della squadra, un punto di riferimento. In una partita contro il Lecco mi salta il menisco, torno in campo e dopo sette mesi mi finisce a pezzi il ginocchio, crociato definitivamente compromesso. Erano anni in cui si cercava di rimediare attraverso tentativi. Eravamo al medioevo dell’ortopedia, adesso siamo in epoca di fantascienza. Le moderne tecniche di indagine, tac o risonanza magnetica, erano del tutto sconosciute. Insomma divenne inevitabile metterci una pietra sopra>.

E inizia la tua attività di allenatore.

<L’esordio in panchina l’ho vissuto ad Empoli, come responsabile della prima squadra, ma le cose non andarono bene. Successivamente sono stato per cinque anni a Como dove dopo ho allenato la Primavera e poi sono diventato il “vice” della formazione maggiore. Nella seconda stagione alla Solbiatese avevo avuto come tecnico Bagnoli, allora alla sua prima esperienza, fu lui a volermi al suo fianco a Como quando Osvaldo ne prese la guida. A Como capo del settore giovanile era Mino Favini il più importante scopritore di talenti. Favini al Como ha valorizzato ragazzi come Matteoli, Vierchowod, Nicoletti e altri. Mino ha fatto poi le fortune dell’Atalanta, lanciando un gran numero di notissimi calciatori. Favini era cognato di Eugenio Bersellini, scomparso nei mesi scorsi. Lasciata l’Inter, Bersellini divenne tecnico del Torino e Favini gli fece il mio nome. A Torino sono stato per due campionati vicino a Bersellini. Dopo il biennio granata, ho collaborato con Boskov, nella Sampdoria e alla Roma. Infine il lungo ciclo con Lippi sia alla Juve che all’Inter, quindi in Nazionale e recentemente in Cina. In mezzo c’è stata anche la breve parentesi al Monaco con Didier Deschamps. Nel Principato mi avevano fatto un ricco contratto di quattro anni, ma a Genova avevo mia moglie gravemente malata e restai a Monaco una sola stagione rinunciando a tutto. L’avventura azzurra è iniziata nel 2004 ed ha toccato l’apice nel mondiale tedesco>.

Parlaci di questi famosi tecnici con i quali hai lavorato. Cominciamo da Bagnoli.

<Non era, non voleva essere personaggio. Uno piuttosto schivo, riservato, non ha mai cercato la ribalta. Persona di spiccato buon senso, di rigorosa misura, profondo conoscitore di calcio>.

Bersellini.

<Un burbero, gran lavoratore, di estrema serietà professionale>.

Boskov.

<Uomo di cultura eccezionale, non soltanto calcistica. Enorme personalità, a suo modo un filosofo. Tempo fa, dopo una sconfitta del Crotone contro la Lazio, ho sentito Zenga dichiarare che è meglio perdere una volta 4-0 che quattro volte 1-0. Boskov sosteneva invece che vittoria porta vittoria, sconfitta porta sconfitta. Cosa intendeva dire? Che se uno perde 1-0 trova sempre l’attenuante, un motivo di autoassoluzione, non si esamina in profondità quanto è accaduto e magari la domenica dopo c’è un altro 1-0. Un 4-0, invece, ti porta ad analizzare la prestazione della squadra, a cercare i rimedi per la soluzione dei problemi e può esserci così l’inversione di rotta. Definì Gullit “cervo che esce di foresta”, un’immagine maestosa di un appassionato cacciatore. La sua era una cultura austroungarica. Quando la Samp acquistò Mikhailichenko, prototipo del giocatore universale che Vujadin cercava, disse: come può un russo che ha sempre vissuto in difesa, sul campo e nella vita, arrivare in Italia per vincere? In effetti Mikha fece bene ma non benissimo. Noi conosciamo e ricordiamo Boskov per le sue battute, le sue massime che fanno sorridere, ma questo era solo un lato della sua straordinaria personalità. Lo ricordo dotato di intelligenza eccezionale>.

Lippi.

<Formidabile trascinatore, motivatore e tattico. Marcello rappresenta la sublime sintesi di queste  tre qualità, le sintetizza e le riversa nel lavoro in maniera perfetta. Alla Juve e in Nazionale la sua è stata una cavalcata fantastica e il mondiale del 2006 ha rappresentato la giusta incoronazione per un allenatore tra i primi a livello internazionale>.

Deschamps.

<Anche lui un grande conoscitore di calcio. E’ un basco dalla testa dura ma di carattere sereno. Giunse alla Juve dal Marsiglia con problemi ai tendini. Venne operato in Finlandia, al rientro a Torino lavorammo a lungo e duramente insieme per il recupero. Prima e dopo l’allenamento principale facevamo due sedute di lavoro personalizzato, Didier ed io, che finì col dare eccellenti frutti. Tipo tranquillo, dotato di molto autocontrollo. Può far bene al prossimo mondiale>.

Adesso lavori in Cina: dal Guangzhou alla Nazionale.

<Il calcio cinese attraversa una fase di forte e interessante evoluzione. Ambiscono ad organizzare uno dei prossimi mondiali. Hanno un’ammirevole capacità di programmazione, mezzi e risorse non mancano e c’è l’appoggio statale. Premesse ottime per l’exploit del calcio cinese>.

Il più forte calciatore col quale hai lavorato?

<Sicuramente Zinedine Zidane. Da giocatore era un ragazzo fin troppo modesto, mai atteggiamenti da protagonista, sempre al servizio degli altri. Poteva inventare qualche numero da giocoliere ma poi passava la palla ai compagni. Al contrario di Platini. Non credevo potesse sfondare anche da allenatore essendo in fondo un introverso, uno chiuso poco portato alla comunicazione. La stessa reazione che ebbe in Germania nella finale lo dimostra. Invece si sta rivelando grande pure in questa sua seconda vita professionale>.

Hai mai avuto modo di parlare con Fabio Grosso dei vostri trascorsi al Chieti?

<Non lo ricordo, ma di sicuro sarà capitato>.

Narciso Pezzotti abita a Genova, va spesso ad Offanengo a trovare la madre che ha 98 anni. La moglie è scomparsa, <sono rimasto single> dice, i suoi amori sono le due figlie Sara e Marta che gli ha regalato una nipotina. Da un po’ di tempo fa il “pendolare” tra Italia e Cina.

Segui il Chieti?

<Cerco di essere informato anche se è difficile riuscirci specie se mi trovo all’estero. Ma resto legato ai colori neroverdi perché non dimentico che la mia prima importante esperienza professionale l’ho vissuta al Chieti. E colgo l’occasione per mandare un caro saluto ai tifosi>.