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(di Franco Zappacosta)

 

Luigi “Gigi” De Canio sia da giocatore sia da allenatore ha vissuto sulle montagne russe: momenti esaltanti e altri meno favorevoli, in una ciclica alternanza. <Ma non ho mai perso equilibrio e serenità nella buona e nella cattiva sorte. Merito dell’educazione ricevuta dai miei genitori e dei preziosi insegnamenti che ho avuto da calciatore. Non ultimi per valori etici quelli che mi trasmisero nella mia esperienza con il Chieti due tecnici come Ezio Volpi e Dino Panzanato. Lezioni che in seguito ho tentato di riproporre da allenatore ai miei calciatori>. In panchina il risultato di maggiore prestigio è stato l’8° posto in serie A alla guida dell’Udinese nel 2000 con la successiva vittoria dell’Intertoto.

Terzino ventunenne (è nato a Matera il 26 settembre 1957) nel ’78-79 con la squadra della sua città, allenatore il professor Franco Di Benedetto, conquistò la promozione in serie B. Fu un successo di portata storica, un evento a dir poco clamoroso per il calcio italiano. Esordì nel campionato cadetto (Genoa-Matera il 16 settembre ’79) poi l’arrivo a Chieti, dove è rimasto fino al 1981 (61 presenze).

<Accadde nella sessione autunnale del calciomercato. Dopo il debutto in B non ci furono problemi nell’accettare il ritorno in serie C. Non mi sono mai pentito della scelta, ho un bellissimo ricordo, a Chieti mi sono trovato bene, ho avuto una importante crescita professionale sotto il profilo dell’autostima grazie alla grande considerazione che mi circondava. Ero apprezzato e avevo l’affetto di tutti. Credo di essere maturato anche per aver vissuto le dure disavventure societarie di quel periodo>.

Come avvenne il tuo passaggio e quello di Michele Sassanelli dal Matera al Chieti?

<C’era un buon rapporto tra le due società, soprattutto per l’abile lavoro del direttore sportivo Rodomonti. A novembre al Matera serviva un attaccante e le attenzioni si concentrarono su Beccaria perché il nostro Picat Re aveva subìto un infortunio apparso in un primo momento abbastanza serio. Ma nel corso di una visita di controllo effettuata a Bergamo dal professor Tagliabue emerse che i tempi di recupero di Picat Re sarebbero stati più brevi e venne meno l’esigenza di reperire l’attaccante. Tuttavia lo scambio andò in porto lo stesso per l’ottimo lavoro di Rodomonti che fece pesare l’amicizia con il Matera. Dal Chieti però venne ceduto Oliva, un centrocampista per colmare il vuoto che nell’organico lasciava Sassanelli. Ecco i termini dell’accordo. Il mio compagno ed io ci ritrovammo così in Abruzzo>.

Tra i dirigenti teatini c’era una conflittualità abbastanza palese.

<I problemi erano tanti e non fu possibile evitare la retrocessione nonostante l’enorme lavoro di Volpi. In C2 la situazione addirittura peggiorò e il Chieti finì sull’orlo del fallimento, cosa che in seguito purtroppo si verificò. Fortunatamente in quella stagione si riuscì a salvare il titolo sportivo. Un brutto episodio fu decisamente significativo della grave crisi che si stava attraversando. Mi riferisco alla lite tra Panzanato e il presidente Mammarella che un giorno si presentò nello spogliatoio per un chiarimento con i giocatori. Sentite le frasi gravi che ci rivolgeva intervenne Parlato a brutto muso. Mammarella allora reagì così: “Chi sei tu, quello che fa la ballerina in campo? Questa è l’educazione che vi dà l’allenatore?” Panzanato che era un tipo sanguigno e fino a quel momento era restato zitto proprio per evitare che il confronto tra la proprietà e la squadra prendesse una brutta piega, tirato in ballo, decise di farsi sentire a modo suo. Cominciò a spingere Mammarella, ma senza colpirlo, contrariamente a quanto si è poi raccontato. Noi giocatori pensammo subito a separarli. Nessun pugno né schiaffo anche perché vi raccomando le mani di Panzanato: da giovane aveva fatto il tornitore e come metalmeccanico aveva due mani grandi così, se lo avessero colpito… Il presidente uscì fuori dalla stanza gridando: questo è pazzo, bisogna cacciarlo. Panzanato lo agguantò al volo, lo riportò dentro e lo mise con le spalle contro un armadio. Sarebbe passato alle vie di fatto? Forse, noi comunque evitammo guai>.

Poi ci fu la svolta.

<Venne esonerato ma i giocatori fecero quadrato attorno a Panzanato. La domenica dopo dovevamo affrontare la fortissima Mestrina, il gruppo s’impose e non volle nessuno in panchina a sostituire il nostro allenatore che per noi restava Panzanato, Anzi, ci eravamo fatti dare il programma di allenamento per gestire la preparazione in autonomia. Così andarono le cose. Allo stadio a seguirci c’era quel giorno Eugenio Fantini che avrebbe dovuto assumere la guida del Chieti. Battemmo 2-1 la Mestrina, nella quale giocava uno del calibro di Bivi, e ad ogni gol ci portammo davanti alla tribuna per salutare Panzanato, seduto tra il pubblico, volendo testimonargli così la nostra solidarietà in polemica con la dirigenza. Gli stessi tifosi manifestarono il loro dissenso nei confronti di Fantini, segno che anche loro erano dalla nostra parte. Panzanato tornò a dirigerci e tra mille stenti finimmo il torneo con un buon piazzamento. Ecco perché dico che la mia esperienza a Chieti è stata importante, vicende come queste fortificano il carattere>.

L’incontro cui Gigi ha fatto cenno venne disputato il 14 dicembre 1980. Chieti-Mestre 2-1

Chieti: Violini; De Canio, Berlanda; Orlando, Bertuolo, Fedi; Lombardi, Sassanelli, Vitulano, Brunetti, Marchei (80’ Antignani). A disposizione: Borghese, De Iuliis, Carpineta, Di Donato.

Mestre: Magnoni; Fiore, Pagura; Da Re, Trevisanello, Turola; Bivi, Vio (64’ Fava), Lovison (62’ Dri), Ballarin, Speggiorin. A disposizione: Cappelletto, Boco, Carlo. All. Stevanato

Arbitro: Falsetti di Roma

Marcatori: 28’ Vitulano, 53’ Marchei, 75’ Dri

In panchina andarono solo medico sociale e massaggiatore.

(A distanza di otto giorni Eugenio Fantini, passato in settimana alla guida dell’Osimana, si prese la sua bella rivincita battendo la squadra neroverde 1-0).

Riprendiamo il filo del discorso. Non furono vicende edificanti.

<No, ma ormai il destino era segnato, la società non aveva più il controllo della situazione. Venne nominato amministratore Secondino per la gestione ordinaria e poter concludere la stagione, Zinni s’impegnò per salvare il titolo e fu abile nel far sì che qualcosa arrivasse nelle tasche dei giocatori che avevano famiglia. Due ristoranti ci assicurarono i pasti e fu una dimostrazione di esemplare generosità. Il ristorante Nino, alla Trinità, ci praticava prezzi scontati e addirittura la pizzeria “Il Canguro” che si trovava ai piedi della salita che porta alla Biblioteca e ai Templi Romani ci faceva mangiare gratis. La signora Giuliana e il marito ripetevano: “Ragazzi, tranquilli. Nel caso, i conti li faremo alla fine. Ora va bene così, non c’è problema, non preoccupatevi”. Non dimenticherò mai tanta bontà e disponibilità. Fu un periodo calcisticamente difficile, tormentato, sfortunato ma umanamente straordinario. Ho conosciuto tanta bella gente, persone serie, corrette. L’abruzzese ha uno stile di vita che ho sempre molto apprezzato. Perciò in Abruzzo, quando capita, torno volentieri. Ho allenato anche a Pescara e so bene l’enorme rivalità che c’è con Chieti ma io, da ospite di questa vostra terra meravigliosa, posso ben dire di aver trovato sempre valori positivi in tutte e due le città>.

La tua Chieti.

<Quanti bei volti, e che nostalgia nel parlarne. Andavo spesso, e mi intrattenevo, nel negozio di De Thomasis, vicino alla sede centrale delle Poste. Ricordo Zinni, un dirigente avveduto, e poi il segretario, professor Ottaviano. Non dimentico il massaggiatore Mino Ianieri e il medico sociale Giuliano Seccia. Li ho rivisti in passato. Sai una cosa? Anche se non sono frequenti le occasioni per incontrarsi, noi tutti sappiamo d’essere uniti da un rapporto di profonda amicizia. Ci vogliamo bene e col pensiero ci sentiamo vicini. Oh, stavo scordando gli stupendi tifosi del club di Chieti Scalo col presidente Tullio D’Andrea. Li saluto. Infine sono legatissimo a una persona che non è di Chieti, ma è un teatino di adozione. Mi riferisco a Claudio Garzelli al quale mi unisce una grandissima amicizia>.

Ezio Volpi e Dino Panzanato.

<Quanti valori mi hanno trasmesso che poi ho cercato di mettere in pratica nel mio percorso di allenatore.  Al di là delle qualità tecniche, che è sempre materia opinabile, vanno sottolineate la serietà, la correttezza, la pulizia morale di questi due personaggi. Da entrambi, ripeto, ho imparato molto. Dico sempre che conta quello che fai non quello che sei, devi accettare con serenità e con il giusto equilibrio quanto la vita ti pone di fronte: ecco cosa ho appreso da entrambi>.

La tua carriera in panchina ha avuto alti e bassi.

<Io ragiono così. Ognuno è arbitro del proprio destino. Se valuto sin qui il mio cammino, da giocatore e da tecnico, dico che sono orgoglioso di me stesso. Potevo ottenere di più? Forse, ma non rinnego nulla. Mi ritengo inoltre fortunato perché ho fatto quello che sognavo di fare, lavorare nel calcio. Perciò va bene così, sereno anche quando le cose non sono andate come speravo. Adesso, per esempio, aspetto un’eventuale opportunità ma evito di farne un assillo, un pensiero fisso. Altra cosa: se tu mi hai chiamato, se ti sei ricordato di me, significa che ho seminato bene>

Un saluto al Chieti e ai suoi tifosi.

<Il Chieti è stato sempre un club importante in serie C. Ai tempi di Angelini, e anche dopo per alcuni periodi, ha rappresentato una realtà consolidata, rispettata e stimata, la squadra ha disputato tanti campionati di buon livello. Ultimamente ha conosciuto disavventure ma auguro al Chieti di poter tornare presto su palcoscenici adeguati al suo blasone>.

Tu sei un amante delle buone letture. Autori russi soprattutto.

<Adesso mi sono rituffato nella rilettura di “Guerra e Pace” e poi ho scoperto “Strade di notte” di Gajto Gazdanov. Un libro duro e appassionante>.

Il Chieti che posto ha nella tua personale galleria dei ricordi?

<Occupa uno spazio importante. Quei due anni restano nel mio cuore>.