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Categoria: Le interviste
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“L’'Italia deve ripartire soprattutto da quel mestiere lì, quello del difensore: ora tutti sanno impostare e si allargano ma non sanno marcare”. Parole e musica di Giorgio Chiellini prima dello sciagurato spareggio mondiale contro la Svezia del novembre scorso.
Quel mestiere lì, cui fa riferimento il nasuto difensore azzurro, il nostro Gabriele Consorti lo conosceva fin troppo bene; terzino arcigno, dai piedi poco educati ma di una determinazione fuori dal comune che riusciva con la grinta a sopperire ad un fisico sulla carta forse poco indicato per quel ruolo. Un giocatore sempre con la maglia sudata, che non tirava mai indietro il piede, uno di quei comprimari che diventano attori protagonisti anche senza avere le luci dei riflettori addosso.
Gabriele nasce il 12.05.1964 a San Benedetto del Tronto e dopo la trafila nel settore giovanile di una Samb ai suoi massimi storici e varie esperienze tra C2 ed interregionale arriva a Chieti: nelle radio degli italiani “Alzati la gonna”  della Steve Rogers Band andava in loop, era l’estate del 1988… “Merito di Claudio Garzelli se sono approdato in neroverde – ci dice – giocavo con la Civitanovese ed evidentemente avevo fatto una buona impressione nelle sfide contro il Chieti. Quando arrivò la sua chiamata non ebbi alcun dubbio, Chieti era una grande piazza e aveva obiettivi ambiziosi”.

Era un Chieti importante quello della stagione 1988-89: grandi nomi anche se un po’ datati in rosa (fra tutti Graziani e Torrisi) ed una gran voglia di stupire. Parlaci del tuo impatto.
Era una grande squadra guidata da una società molto ambiziosa. La cosa che mi colpì particolarmente fu però l’amore dei tifosi: c’erano una decina di club organizzati, un entusiasmo almeno da due categorie superiori. Capitava spesso di essere a cena ospiti di uno dei club, si creò subito un connubio particolare tra noi giocatori, tifosi e città e la domenica vedere tutti quegli striscioni in curva ci dava tantissima carica. Tornando a noi, disputammo un campionato esaltante.


Ma il 14 maggio 1989 accadde qualcosa di nebuloso: Chieti- Andria 1-2 e quel tuo anticipo in area di rigore su Tomba che il direttore di gara De Angelis di Civitavecchia, in una inspiegabile istantanea perdita di diottrie, non esitò a trasformare in calcio di rigore per i pugliesi.
Ricordo perfettamente l’episodio: eravamo sulla parte esterna dell’area di rigore, io entrai in scivolata anticipando l’attaccante andriese e quando la palla era praticamente già terminata in calcio d’angolo lo stesso Tomba mi rovinò sulle gambe stramazzando a terra.
Non riuscivo a darmi pace, lì ho avuto la netta sensazione di essere vittima di un torto che poco aveva a che fare con il calcio giocato. Purtroppo anche giocando bene ed essendo in vantaggio non riuscimmo a portare a casa un risultato positivo: a fine campionato la classifica avulsa ci condannò allo spareggio con la Ternana.

 

Che sensazioni trasparivano nel gruppo prima della sfida del Dino Manuzzi?
Eravamo convinti di potercela fare, avevamo già battuto le “fere” a Chieti 1-0 in campionato, gran gol di Baglieri dopo una sgroppata fantastica di Fabio Fiaschi. La Ternana era una squadra molto esperta, con gente come D’Amico, Garritano e Sciannimanico abituata a disputare partite piene di pressione psicologica, ma sapevamo di potercela giocare. Durante i 120’ avremmo sicuramente meritato di vincere, poi ai rigori…

Dopo il primo rigore e l’errore di Genovasi, in precedenza sempre perfetto dagli undici metri, si capì subito come sarebbe andata a finire.
Ricordo che eravamo in ritiro a Vasto prima dello spareggio e Carmelo era molto tranquillo in merito: “Io i rigori non li sbaglio mai” mi disse. Purtroppo sbagliò il più importante della sua carriera. Nonostante la sconfitta in tutti noi c’era la netta sensazione di aver alzato l’asticella, di aver raggiunto un livello “più alto” e che la storia della Chieti Calcio stava per cambiare.

Parole forti le tue, dopo una sconfitta…
Pensa che a fine match, mentre salivamo sul pullman, il patron Mancaniello si avvicinò e mi disse “Avvocato, noi da questa partita prenderemo spunto per cominciare un ciclo vincente”

La nuova stagione vede l’arrivo dei vari Feola, Morganti, Pagliari e Pallanch che insieme a te e Presicci costituiranno lo zoccolo duro del Chieti futuro: ma il campionato 1989-90 viene praticamente buttato alle ortiche con un rendimento fuori casa disastroso, ben otto sconfitte lontano dal Guido Angelini.
Effettivamente furono un po’ troppe, probabilmente pagammo lo scotto di una rosa molto ringiovanita che sentiva il peso di giocare lontano dalle mura amiche. In casa invece eravamo abituati bene, coccolati e sostenuti sempre da tanto pubblico sugli spalti: ad onor del vero anche in trasferta i nostri tifosi non ci hanno mai fatto mancare il loro apporto, un calore ed un trasporto che nemmeno in serie B sono facili da trovare.

Non solo una questione di inesperienza, ma anche una guida tecnica forse un po’ “datata”, con qualche decisione tecnicamente cervellotica: abbiamo visto Bellandrini giocare con il n.10 sulle spalle (quando ancora i numeri contavano qualcosa), Feola difensore centrale, Presicci schierato mediano davanti alla difesa…
Nei miei cinque anni a Chieti sono passati oltre cinquanta giocatori nello spogliatoio, ma soltanto io e Mimmo Presicci abbiamo vissuto in toto le differenti gestioni tecniche di Giammarinaro, Volpi e Balugani: questo mi permette di replicare alla tua domanda con il reale polso della situazione.
Giammarinaro era più un direttore tecnico che un allenatore: Amedeo Assetta era il suo braccio in campo, al quale delegava parecchio lavoro. Quello che riconosco a “volpe grigia” è una grande capacità di leggere ed apportare modifiche tecnico-tattiche durante il corso della partita: ne ho parlato spesso anche con Lele (Morganti ndr) ed anche lui condivide a pieno questo aspetto.

Due parole su Maurizio Scarsella, tecnicamente fortissimo e purtroppo prematuramente scomparso.
Con Maurizio ho condiviso la camera durante il ritiro estivo, era uno dei calciatori più forti che io abbia mai visto durante la mia carriera. Un talento straordinario, confermato anche dai tanti colleghi che lo hanno incrociato nelle giovanili della Lazio: tecnicamente fortissimo, ma la sua vita sregolata e i continui guai fisici gli impedivano di allenarsi a dovere e raggiungere quei livelli di dinamicità necessari per misurarsi con un campionato difficile come era la C di allora. Oltretutto univa alla sua classe spaventosa una presenza fisica importante, ma la sua discontinuità non gli ha mai permesso di emergere come avrebbe meritato.

Continuando a sfogliare la margherita dei ricordi, prendiamo in mano il petalo più bello: stagione 1990-91 con l’arrivo di Picconi e Cavezzi ed il ritorno di Marigo e Sgherri il Chieti diventa una fuoriserie inafferrabile.
Senza presunzione ti dico che quella squadra non c’entrava nulla con il campionato di C2, eravamo veramente troppo forti rispetto alle altre! Magari in qualche gara facevamo fatica a sbloccare il risultato, ma quando si decideva di premere sull’acceleratore non ce n’era per nessuno.
In difesa eravamo granitici, impossibile farci gol: in attacco i vari Pagliari, Sgherri, Presicci e Pallanch prima o poi la buttavano dentro e a centrocampo con Cavezzi e Picconi erano assicurati quantità e qualità, insomma zero punti deboli.

Dopo una partenza al fulmicotone la befana del 1991 porta in dono al Chieti il carbone della prima sconfitta in campionato, 1-0 nella tua San Benedetto. Eppure il Chieti da quella sconfitta uscì più forte di prima.
Perdemmo su un tiro deviato casualmente dal loro centravanti, a Giovanni (Pagliari ndr) fu anche annullato un gol regolare. Nonostante la sconfitta per me quella fu una partita perfetta, dominammo in lungo ed in largo e, semmai ce ne fosse stato bisogno, acquisimmo ancor più coscienza dei nostri mezzi.
Eravamo due, tre spanne superiori alla Sambenedettese e lo dimostrammo coi fatti vincendo il campionato con quattro giornate di anticipo.

E arriviamo appunto al 4-0 contro il Martina del 12 maggio 1991 che sancisce aritmeticamente la vittoria del campionato. Giornata speciale per te che, oltre a festeggiare la promozione in C1 ed il tuo 27esimo compleanno, ti sei (e ci hai) regalato un assist fantastico per la rete del 4-0 siglata da Sgherri, una volata sulla fascia ed un cross di sinistro degne di una ala di razza!
Pensa che quell’azione l’ho memorizzata sul cellulare ed ogni tanto vado a rivederla: feci un anticipo in zona difensiva, Pagliari recuperò palla e mi lanciò nello spazio e dopo una sgroppata di cinquanta metri misi al centro di sinistro un cross che Stefano raccolse di testa quasi a pelo d’erba girandolo nell’angolino alla sinistra del portiere.
Dopo il gol ricordo che i miei compagni, invece di festeggiare Sgherri, corsero tutti da me che intanto ero rimasto a terra: lo stesso Stefano mi si inginocchiò davanti e mentre tutta la squadra mi saltava addosso mi disse “Avvocà, mò se diventi bravo pure col sinistro è finito il calcio!”

Parliamo un po’ di quel gruppo di ragazzi, chi era il più “pazzo” ?
Intanto ti dico che il più taciturno ed introverso era Dario Marigo: di ragazzi che alzavano l’umore in squadra ce ne erano tanti ma se devo farti dei nomi dico Pagliari e Sgherri.


Stagione 1991-92, il ritorno in C1 coincide con un’annata sfortunatissima: dopo una partenza brillante i numerosi infortuni fisici hanno messo in dubbio addirittura la permanenza nella categoria. La grande forza del gruppo ed un Enrico Chiesa in più, esploso al momento del bisogno, hanno per fortuna spazzato via quella che sembrava una maledizione.
Eravamo motivatissimi, ormai avevamo acquisito una mentalità vincente e la partenza in campionato lo testimonia, tanto che a fine anno eravamo secondi: si poteva arrivare fino alla fine giocandocela con tutti, poi quei maledetti infortuni al crociato lasciarono per mesi in tribuna me e i vari Feola, D’Eustacchio e De Amicis. Sicuramente il terreno di gioco dell’Angelini e quello di Brecciarola dove ci allenavamo avranno avuto il loro peso, ma fu una casualità strana ed inspiegabile.
In quanto ad Enrico ricordo di averlo marcato l’anno precedente in Chieti - Teramo e la cosa che mi stupì fu la facilità con cui calciava sia di destro che di sinistro. Agli inizi a Chieti sembrava un po’ timoroso ma nel girone di ritorno ebbe una crescita esponenziale e ci aiutò a raggiungere la salvezza: soprattutto verso la fine delle gare, con gli avversari stanchi, i suoi scatti erano mortali.

Il Chieti si salva in realtà alla penultima giornata, dopo il 2-2 al cardiopalma contro l’Acireale: comincia a sentirsi un’aria di ridimensionamento in società, ma tu come tanti tuoi compagni decideste ugualmente di rimanere anche la stagione seguente.
Credo che ognuno di noi fece una scelta personale, ma non fu difficile scegliere: avevamo una società straordinaria, molto attenta sotto l’aspetto umano, che non ci aveva mai fatto mancare l’appoggio soprattutto nei momenti di difficoltà. Non la definisco una scelta di riconoscenza, perché noi come calciatori abbiamo avuto e dato tanto, ma io ero convinto, come il resto dello zoccolo duro, che i progetti ambiziosi della dirigenza si potessero ancora realizzare. C’erano ancora tutte le premesse per ambire a traguardi mai raggiunti, purtroppo in una stagione ci sono mille dinamiche con le quali ti devi confrontare e le cose non andarono come speravamo.


In una intervista di qualche tempo fa hai definito il patron Mancaniello “Un grande uomo e un presidente che era avanti anni luce rispetto agli altri”
Il dottore aveva idee rivoluzionarie sulla gestione dei mass media e della pubblicità nelle partite in tv, voleva addirittura creare un televisione privata dedicata alla squadra di calcio.
Conosceva perfettamente tutte le dinamiche e gli aspetti gestionali della società, era capace di motivare i calciatori sempre nel modo giusto: per me è stata una fortuna incontrarlo, confrontarmi con lui e frequentarlo da vicino, mi ha arricchito tantissimo sotto l’aspetto umano.

 

Altri due artefici di quel giocattolo quasi perfetto furono Garzelli dietro la scrivania e mister Volpi sul campo.
Claudio Garzelli era un professionista serio e preparato: aveva una competenza gestionale e una conoscenza contabile che gli permettevano di svolgere al meglio i ruoli sia di direttore sportivo che di direttore generale. Già da allora si percepiva che avrebbe fatto molta strada.
Ezio Volpi merita un discorso a parte: quel Chieti aveva già uno spogliatoio unito, con un gruppo molto forte che conosceva limiti e qualità l’uno dell’altro. Faccio un esempio per spiegarmi meglio: alcuni di noi potevano subire a livello psicologico una sostituzione, e quindi era meglio tenerli dentro anche in caso di prestazioni poco positive.  Questo Volpi non lo capì subito e cercò all’inizio di far prevalere le sue idee, ma noi eravamo abituati a ragionare da gruppo, infatti in Coppa Italia partimmo molto male e c’era già aria di esonero. Poi pian piano ci siamo sintonizzati sulla stessa frequenza e tutto andò come doveva. Era un bravo allenatore, c’è indiscutibilmente anche la sua firma sulla promozione.

Il pubblico e la città di Chieti: cosa ti è rimasto dentro.
Quando torno a Chieti mi sento a casa, ho lasciato degli amici veri e il rapporto con la città è ancora oggi straordinario. Non ci sono parole per descrivere la magia che si è creata in quegli anni tra noi ed i tifosi, una sinergia unica, irripetibile. Vivevo in simbiosi con l’ambiente e con tanti compagni di squadra, con i quali trascorrevo gran parte del tempo libero, nonostante molti di noi fossero già sposati. Ho vissuto i vari momenti della curva, spostata dal lato ovest al lato est e per una piccola parentesi anche ai distinti e il rapporto con i tifosi non è mai venuto meno, così come il loro calore ed incitamento. Nei primi due anni di militanza in neroverde abitavo a Francavilla, poi ho chiesto ed ottenuto di essere trasferito a Chieti perché avevo bisogno di respirare la città.

E tutti ancora oggi ti conoscono come l’avvocato.
Già, il soprannome è legato ai miei studi, visto che ero iscritto alla facoltà di giurisprudenza che per ragioni professionali non ho mai completato. Ero molto loquace e quando c’era da parlare ero sempre in mezzo.

Alla luce della tua esperienza da responsabile tecnico nel settore giovanile della Samb ti chiedo: come sono cambiati i metodi di allenamento rispetto ai tuoi tempi?
Il calcio è cambiato moltissimo, e con lui le metodologie di lavoro: prima ci si allenava per passione, oggi per diventare calciatori e per tutto quello che ne consegue, soldi in primis.
E’ molto difficile allenare la testa delle nuove generazioni, troppe divagazioni e troppe distrazioni, ma i tempi sono questi e bisogna adeguarsi.

Ti chiedo invece delle tue esperienze in panchina all’estero.
L’esperienza in serie C spagnola è durata solo quattro mesi ma è stata molto interessante, come del resto quella con il Partizan Tirana: ho conosciuto usi e costumi di diverse nazioni, oltre ad allenare la lingua inglese e spagnola.
In Albania allenavo ragazzi provenienti da ben otto nazioni differenti: Turchia, Bosnia, Kossovo,  Grecia, ognuno dei quali ha arricchito il gruppo con il proprio background. Entrare a contatto con differenti mondi calcistici assimilando i concetti delle varie scuole è stato stimolante ed altamente formativo.

Quante volte negli ultimi anni sei stato realmente vicino alla panchina del Chieti?
Almeno un paio: la prima in eccellenza con Battisti direttore sportivo, se non erro stagione 2007-08,  la seconda l’anno scorso. Giorgio Pomponi mi invitò ad assistere ad una partita casalinga, volle conoscermi di persona manifestando il suo interesse nei miei confronti.



Fortuna che non se ne fece nulla, visto come sono andate le cose…
Sarei venuto di corsa, per me essere accostato alla panchina del Chieti è stato ed è motivo di grande orgoglio. Vero è che le cose non sono andate bene, ma sarei stato comunque onorato di guidare il Chieti.


Dall’alto del tuo titolo di allenatore professionista di 2°categoria Uefa A conseguito nel 2014, dobbiamo attenderci un tuo ritorno in panchina quanto prima?
E’ normale che quando sei nel giro arrivino offerte ma per quest’anno ho preferito star fermo. Il mio attuale ruolo da istruttore in palestra mi piace molto, mi dà la possibilità di migliorare ed approfondire la conoscenza della preparazione atletica per trasporla sul campo di calcio.
Sono in continuo aggiornamento e credo che l’anno prossimo sarà quello buono per tornare in panchina.

Un saluto ai tifosi neroverdi.
Ho passato cinque anni a Chieti abbracciando varie generazioni di tifosi ed oggi nell’intervallo di età comprese tra i 30 ai 70 molti mi conoscono ed io conosco molti di loro, quasi tutti personalmente. Spero vivamente un giorno di poter tornare, magari da allenatore: il pensiero c’è sempre, immagino spesso un mio ritorno e anche se dovesse restare soltanto un desiderio già poter immaginare una cosa del genere mi fa star bene. 

Ciao Gabriele a presto
Un saluto a voi e grazie per avermi dato la possibilità di rivivere momenti così belli.

Riflessione della sera: essere tifoso del Chieti è un durissimo “lavoro”, poche soddisfazioni, e forse per questo molto molto intense. Rivivere con Gabriele i fasti di quegli anni e sentirlo snocciolare senza indugio dopo un minuto di telefonata quella formazione che ci ha fatto sognare è stata una grandissima emozione. Caro Gabriele, sei stato parte della migliore squadra di neroverde vestita che il terreno del Guido Angelini abbia mai visto, e questo ti darà in eterno uno spazio nel cuore di tutti i tifosi teatini. Grazie avvocato!