L’azionariato popolare non esiste. Ma per Chieti c’è un modo per prendersi il Chieti

L’azionariato popolare? L’azionariato popolare non esiste, avrebbe detto il conte Uguccione Alarico Tancredi Amedeo Orpello degli Orpelli. E avrebbe avuto ragione. Tuttavia con l’arrivo dell’avvocato Gianni Paris nei quadri societari di viale Abruzzo si parla di azionariato popolare come progetto per salvare il Chieti. C’è già chi dice no e, che sia giusto o meno rifiutare questa prospettiva invitando a boicottarla, abbiamo interpellato un esperto sull’argomento facendoci spiegare in che cosa consiste questo progetto che avrebbe l’arduo obiettivo di puntellare il Chieti e, sperando che la categoria venga mantenuta sul campo, tenerlo a galla con il contributo dei tifosi in attesa di un salvatore che trasformi il piombo che appesantisce le tasche del sodalizio di viale Abruzzo in oro capace di farne splendere la stella.

Azionariato popolare, se ne parla tanto in questi ultimi giorni, ma nessuno ci spiega davvero che cosa è e come funziona. Può farlo lei?

«Prima di tutto, l’azionariato popolare come realtà giuridica non esiste. È una sorta di neologismo che è stato utilizzato dalla stampa, ma non trova corrispondenza nella legislazione attuale. Nell’accezione corrente invece esprime un concetto che, secondo me, sarebbe più corretto definire come partecipazione popolare o partecipazione diffusa ed è far sì che i tifosi e tutti quanti i cittadini diventino proprietari della società, della squadra di calcio della loro città. Fondamentalmente esprimiamo questo quando parliamo di azionariato popolare».

Dove e come esiste o è esistita qualcosa del genere?

«Le prime forme di partecipazione diffusa nel calcio sono nate in Germania. In Germania tutte le società sportive sono sempre state associazioni e si costituiscono sotto tale forma. Poi negli anni ‘90, per rendere più competitivo il campionato della Bundesliga, il Bundestag (il parlamento tedesco, ndr) ha emanato leggi e regolamenti che consentivano a queste associazioni di cedere una parte, diciamo così, un ramo d’azienda a soggetti terzi o a investitori privati, però mantenendo il controllo del 50% più 1 delle quote. Questa è una regola molto importante. Il Bayern Monaco, per esempio, che è una delle società più importanti al mondo, funziona proprio in questo modo: il 50% più 1 delle quote del Bayern è detenuto da un’associazione di tifosi e si applica la regola di “una testa, un voto”, che è fondamentale per impedire che l’associazione venga scalata, in qualche maniera, o estromessa dal controllo. In questo modo i tifosi e i cittadini partecipano effettivamente alla gestione della società sportiva».

Perché questa regola è così importante?

«Perché, se la propria partecipazione contasse in modo proporzionale alla somma di denaro versata, non sarebbe più un’associazione, ma una società per azioni e dunque scalabile oppure soggetta ad aumenti di capitale capaci di spostare gli equilibri. Dunque se noi vogliamo che la società e la squadra restino dei tifosi, non c’è altro modo di applicare la regola “una testa, un voto”».

Ci sono stati altri contesti dove questa forma di partecipazione diffusa è stata messa in pratica?

«Sì, nel Regno Unito ad esempio, con i cosiddetti “supporter trust”, che hanno impedito la scomparsa di realtà sportive importanti, come quella del Wimbledon. Parlare di trust vuol dire riferirsi a qualcosa che riguarda anche altri ambiti oltre quello sportivo: è infatti un istituto giuridico che permette di trasferire la proprietà di beni o diritti a un fiduciario affinché li gestisca a beneficio di terzi o per un fine specifico».

E in Italia?

«Che io sappia, l’unica realtà di partecipazione diffusa che potrebbe essere associata a ciò che chiamiamo azionariato popolare si trova a L’Aquila. Qui, approfittando del fallimento della società sportiva, la città ha risposto creando questa APS che si è occupata della raccolta dei fondi».

Che cosa vuol dire APS?

«Sta per Associazione di Promozione Sociale. A l’Aquila hanno fondato questa APS, hanno raccolto i fondi e poi hanno fondato l’associazione sportiva dilettantistica a responsabilità limitata di cui hanno acquisito, al momento stesso della fondazione, il 50,1% delle quote. Di fatto, i tifosi sono diventati i maggiori azionisti usando un termine improprio, perché parliamo di una società a responsabilità limitata. Ed è importante che sia un’APS a controllare la società sportiva perché, essendo di promozione sociale, gode di una serie di norme che ne regolano la vita e le consentono di reinvestire gli utili eventualmente prodotti non soltanto nella società sportiva di calcio, ma anche in tutte le altre attività sociali che sono legate a quella realtà. In questo modo, si crea un connubio tra tifosi, cittadinanza e società sportiva che cementa un fortissimo legame di appartenenza e la squadra di calcio non è vista come qualcosa di gestito dall’esterno, ma è realmente patrimonio della città. E anche i giocatori teoricamente dovrebbero essere anche un po’ più spronati al sacrificio perché rappresentano il territorio».

In Italia c’è stato qualche altro tentativo simile?

«Che io sappia no o, in ogni caso, non di pari importanza. L’Aquila è sicuramente l’esempio che viene studiato sul territorio nazionale per questo tipo di esperienza. Di tentativi ce ne sono stati tanti altri, ma alcuni sono finiti male oppure sono diventati degli ibridi. L’esperienza di dice che, ogni volta si è tentato di costituire una figura ibrida, quindi diversa dal modello tedesco, ci si è scontrati poi con l’impossibilità di far lavorare correttamente quel sistema».

Lei ha detto che l’APS de l’Aquila Calcio è stata creata creando una nuova entità giuridica partendo dal fallimento. Fermo restando che la possiedono i tifosi, chi è poi a controllarla e a gestirla effettivamente?

«Parte tutto dal basso. Sono i tifosi che devono farsi i promotori di questa iniziativa e organizzare una raccolta fondi. È importante prevedere una somma minima di ingresso, ma che non deve essere vista come una quota. Possiamo, ad esempio, stabilire che ogni socio fondatore versi 200 euro all’anno e anche prevedere che vi siano Gold Member che versano 500 euro, ma il principio che all’interno dell’APS ogni socio ha lo stesso diritto di voto deve essere intoccabile. Una volta fondata l’APS e raccolta la cifra minima per il capitale sociale di una SRL, si può andare dal notaio per costituirla: sarà quella che si occuperà materialmente di gestire la società di calcio».

Sì, ma l’APS, soprattutto se la base è composta da molti membri, come fa ad esercitare le proprie prerogative verso la società di calcio?

«Attraverso propri rappresentanti scelti. L’APS raccoglie in assemblea tutta la base di soci i quali nominano ed eleggono il proprio consiglio direttivo e quest’ultimo va a sedersi all’interno del consiglio direttivo della SRL con il proprio ruolo di soggetto di maggioranza per prendere tutte le decisioni come nominare il direttore sportivo e l’allenatore che insieme acquisteranno i giocatori. In buona sostanza, l’APS dei tifosi è la madre della SRL sportiva e la vigile. Questo garantisce il controllo diretto dei tifosi sulla società e la squadra».

Questa forma societaria è efficiente e sostenibile economicamente?

«L’esperienza dell’Aquila da questo punto di vista è abbastanza significativa perché comunque come società ha dimostrato di avere una certa solidità economica. Certo, è importante per l’APS anche trovare partner giusti nella gestione dell’SRL. Se dunque il partner è uno “scappato di casa” che promette di investire soldi che poi in realtà non ha, non si va da nessuna parte. Però è vero che un progetto serio a partecipazione diffusa o ad azionariato popolare risulta più attrattivo nei confronti di qualcuno che vuole fare calcio seriamente. La solidità è data dalla base sociale dell’APS che versa quote annualmente fornendo dunque una liquidità sicura insieme al potenziale dell’investitore privato».

E, oltre che efficiente, è anche efficace?

«Questo non è detto. L’Aquila sta facendo il campionato di Serie D ed è una società solida, ma non è detto che riesca a raggiungere la promozione disputando un campionato di una serie superiore che comporta costi maggiori. A quel punto l’investitore potrebbe essere davvero necessario».

L’iniziativa che l’avvocato Paris vorrebbe attuare a Chieti assomiglia in qualche modo a al modello societario tedesco applicato anche da l’Aquila?

«No, non c’entra assolutamente niente con l’azionariato popolare né con la partecipazione diffusa: a mio parere è soltanto un modo, anche maldestro, di spillare soldi a qualche tifoso. Per quel che ho capito inoltre l’iniziativa in realtà consta di due ipotesi alternative. La prima è il versamento di una quota di 50 euro minima che darebbe il diritto di diventare socio popolare, se non ricordo male. Io conoscevo le case popolari, ma i soci popolari proprio no. È una forma forse più elegante per indicare una colletta. A questo punto, farebbero prima a mettersi davanti ai cancelli dello stadio col piattino e invitarci a dare qualcosa».

E l’altra ipotesi?

«È quella di acquistare le quote della Chieti Calcio che però ha una valutazione che non è assolutamente in linea con quella che è la realtà attuale di questa società: indicare in 10.000 euro l’esborso per avere l’1% delle quote sociali significa che il 100% vale un milione di euro e io non so come possano essere arrivati a fare una valutazione del genere. Ma, a prescindere da questo e dalla possibilità di acquistare quote della Chieti Calcio, questo non è azionariato popolare è non è partecipazione diffusa, ma è qualcosa di assolutamente diverso».

Senza contare che tutto questo appare difficile realizzarlo senza un bilancio…

«Senza vedere i bilanci è assolutamente fuori luogo parlare di partecipazione societaria o cessione di quote perché non sappiamo quanto può realmente valere la Chieti Calcio, quale sia il suo stato patrimoniale e quale sia la situazione debitoria».

C’è qualche altra cosa che la perplime di tutta l’operazione che si sta mettendo in piedi per il salvataggio del Chieti?

«Intanto non riesco a capire la società attraverso gli annunci e i comunicati. Ma quello che più mi perplime, anzi mi deprime di più è l’atteggiamento della stampa locale. Quando si è trattato di attaccare la tifoseria, la dirigenza e gli assetti societari del Chieti, prendendo anche notizie prese altrove, i media sono stari ben attenti a mettere i puntini sulle i. Quando invece, come in questo caso, ci sarebbe da essere più critici e analitici e fare i cani da guardia, nessuno dice niente e ci si limita a riportare il comunicato stampa in maniera neutrale. Altra cosa che mi lascia perplesso è che si continua a presentare nuove figure societarie con toni entusiastici come se costoro fossero figure in grado di risolvere tutti gli enormi problemi del Chieti e non invece altri dirigenti ai quali bisognerà dare uno stipendio. A questo punto del campionato, con la situazione debitoria accumulata e con le difficoltà che sono di fronte agli occhi di tutti, credo che neppure il migliore dirigente di Serie sia in grado di fare qualcosa di significativo e penso che non sia corretto farci credere il contrario e che la situazione si possa risolvere da un momento all’altro».

Sta dicendo che il fallimento può essere un’opportunità, proprio come lo è stato in altre occasioni?

«Il fallimento può essere un’opportunità proprio per creare una APS e quindi dare vita a questa forma di azionariato popolare, se questa è la direzione in cui vogliamo andare e se siamo a Chieti siamo stanchi di vederci presi in giro periodicamente da soggetti che poi dimostrano tutta la loro incapacità, nella migliore dell’ipotesi. Se vogliamo intraprendere questa strada ed occuparci noi stessi delle sorti del calcio a Chieti non soltanto del calcio credo che il fallimento, per quanto possa sembrare brutto da dire, sia l’unica cosa che possiamo auspicarci».

Stando a quello che ci ha detto, con l’APS inoltre i tifosi avrebbero la possibilità di valere sempre il 50 più 1 e quindi di decidere chi può entrare tenendo alla larga personaggi simili a quelli che ci sono capitati negli ultimi anni…

«Assolutamente sì: questo è il valore aggiunto di questo tipo di progetti oltre a rendere trasparente ogni azione nei confronti dei soci e dei tifosi, rendicontando ogni singolo euro speso o guadagnato».

A un certo punto si è parlato anche di fallimento pilotato. È una strada percorribile oppure no?

«Non per l’azionariato popolare e non alle condizioni in cui è attualmente la nostra società perché il fallimento pilotato avrebbe semplicemente consentito di scindere i debiti sportivi, che sarebbero rimasti a carico della società, dai debiti verso terzi che invece sarebbero stati poi trasferiti alla parte “fallita” della società. Si sarebbe potuto andare avanti pagando i debiti sportivi e questo avrebbe probabilmente consentito ai tifosi di entrare in società, ma attraverso una semplice compravendita di quote da parte dei tifosi. In ogni caso, non penso che i tifosi sarebbero potuti mai arrivare al 50% lasciando dunque il controllo a quelli che già c’erano. Dunque si sarebbe trattato di qualcosa di profondamente diverso dalla partecipazione diffusa e dall’azionariato popolare senza lasciare ai tifosi alcun potere effettivo e alcuna garanzia di controllare la gestione economica e sportiva».

Si è poi parlato di un salvataggio attuato attraverso il Citta di Chieti. Questa soluzione la convince o no?

«Mi convince se non consideriamo il progetto dell’azionariato popolare e se quello che ci preme maggiormente è rimanere in un campionato, se non di serie D, quantomeno prossimo alla serie D. Ma anche in questo caso si tratta di qualcosa di assolutamente diverso dall’azionariato popolare perché si tratterebbe dell’ingresso di un’altra società capace di portare un titolo sportivo in caso di fallimento della nostra attuale compagine societaria. A quel punto penso però che l’azionariato popolare vero e la partecipazione diffusa potrebbero essere la strada più entusiasmante da percorrere».

Di fallimento, in qualunque forma, abbiamo parlato più volte delineando più scenari possibili. Ve ne sono altri?

«Oltre alla possibilità di costituire l’APS e avviare un vero azionariato diffuso, c’è anche la possibilità di mantenere il titolo sportivo. La sua attribuzione potrebbe essere reclamata anche dal sindaco e da lì partire con la costituzione dell’APS. Credo che sarebbe l’unica vera occasione per mettere il naso nei bilanci di questa disgraziata società».

Prima abbiamo anche fatto riferimento al fatto che molti non vogliono invece sentir parlare di fallimento per ragioni di orgoglio…

«Sì, lo capisco, anche perché le norme della FIGC che regolano queste ipotesi prevedono sempre poi la ripartenza la ripartenza da una serie inferiore quindi se fallisci in serie D c’è il rischio che non riparti nemmeno dall’Eccellenza, ma torni in Promozione. Questo ci spinge a dire che dobbiamo comunque salvarci sul campo. Io però penso che, se anche dovessimo riuscire a salvarci sul campo, in quali condizioni potremmo ripartire l’anno prossimo? Rimarremmo sempre a sperare che arrivi qualcuno che salvi capra e cavoli e ci faccia rifare un campionato decente l’anno prossimo, a vivere di speranze. Purtroppo se non dovessimo retrocedere, ma la società dovesse fallire poco dopo, la salvezza conquistata sul campo sarebbe totalmente inutile».

Un’ultima domanda: come si fa ad appesantire così il bilancio di una società e ritrovarsi alla paralisi?

«Più che una questione di appesantimento del bilancio, dolosa o meno, secondo me si è trattato di vera incapacità, nemmeno sopravvenuta, ma iniziale di far fronte alle spese. Io temo che questa società non abbia mai realmente avuto la possibilità di affrontare le spese con la necessaria capacità di programmazione e di copertura. Ha speso quello che non aveva sperando di riuscire a finanziarsi in qualche maniera. Vuoi per il fallimento della WIP Finance, vuoi per altre questioni legate al patron che sono ormai più che sulla bocca di tutti sulle pagine di tutti quanti i giornali, quelle risorse finanziarie sono venute a mancare o non sono arrivate e ci ritroviamo in questa situazione. Era invece necessario programmare con oculatezza, ma non c’è stata le capacità per farlo. E non c’è stata neppure trasparenza, anzi credo che l’opacità comunicativa sia uno dei problemi principali di questa società».

TifoChieti.com nel 2013 scrisse che il Chieti di Bellia era “un morto che cammina” a causa dei debiti anticipando quello che la società negava, ma che si avverò puntualmente. Dopo tanti anni siamo di nuovo allo stesso punto?

«Dal punto di vista societario ha sicuramente un piede nella fossa. Anche se questa compagine societaria dovesse trovare il modo di cedere le quote o far entrare qualche altro soggetto, trovo improbabile che a subentrare potranno essere investitori seri. La situazione debitoria è più che preoccupante per stessa ammissione del Presidente, con esposizioni verso i tesserati, i fornitori e l’erario ed anche la situazione del settore giovanile racconta in maniera plastica quanto grave sia la carenza di risorse economiche. Un contesto simile potrebbe attirare solo l’ennesimo speculatore o peggio, qualcuno che potrebbe usare la società per scopi tutt’altro che limpidi».

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